Non più bastardi, inferiori e irrimediabilmente minori

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Botto&Bruno, Society, you’re a crazy breed, a cura di Beatrice Merz e Maria Centonze, Torino, Fondazione Merz, 9 marzo-19 giugno 2016

Metropoli e povertà

«La razza votata all’arte o alla filosofia
non è quella che si pretende pura,
ma quella oppressa, bastarda,
inferiore, anarchica, nomade,
irrimediabilmente minore…»

Gilles Deleuze, Felix Guattari, Che cos’è la filosofia?
a cura di Carlo Arcuri, traduzione italiana di Angela De Lorenzis,
Torino, Einaudi, 1996, pp. 102-103

Roberta Bruno e Gianfranco Botto, entrambi torinesi, tra i più noti interpreti visivi in campo internazionale degli spazi metropolitani, hanno al centro dei loro “fotomontaggi” fotografici l’osservazione delle periferie italiane ed europee, cogliendo scene, dettagli, marginalità delle esistenze che interpretano i mutamenti sociali, urbanistici e culturali delle città contemporanee. Una lettura antropologica che ben restituisce il concetto del “vivere” ai margini delle metropoli. Si tratta di immagini che colgono il degrado delle architetture in stand-by, le sterminate periferie “per sempre”, a partire dalle quali Botto&Bruno hanno realizzato “montaggi” artistici che lasciano comunicare muri scrostati e vegetazione incolta. Da una realtà inizialmente in rovina e solitaria – nei primi lavori non c’era spazio per la figura umana – nei loro lavori iniziano a comparire giovani dal volto coperto dal cappuccio di una felpa, che si aggirano fra detriti urbani, dando vita a scenari metafisici e a riflessioni sui luoghi di “Suburbia”. Le loro fotografie sono spesso composte di frammenti d’immagini diverse, ricombinati per creare nuovi paesaggi verosimili e straniati, quindi montati in nitidissimi lightbox o avvolgenti installazioni.
Bernardo Secchi, nel libro La città dei ricchi e la città dei poveri (Roma-Bari, Laterza, 2013) scrive che le disuguaglianze sociali sono uno dei più rilevanti aspetti della «nuova questione urbana». Architetto, urbanista, ingegnere e professore emerito di Urbanistica, presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, venuto a mancare nel 2014, Secchi sostiene in questo pamphlet che il progetto della città deve essere uno dei punti di partenza di ogni politica tesa all’eliminazione e al contrasto delle povertà. Attraverso un’attenta analisi, che si avvale dei contributi di osservatori del disagio sociale, egli analizza le strategie di esclusione, l’aumento della sospensione dei diritti ed espone le ragioni del malessere urbano che si è intensificato negli ultimi decenni. «Dopo un lungo periodo, quasi un secolo», egli scrive, nel quale le distanze tra ricchezza e povertà «avevano manifestato nei paesi occidentali una chiara tendenza a diminuire, gli ultimi decenni del ventesimo secolo hanno dimostrato che esse potevano nuovamente crescere in modi inaspettati. L’idea che la crescita e lo sviluppo si estendano nel tempo a macchia d’olio, investendo le diverse regioni, i diversi gruppi sociali e gli individui e assicurando loro sempre più simili livelli di benessere, verrebbe così ad essere contraddetta. […] Nel grande teatro metropolitano le ingiustizie sociali sempre più si rivelano nella forma di ingiustizie spaziali» (ibid., pp. 3-9). Secchi auspica un ripensamento globale delle modalità di progettazione urbana in grado di creare territori «solidali, accessibili, generativi» in cui l’accesso allo spazio s’imponga come un diritto e non come una concessione.

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Botto&Bruno, Society, you’re a crazy breed, foto di Andrea Guermani

A tal proposito Tiziana Villani, ricercatrice presso il dipartimento di Filosofia Urbana dell’Université Paris XII, direttrice della collana editoriale Millepiani, autrice di molteplici pubblicazioni riguardo ai temi delle trasformazioni delle soggettività, dell’urbano e dell’ecologia sociale, afferma che l’assenza di progettazioni avvedute negli «spazi urbani esplosi, non è una casualità quanto la scelta di privilegiare alcuni nodi su scala planetaria capaci di favorire la valorizzazione dei capitali finanziari a fronte di un più o meno dissimulato disinteresse per le condizioni di vita delle popolazioni, sia nell’ambito dei diritti, sia dei servizi anche più elementari. […] Questo passaggio critico appare di difficile gestione proprio per la rapidità con cui si sta realizzando, esso provoca inoltre spinte sociali dominate dal trauma dell’insicurezza, della xenofobia e dell’incapacità di potersi riconoscere, in modo un po’ più stabile, in un territorio e all’interno del suo sistema di relazioni. […] L’urbano finisce con il coincidere con la dimensione periferica. Questa affermazione non è priva di conseguenze, proprio perché occorre comprendere la pregnanza di questo termine. Periferico non è così solo lo spazio, ma anche le esistenze che vi si esprimono» (Metamorfosi dell’Urbano. Istituzioni e diritti della nuova Polis, in “Millepiani/Urban”, n. 1, 2009). È pur vero che la Villani riesce a forzare la lettura di questo fenomeno e intravederne anche un interessante risvolto, rilevando che, per quanto complessa e difficile da vivere, la città continua a emancipare: «Si emancipano vite segnate, assediate, senza prospettiva; nella città e nel suo caotico divenire tutto si rimescola e trova inaspettate soluzioni. Tutto questo non significa che segregazione, sfruttamento ed emarginazione non continuino a produrre negatività sociali, tuttavia e non a caso, proprio in situazioni di grande cambiamento come in India, è nell’urbano che si riconfigurano destini individuali e collettivi». A conferma di questo pensiero il filosofo francese Gilles Deleuze assegna alle istituzioni la capacità di assicurare patti capaci di ridefinirsi in relazione al mutamento del contesto in cui si producono: «Occorre ritrovare l’idea che l’intelligenza è cosa sociale più che individuale, ed essa trova nel sociale l’ambiente intermediario, il terzo ambito che la rende possibile» (Instincts et institutions, in L’île déserte et autres textes, Paris, Minuti, 2002, p. 27, trad. it. di Tiziana Villani). Ne consegue che le modalità di azione delle istituzioni sono centrali per la qualità della trasformazione urbana affinché questa non soggiaccia unicamente a una logica di mercato, ma ponga tra i principali obiettivi la necessità di soddisfare la domanda di “cittadinanza”. Villani riprende il tema urbano e dello spazio pubblico in Ecologia politica, Nuove cartografie dei territori e potenza di vita (Roma, Manifestolibri, 2013) in cui scrive della natura artificializzata dell’urbano e dell’importanza di sviluppare immaginazione per creare città in grado di accogliere differenti soggettività e progettualità: «Gli spazi costituiscono scritture, sono il derma costruito dalle esistenze. Definire lo spazio come derma significa riprendere l’espressione di superficie che qualifica gli spazi. Il derma del corpo e il derma dell’ambiente sono coestensivi e creano un’intensa rete di rimandi. La felicità del corpo si alimenta della potenza dell’ambiente cui appartiene. Il nostro tempo è dominato da scritture segreganti e imperative, che si affannano a prescrivere comportamenti, perimetrare territori, privatizzare ogni sorta di risorsa.

