“Sulla mia pelle”, un film bello e potente che parla all’Italia

Stefano Cucchi FilmSulla mia pelle (di Alessio Cremonini, 2018)
Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009 dopo una settimana di agonia a seguito di qualcosa successo dopo un arresto per detenzione e presunto spaccio di droghe.
Il film di Cremonini, prodotto da Netflix e Lucky Red e distribuito contemporaneamente nelle sale (Cinema Jolly a Ravenna) e, novità assoluta di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, contemporaneamente in streaming, è stato presentato in anteprima fuori concorso al festival di Venezia dove ha ricevuto alcuni riconoscimenti e molti, moltissimi applausi commossi.

Sulla mia pelle narra proprio di questa settimana di agonia, presentando il protagonista come una persona complessa, estremamente problematica e mai uscito dal tunnel delle droghe, che il 17 ottobre viene fermato in possesso di stupefacenti, portato a forza in centrale, rinchiuso in una stanza buia con alcuni carabinieri, alcuni di questi non in servizio. Ne esce con il volto pesantemente tumefatto, con un paio di vertebre compromesse come si può anche vedere da un enorme livido nel fondo della schiena e chissà con quant’altro ancora.
A quel punto, complice anche la disperata reticenza del protagonista, inizia una pesante odissea tra carcere e ospedale militare che porteranno a un definitivo deterioramento fisico e al finale che sappiamo.

L’efficace regia di Cremonini non mostra mai violenze esplicite ma erige il corpo della vittima a protagonista assoluto della nostra difficilissima (dal punto di vista morale e soprattutto emotivo) visione, tramite un protagonista straordinario qual è Alessandro Borghi (e pensare che in Napoli velata non mi era particolarmente piaciuto: le mie scuse), passando per la progressiva presa di coscienza dei genitori e della consapevolezza della sorella Ilaria (Jasmine Trinca, bene anche lei) che, come sappiamo, sta tuttora portando avanti una commovente battaglia affinché venga fuori la verità.
Un’ulteriore nota lieta di questo film è il suo ritmo che, complice il tema e la grande capacità di coinvolgimento di tutto il cast tecnico, non cala mai e non mostra alcun segno di stanchezza, nonostante l’atrocità della messa in scena.

Un film che parla all’Italia, a un paese che nel migliore dei casi è incastrato nella burocrazia e dai suoi Ponzio Pilato, e che nel peggiore mostra atrocità e orrori che la nostra storia recente ancora ferita di paese smemorato e complice, accetta passivamente. Come già detto, Cucchi è il perfetto antieroe, perché di errori e di reati ne ha commessi, ma ben presto si inizia a soffrire con lui e voler urlare il suo dolore, le sue paure e la sua libertà di parlare, in una sequenza e una vicenda che mi ha ricordato leggermente anche un altro grande e grave grido di dolore, quello di Bobby Sands nell’altrettanto splendido e dolente Hunger (recuperate, grazie).

La vicenda giudiziaria di Cucchi è ancora in corso, come ci mostrano i titoli di coda, e una punizione esemplare e (a differenza dei carnefici) democratica sembra un sogno a cui vogliamo ancora aggrapparci.
A noi amanti del cinema resta un film bello, importante, forte e da diffondere nelle scuole e in tutti i luoghi di aggregazione, non per istigare ma per sensibilizzare l’opinione pubblica e i giovani di oggi a digiuno di attualità. E soprattutto per fare provare la più grande delle vergogne, a chi infanga una divisa, qualsiasi essa sia. Sulla nostra pelle.

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