La storia d’Italia è nata a Ravenna

A proposito di un libro di viaggi e di un grande storico italiano del mondo antico

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Copertina del volume di Attilio Brilli

Mi devo immediatamente smentire. Ci eravamo da poco lasciati con il doppio viaggio ravennate del Vate – seguito da un articolo sull’unicità dell’urbanistica della nostra città – che sono “costretto” a tornare sul luogo del delitto – devo dire, anche sollecitato dal Direttore – a causa di un recente volume di Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane.1 Il XII capitolo, infatti, ha per titolo: Ravenna, «di cadente impero ultimo avanzo».2 Volendo contraddire lo stereotipo della “città morta”, l’Autore, il più autorevole studioso per ciò che riguarda la letteratura di viaggio, cita alcuni visitatori stranieri, alcuni già noti, altri meno, che
hanno letto Ravenna con occhi diversi dal solito: da Vernon Lee a John Addington Symonds3 al quasi omonimo Arthur Symons. Inoltre vengono ricordati anche Jean-Jacques Ampère, Gabriele D’Annunzio, il “nostro” Eugène-Melchior de Vogüé, Maurice Barrès, l’imprescindibile Marguerite Yourcenar, l’altrettanto ineludibile Henry James, e la triade, che ben conosciamo, composta da Corrado Ricci, Lord Byron e Giovanni Pascoli. Ma è soprattutto l’ultimo nome che ci interessa, anche perché ben poco citato tra i viaggiatori giunti dalle nostre parti. Si tratta del noto

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Arnaldo Momigliano, storico e viaggiatore cita Ravenna in un suo saggio

storico Arnaldo Momigliano, nato a Caraglio, in provincia di Cuneo, nel 1908 e morto a Londra nel 1987. Come si legge nella voce a lui dedicata su Wikipedia (ora che il governo turco l’ha proibita, mi fa piacere citarla), il grande storico dell’età greca Donald Kagan ebbe a definirlo «the world’s leading student of the writing of history in the ancient world».4Arnaldo Momigliano cita Ravenna in un suo saggio in lingua inglese dal titolo Cassiodorus and Italian culture of his time.5 Attilio Brilli definisce le parole dell’incipit del testo «il più bel tributo che, fra i tanti, ha ricevuto questa città che implicitamente viene elevata al rango di epitome dell’Italia, ma in senso diametralmente opposto da come l’anno intesa gran parte dei viaggiatori stranieri».6 E ha senz’altro ragione.L’originale inglese suona così: «When I want to understand Italian history I catch a train and go to Ravenna. There, between the tomb of Theodoric and that of Dante, in the reassuring neighbourhood of the best manuscript of Aristophanes and in the less reassuring one of the best portrait of the Empress Theodora, I can begin to feel what Italian history has really been».7 Che, nella traduzione riportata da Brilli, recita: «Quando desidero comprendere la storia italiana, prendo un treno e vado a Ravenna. Lì, tra la tomba di Teodorico e quella di Dante, nella rassicurante vicinanza del miglior manoscritto esistente di Aristofane e in quella meno rassicurante del miglior ritratto dell’imperatrice Teodora, posso cominciare a sentire quel che la storia italiana è stata in realtà».8 Il Momigliano cita dunque, en passant, oltre le inevitabili due celebri tombe e il ritratto a mosaico, per lui un po’ “inquietante”, di Teodora, il celebre codice conservato alla Biblioteca Classense, forse il più prezioso tesoro della nostra più gloriosa istituzione culturale.

Ma questo non è che l’inizio di una pagina dedicata a Ravenna, che pochi conoscono, e che invece merita di essere citata per esteso.9 Perché, in essa, il grande storico piemontese, londinese d’elezione (il primo “cervello in fuga” di una purtroppo lunga serie), arriva a dire che è a Ravenna che è nata la storia dell’Italia moderna. Vediamo come. Il Momigliano individua tre fattori fondamentali che segnano la storia italiana «per molti secoli»: «La presenza di una dominazione straniera, la memoria di un passato imperiale e pagano e la forza travolgente della tradizione cattolica […]».10 E queste «tre caratteristiche si sono unite – qui sta il punto decisivo – quando Ravenna è diventata la capitale del regno ostrogoto».

