L’avvento del compact disc, i Jethro Tull e una delle cose più magiche che abbia mai ascoltato

 

JETHRO TULL – “Stand Up” (1969)

Per molti il triennio 1967-69 è quello irripetibile per la storia del rock. Se ne può parlare, ma è un’ipotesi sensata.

“Stand Up” è il secondo album dei Jethro Tull ed esce nel 1969. Ma questa storia inizia nel 1987. Mike Bongiorno ha da poco presentato sui teleschermi di tutta Italia un nuovo prodotto, il compact disc. Pare sia indistruttibile e si senta una favola. Mio padre, non so se per audiofilia o convinto da Mike, compra un lettore. Ci ascolterà Frank Sinatra e Puccini la domenica. Capisco subito che il reale proprietario di questo tesoro sarò io. Ho 14 anni e investo le mie paghette in vinili. Volo al negozio. La sezione cd è desolata, una ventina di titoli in tutto. Costano una fortuna, 30 mila lire l’uno, il doppio dei vinili. Solo 3 attirano la mia curiosità. Uno è “The Queen Is Dead” degli Smiths, ne ho sentito parlare, prendo nota. L’altro è “The Clash”, questi li ho sentiti nominare parecchie volte, il punk non è abbastanza tecnico per me che ascolto metal, ma credo lo comprerò. E poi c’è “Stand Up” dei Jethro Tull, questi mi piacciono sicuro. Parto da quello. Conto di riuscire a comprare gli altri 2 in circa un mese di paghette.

Jethro Tull Stand UpArrivo a casa e ascolto il mio primo cd. Suono sixties, piuttosto legato al blues, avrei preferito qualcosa di più metal, ma riconosco che si tratta di grande musica. I primi due pezzi mi piacciono abbastanza, e mentre cerco di capire se suona davvero così meglio del vinile, arriva il Nirvana. Parte “Bourée” e il mondo si ferma. All’epoca non ho idea che si tratti di un adattamento da Bach, e in quel momento non me ne frega nulla. Semplicemente, è una delle cose più magiche che abbia mai ascoltato. Non solo il flauto traverso di Ian Anderson raggiunge vette assolute, ma tutto l’arrangiamento, anche oggi che conosco decine di versioni del brano, è a dir poco incredibile. L’idea di cambiare gli accenti della partitura originale dandole uno shuffle quasi jazz, sostenuto da un walking bass da urlo (con apoteosi sul solo di basso di Glenn Cornick, forse il primo che abbia mai ascoltato) è un atto di libertà creativa e coraggio che la dicono lunga sulla capacità espressiva di quegli anni e di quei musicisti.

Mi riprendo 2 o 3 pezzi dopo, su “Nothing Is Easy”, che mi riporta alla realtà.

L’album è un capolavoro che ho saputo apprezzare meglio nel tempo, ma quella traccia numero 3.. Quante centinaia di volte l’avrò ascoltata in questi 34 anni?

CONAD APERTI BILLB 22 03 20 – 30 04 21
CECCOLINI BIO – HOME BILLB 06 – 18 04 21
RECLAM RPQ WEB MASTER BILLB 15 01 – 30 04 21