Quando Abbey Lincoln spiccò il volo

Abbey Lincoln Abbey Is BlueAbbey Lincoln – Abbey is blue (1959)
Una delle cose straordinarie della musica è che ogni canzone può avere vite infinite nelle sue infinite possibili versioni. È raro, ma nient’affatto impossibile che una reinterpretazione sia più bella, più famosa, più leggendaria dell’originale. Il jazz è stato un genere particolarmente portato a confondere e contaminare temi e stili, a volte superando anche di molto i limiti del furto, soprattutto ai suoi albori.

Al punto da vedere associata la parola “standard” proprio a quei pezzi che sono stati eseguiti talmente tante volte da essere diventati quasi necessari nel repertorio. Uno dei casi più speciali è quello di “Afro Blue”, pezzo composto dal percussionista Mongo Santamaria, ma che io ho conosciuto nella versione strepitosa di Abbey Lincoln. Uno di quegli amori al primo ascolto che mi accompagna come una piccola ossessione fin da quando l’ho scoperta.
Abbey Lincoln reinterpreta il pezzo aggiungendovi un testo (scritto da Oscar Brown, pare), nello stesso anno della sua uscita discografica. Abbiamo quindi delle parole che vanno a spostare il senso di quello che nell’originale è invece il tema strumentale. Un pasticcio che nel mondo corsaro del jazz di quegli anni è normalità.

Niente di nuovo quindi, se non che da un capolavoro si passa ad un ultra-capolavoro. E questo è un po’ più eccezionale. Abbey è al quarto album, dopo una vita tra cabaret e musical spicca finalmente il volo aprendolo con questo pezzo incredibile, e facendolo seguire da una serie di versioni indovinatissime di brani presi per lo più dal mondo del musical e del teatro, dello stesso Oscar Brown, Kurt Weill, Duke Ellington tra gli altri.
O come il brano “Laugh, Clown, Laugh” scritto per l’omonimo film del 1928 (Ridi Pagliaccio in italiano; come funzionasse la cosa in epoca di cinema muto non mi è chiaro). Una sola canzone è firmata da lei, ma è da pelle d’oca: “Let Up”.

La critica comincia a mormorare il nome di Billie Holiday come ingombrante paragone. La band è di quelle da urlo, a partire dai fratelli Turrentine (tromba e sax), fino a star come Julian Priester, Wynton Kelly, Cedar Walton, Philly Joe Jones e Max Roach, che presto diventerà suo marito, in una carriera che li vedrà spesso insieme anche sui dischi, già a partire dal seguente, meraviglioso, We Insist!, che meriterebbe uno dei prossimi episodi.

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