La città disegnata: quasi un secolo di PRG

A Ravenna, dopo le fasi dello sviluppo “programmato”,le nuove previsioni promettono zero consumo del territorio e rigenerazioni urbane

La pianificazione urbanistica per Ravenna è sempre stata cosa seria tanto da essere una delle città più “disegnate” d’Italia. Come poche infatti ha perseguito con determinazione l’idea di una pianificazione costante che guidasse uno sviluppo descritto a ben guardare sempre come impetuoso dal punto di vista demografico ed economico. Un vaticinio però tradito dalla realtà dei numeri e dalle dinamiche sociali più complesse dei segni tracciati su tavole e schede di piano. Così la Ravenna pensata a partire dagli anni Venti del Novecento si è certo aperta all’industrializzazione, ha visto crescere nuovi quartieri, ha pianto la scomparsa di antiche emergenze monumentali e di isolati in centro storico a causa delle devastazioni della Seconda guerra mondiale, ha poi partecipato alla furia della ricostruzione contenendo come ha potuto i danni della speculazione edilizia, per arrivare sul fare del XXI secolo a un’espansione pervasiva che non ha risparmiato forese e lidi, incontrando la peggiore crisi economica mondiale e lasciando migliaia di unità abitative invendute, con classi energetiche mediocri per le prestazioni richieste oggi dai cittadini, prima ancora che dalle normative.
Complice la bozza della nuova legge urbanistica regionale che dichiara la necessità di ridurre il consumo di territorio e complice anche l’opportunità di provvedere a rigenerazioni urbane in alternativa a nuovi insediamenti e lottizzazioni, il nuovo Poc adottato dal consiglio comunale poche settimane fa introduce i medesimi principi, salvando però la sorte e le corpose previsioni degli articoli 18. Un cambio di direzione definitivo rispetto al passato, si spera. L’approvazione del nuovo Poc lascerà libera la strada alla redazione di un nuovo piano regolatore, vincolato nelle scelte e nelle linee dalla legge regionale, nel frattempo si spera andata in porto. L’obiettivo dell’amministrazione comunale è quello di arrivare all’approvazione del secondo Poc entro la primavera. Già ora, dopo l’adozione i privati potranno comunque presentare i loro piani. «L’adozione di un nuovo Piano operativo comunale – ha spiegato l’assessore all’urbanistica Federica Del Conte in consiglio comunale – consente di dare attuazione alle previsioni del Piano strutturale comunale vigente ritenute strategiche e rilevanti per lo sviluppo del territorio. Nel secondo Poc teniamo già in considerazione le nuove linee di indirizzo che intendiamo perseguire con la futura variante generale fortemente orientata a promuovere la riqualificazione e la rigenerazione urbana e contestualmente una significativa riduzione del consumo di suolo ponendo un limite concreto alla futura espansione della città». Per l’assessora la Valutazione di sostenibilità ambientale e territoriale (Valsat) ha evidenziato che, coerentemente alla nuova legge urbanistica attualmente in itinere, rispetto al precedente Poc si prevede una riduzione consistente della Superficie territoriale trasformabile (- 40%, pari a 3.600.000 metri quadri) e della Superficie complessiva edificabile (-25%).

Posizione non condivisa dall’opposizione di Palazzo Merlato così come avviene in assemblea regionale dove viene contestata la veridicità della  quota massima di espansione per ogni Comune (oggi all’11%) e fissata al 3%. I punti cardine del progetto di legge sono: stop all’espansione urbanistica, in nome della rigenerazione urbana; adeguamento sismico degli immobili, sostegno alle imprese, solo se funzionale a sviluppo e occupazione, e tutela del territorio agricolo. L’obiettivo è il consumo di suolo a saldo zero in Emilia-Romagna prima del termine fissato al 2050. Le opere pubbliche, gli insediamenti strategici di rilievo regionale e gli ampliamenti delle attività produttive esistenti non concorreranno, al raggiungimento del limite del 3% e saranno possibili sempre che non vi siano “ragionevoli alternative” in termini di riuso e di rigenerazione dell’esistente. Saranno esclusi dal limite, inoltre, i nuovi insediamenti residenziali collegati ad interventi di rigenerazione urbana in territori già urbanizzati o di edilizia sociale.
Negli intenti un radicale cambio di visione rispetto allo sviluppo del territorio. Basta pensare al piano strutturale comunale, il Psc ravennate approvato nel 2007 un anno prima della crisi economica mondiale e adottato nel 2005, che definisce le strategie per il governo dell’intero territorio comunale,  secondo una logica ancora espansiva, del tutto ignara della catastrofe che si stava prospettando ad opera della finanza internazionale.
Rappresenta un capitolo a parte nella storia della pianificazione ravennate la darsena di città, oggetto infiniti studi, piani, idee, progetti. Una sorta di palestra per portatori di interesse, progettisti, amministratori, soggetti politici, tutti pronti a confezionare soluzioni mai attrattive per gli oltre 40 proprietari. Nemmeno il processo partecipativo creato dall’amministrazione come preliminare al Poc darsena ha dato i frutti sperati. Dal 2015, data di approvazione, nessun progetto è decollato fatta eccezione per le lodevoli aperture fatte sugli usi temporanei di aree ed edifici. Scrive Valentina Orioli, docente di urbanistica all’università di Bologna, in “Ricerche per il territorio, la città e l’urbanistica” (6/2013): «Gli elevatissimi costi di bonifica dei siti ex industriali e soprattutto delle acque del canale Candiano, gli oneri della bonifica, insieme alla frammentazione delle proprietà, l’eterogeneità degli usi attuali e le future aspettative dei proprietari, la difficoltà di affrontare il riuso dei grandi contenitori industriali dismessi, e più in generale la dimensione e la complessità di questa area urbana, sono in effetti le principali questioni attorno a cui si sono arenati tutti i progetti che, dal 1995 in poi, sono stati proposti per la riqualificazione della Darsena di Città».