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Botto&Bruno, Society, you’re a crazy breed, foto di Andrea Guermani

È un derma deturpato quello del nostro ecosistema e come la pelle del corpo si lacera, s’infetta, e scrive i segni di questa grammatica violenta. La felicità è la posta in gioco» (ibid., p. 143). Ma non siamo ancora nei «tempi dell’uguaglianza felice», scrive Pierre Rosanvallon, professore di Storia al Collège de France, nel libro La società dell’uguaglianza (Roma, Castelvecchi Editore, 2013, traduzione di Alessandro Bresolin). Rosanvallon parla di un’«Uguaglianza faticosamente e dolorosamente conquistata nel corso dei secoli, che abbiamo però perduto a causa delle politiche oligarchiche che hanno dominato a partire dagli anni novanta del Novecento in cui vi è stata una netta inversione nel cammino della democrazia compiuta». Secondo lo storico francese il progetto democratico è soggetto a degenerazione e ridimensionamento dovuto anche al fatto che «Dopo il crollo del muro di Berlino vi è stata un’offensiva neoliberista da parte del capitale finanziario che ha progressivamente distrutto il welfare state». A conferma della tesi avanzata da Rosanvallon è il progressivo abbandono del modello redistributivo che per quasi tutto il secolo scorso era riuscito a contenere le disuguaglianze sociali. Sono, queste, analisi che tengono conto del fatto che lo spazio, in quanto prodotto sociale costruito nel tempo, non è infinitamente disponibile ai cambiamenti e si soffermano sull’urgenza di progetti urbani in grado di cogliere la domanda del plus grand nombre. A tal proposito, è interessante la tesi dello scrittore e giornalista olandese Rutger Bregman, in Utopie per realisti (Milano, Feltrinelli, 2017) che, per sbloccare il futuro, invita a tornare alle utopie, perché, senza utopie, tutto quello che resta è un presente senza orizzonte, il presente immobile e sterile della tecnocrazia.

«Solo i poveri conoscono il significato della vita, i ricchi possono solo tirare a indovinare»
Charles Bukowski

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Refugees welcome!!!, Berlino, 26 settembre 2017, foto di Alberto Giorgio Cassani

Del resto, di ogni luogo esistono più racconti: ne leggiamo di ufficiali, spesso esuberanti, e di altri non ufficiali, più sobri, in cui si parla di persone che le città le abitano spesso con dolore e con molte difficoltà. Già all’inizio del secolo scorso il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, nello scritto di Il povero, pubblicato per la prima volta nel 1906 e successivamente incluso nella Soziologie del 1908, dimostrava che non è una mancanza personale o una semplice condizione di privazione a fare di qualcuno un povero, al contrario, si entra a far parte di una cerchia sociale caratterizzata dall’indigenza solo nel momento in cui si riceve un determinato tipo di assistenza. Secondo Simmel è perciò la “reazione sociale”, che può essere più o meno intensa, a dare forma al povero e a delineare le dinamiche del fenomeno dell’indigenza. Nel suo celebre scritto Le metropoli e la vita dello spirito (trad. it di Paolo Jedlowski e Renate Siebert, a cura di P. Jedlowski, Roma, Armando, 2001), l’autore spiega le relazioni peculiari dell’uomo all’interno di una società, del vivere oggettivo metropolitano e del fenomeno dell’individualismo. L’intuizione centrale del pensiero di Simmel è l’universale interazione e compenetrazione di tutti i fenomeni e la centralità della metropoli, che, in quanto segno rappresentativo della modernità, è il luogo in cui un insieme di forze spingono le persone verso l’indifferenza nei confronti della molteplicità delle cose. In questo fondamentale saggio Simmel definiva la metropoli come luogo della massima concentrazione e della massima differenziazione sociale, sede dell’individualità per eccellenza: «come un uomo non si esaurisce nei confini del suo corpo o dello spazio che occupa con le sue attività, ma solo nella somma degli effetti che si dipanano a partire da lui nel tempo e nello spazio, allo stesso modo anche una città esiste solo nell’insieme degli effetti che vanno oltre la sua immediatezza» (ibid., pp. 50-51).

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