Un film di Pupi Avati da riscoprire e riguardare, omaggiando Capolicchio e Cavina

Casa Finestre Ridono Avati Capolicchio

La casa dalle finestre che ridono (di Pupi Avati, 1976)
Nel 1975 Pupi Avati non solo non era famoso, ma veniva dal grosso insuccesso di Bordella, film che col passare degli anni, insieme col precedente La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone sono diventati veri e propri oggetti di culto.

La sua capacità di attrarre grandi attori nei suoi film era però evidente fin dagli inizi, visto che nei due citati brillano stelle del calibro di Gigi Proietti, Ugo Tognazzi e Paolo Villaggio, per dirne alcuni. Sappiamo altrettanto bene che lui amava circondarsi di fidatissimi attori, amici e collaboratori, su tutti fin dagli inizi il più noto Gianni Cavina, Giulio Pizzirani e il più sfortunato Bob Tonelli, ai quali col tempo si sono “affiancati” Carlo delle Piane, e il protagonista de La casa dalle finestre che ridono, Lino Capolicchio.
Prima di girare questo film, Capolicchio veniva da due grandi successi come Metti una sera a cena e Il giardino dei Finzi Contini, e, racconta Avati, si mostrò disponibile per il ruolo di protagonista per quello che sarà il primo film di successo del regista bolognese e riconosciuto caposaldo dello spaghetti thriller, il genere di Dario Argento, per intenderci.

Ambientato in un casolare isolato in provincia di Bologna, il film ha come protagonista un giovane restauratore chiamato a lavorare a un affresco in una chiesa di campagna, terrificante opera di un folle morto suicida, che non godeva certamente della stima degli abitanti del paese. Dopo quasi mezzo secolo, il film non smette di spaventare e soprattutto inquietare, conserva un’atmosfera capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo fino alla sorpresa finale, difficile da intuire o prevedere.

Tantissime le idee vincenti, nonostante il basso budget: oltre al finale che non dipende soltanto dalla rivelazione, spicca la scelta della location, della bassa padana come scena ideale per un thriller a tinte orrorifiche. Una macchina perfetta che ha portato Avati a essere considerato giustamente un maestro di un genere in cui con il successivo Tutti defunti tranne i morti riesce a inserire anche l’elemento grottesco che aveva caratterizzato i suoi primissimi lavori.
Capolicchio e Cavina sono mattatori, pur essendo molto diversi, più attore il primo e più caratterista il secondo, e non mancano i già citati fedelissimi Tonelli e Pizzirani come ottimi comprimari. Convince anche la protagonista femminile, Francesca Marciano, attrice dalla carriera breve ma intensa (un film con la Wertmuller, due con Avati e l’ultimo con Festa Campanile nel 1980), è diventata una sceneggiatrice di successo, col- laborando con Salvatores e Verdone.

Lino Capolicchio e Gianni Cavina, indimenticabili protagonisti del film, sono scomparsi rispettivamente la scorsa settimana e due mesi fa, ed è questo il motivo di questo doveroso e sentito tuffo nel passato. Un film da scoprire, riscoprire, e riguardare.

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