Andando a ritroso Gianluigi Nigro per quanto riguarda la consulenza generale, Enzo Tiezzi per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, Edoardo Preger per gli aspetti operativi mettono mano nel 2003 alla revisione del piano regolatore che dagli anni Settanta per scelta ha cadenza decennale. I temi del confronto sono quelli di una città a vocazione turistica, custode di beni monumentali e ambienti naturali unici, di un porto industriale sullo sfondo di un tessuto economico orientato allo sviluppo della piccola e media impresa. È al Prg ’93 che si devono due grandi temi: quello prepotente di una nuova vita per la Darsena di città e quello della cintura verde con parchi e aree verdi. Sono anni di disillusione dopo l’implosione del gruppo Ferruzzi e di disorientamento per l’economia cittadina. Quello del verde è un tema evocato recentemente anche da Corrado Longa, architetto, collaboratore dello studio Stefano Boeri Architetti, ospite di un workshop sulla rigenerazione urbana promosso e organizzato dall’assessorato al Turismo del Comune. Per  la città di Milano Longa parla in termini di “metrobosco”. Ravenna nel prg ’93 inventa la cintura verde, grazie al contributo dei consulenti Marcello Vittorini, Luciano Pontuale e Giovanni Crocioni. Darsena e cintura verde sono collegati grazie a un meccanismo di permute di superficie fondiarie intorno alla città in favore di superficie utile in darsena. Oggi di quel segno che rappresentò un vero tormentone in quegli anni è difficile riconoscere il profilo per difficoltà oggettive di attuazione. Di fatto i parchi urbani frequentati e amati dai cittadini ne sono il frutto migliore.
Marcello Vittorini fu il protagonista del prg ’83 “il piano dei corsi” con la riqualificazione delle periferie con la  creazione di viale Gramsci e viale Berlinguer, cui si unisce l’area direzionale di viale Randi e il nuovo viale Leon Battista Alberti. Tra gli spazi spiccano piazza La Malfa con il Centro Commerciale Gallery, il Centro servizi Podium, e nuovi piccoli piani per l’edilizia economica e popolare (Peep), tra i tanti ricordiamo di via dei Poggi, il Peep Lama Sud, il Peep Molino, il Peep di Sant’Alberto.
Sempre Vittorini firmò nel 1973 il “piano della tutela e del riequilibrio del territorio” capace di ridurre previsioni di sviluppo urbano ipertrofiche, non ci sarà infatti la crescita demografica immaginata. Il porto industriale diventa commerciale, si rafforzano i centri del forese e prende piede l’idea della rotatoria nelle periferie, segno distintivo per anni della sola Ravenna poi raggiunta da tutte le città della Romagna.
Al 1962 si data il piano di Ludovico Quaroni, con Sarom, Anic e Sapir pienamente funzionanti, nasce il mito della “grande Ravenna” sentita come la “Rotterdam dell’Adriatico” con i suoi 116 mila abitanti. Allora appaiono 20 milioni di metri quadri di residenze turistiche, mentre sul porto si prevedono 900 ettari di aree industriali. Effetti di un dopoguerra tutto concentrato a rimediare ai danni del conflitto mondiale. Il prg ’42 di Domenico Filippone infatti non aveva avuto il tempo per trovare applicazione. Il 25% del patrimonio edilizio andò perduto, specie in darsena e vicino alla stazione ferroviaria, così il lavoro di Filippone si trasformò in un piano di ricostruzione per aumentare la densità edilizia e lo sviluppo portuale. È degli anni Cinquanta la nascita del villaggio Anic staccato dalla città, dopo il quartiere Lanciani in darsena. Il piano del ’42 escluse la possibilità di uno spostamento della stazione puntando su una circonvallazione esterna per i traffici extraurbani. Il tema della stazione era infatti prepotente nel prg’ del 37 di epoca fascista che indicava una collocazione fuori Port’Aurea dove viene poi realizzato l’ospedale previsto invece dal piano vicino all’ippodromo. Al posto della stazione dove nascere un grande parco affacciato sulla darsena.
Nel 1927 l’architetto Tobia Gordini e l’ingegnere Eugenio Baroncelli, redigono il piano regolatore generale (Prg) del Comune di Ravenna, approvato nel 1928. Si tratta di un piano «Regolatore e di Ampliamento», che persegue il risanamento e del centro abitato e l’ampliamento della città mediante la creazione di nuove strade, corsi rettilinei in aree periferiche. Di qui gli interventi nei borghi San Biagio, San Rocco e Porta Nuova. La stazione finisce a nord, oltre Porta Serrata, e l’ospedale civile a sud – ovest, in aree agricole che si prevede verranno collegate al centro storico con assi di penetrazione viarii. Di quegli anni lo studio della Zona Dantesca e dell’area antistante la basilica di San Francesco, che verrà ultimata nella seconda metà degli anni Trenta; la creazione di una piazza di fronte al nuovo Palazzo della Provincia, ultimato nel 1928 su progetto di Ulisse Arata. Si pensa a nuovi spazi creati dagli abbattimenti edilizi (piazza Kennedy, piazza Einaudi).

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