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Particolare di un dittico in avorio col monogramma della famiglia dei Simmaci

11 Il grande storico dell’età antica ribadisce immediatamente questo concetto, affermando che gli «inizi della storia italiana, come l’abbiamo conosciuta, sono contemporanei con l’edificio di Sant’Apollinare Nuovo, con il martirio di Boezio e con quella fuggevole nota lasciata da un discendente di una grande casa in fondo a un manoscritto di Macrobio: ‘Io, il Giusto Onorevole Aurelio Memmio Simmaco, ho modificato e riveduto questo manoscritto a Ravenna con l’aiuto del Giusto Onorevole Macrobio Plotino Eudossio’».12 Dunque un’architettura, un tragico evento (un crimine di un re che si sentiva crollare il terreno sotto i piedi) e un atto di filologia ante litteram, tutti e tre avvenimenti accaduti nella nostra città, pongono le basi di una nuova fase della storia italiana. Inoltre, da grande e finissimo storico qual era, il Momigliano coglie un aspetto che forse nessuno avrebbe evidenziato: «Nonostante il crimine, la crudeltà e l’enorme distruzione, si ha l’impressione che la società italiana nel VI secolo sia umana e cordiale».13 In base a cosa, lo storico piemontese sostiene ciò? Per via di un aneddoto preso dai Dialogi di Gregorio Magno, sessantaquattresimo vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte, avvenuta il 12 marzo del 604.14 Ecco quanto rammenta il Momigliano: «Mi piace sempre ricordare quel miracolo così precisamente raccontato da Gregorio Magno. Due Goti in viaggio per Ravenna resero visita a Bonifacio, Vescovo di Ferentino in Etruria.

Se dunque qualche non ravennate leggerà queste mie righe, prenda un treno e, senza esitare, venga a Ravenna. Potrà imparare molto sulla nostra storia. Speriamo, non su quello che l’Italia, e l’Europa, stanno diventando.

 

Note:

1.    Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane, Bologna, Società editrice il Mulino, 2016.
2.    Da p. 341 a p. 354.
3.    Autore che, a differenza degli altri due, non compare nella recente antologia di Eraldo Baldini, Dante Bolognesi, Il richiamo di Ravenna. La città e i suoi dintorni secondo i visitatori stranieri. 1800-1960, Ravenna, Longo Editore, 2015.
4.    The human sources of history. A review of The Classical Foundations of Modern Historiography by Arnaldo Momigliano, in «The New Criterion», vol. 10, n. 7, 2017, p. 67 (= http://www.newcriterion.com/articles.cfm/The-human-sources-of-history-4530).
5.    Arnaldo Momigliano, Cassiodorus and Italian culture of his time, in «Proceedings of the British Academy», n. 41, 1955, pp. 207-245 [Italian Lecture letta il 25 maggio 1955], ora in Secondo contributo alla storia degli studi classici, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1960, pp. 191-230.
6.    A. Brilli, Il grande racconto delle città italiane, cit., p. 354.
7.     A. Momigliano, Cassiodorus and Italian culture of his time, cit., p. 191.
8.     A. Brilli, Il grande racconto delle città italiane, cit., p. 354. La citazione, letterale, sembra presa dal saggio di Mario Neve, Il comune sentire: i centri storici come beni culturali, in Riflessi italiani. L’identità di un paese nella rappresentazione del suo territorio, Milano, Touring Club Italiano, 2004, pp. 137-145: 137.
9.     Per tutte le traduzioni italiane, io che non sono un anglofono, ho fatto ricorso all’aiuto di Google traduttore.
10.     «The presence of a foreign rule, the memory of an imperial and pagan past, and the overwhelming force of the Catholic tradition have been three determining features of Italian history for many centuries», A. Momigliano, Cassiodorus and Italian culture of his time, cit., p. 191.
11.     «These three features first joined togheter when Ravenna became the capital of the Ostrogothic kingdom», ibid.
12.     «The beginnings of Italian history such as we have known it are contemporary with the building of Sant’Apollinare Nuovo, with the martyrdom of Boethius, and with that moving note left by a scion of a great house at the bottom of a manuscript of Macrobius: ‘I, the Right Honourable Aurelius Memmius Symmachus, have emended and revised this manuscript in Ravenna with the help of the Right Honourable Macrobius Plotinus Eudoxius’», ibid.
13.     «Notwithstanding the crime, the crielty, and the enormous destruction, one receives the impression that Italian society in the sixth century was humane and easy-going», ibid.
14.     Notizie tratte da wikipedia.org ad vocem.
15.     «I always like to remind myself of that miracle so precisely told by Gregory the Great. Two Goths on their way to Ravenna paid a visit to Bonifatius, Bishop of Ferentium in Etruria. The bishop provided them with a bottle of wine. Yhe more the Goths drank, the more wine yhere was in the bottle. So the two Goths passed their days in Ravenna drinking, as the Goths are wont to do: ‘biberunt ut Gothi’»,  A. Momigliano, Cassiodorus and Italian culture of his time, cit., 191-192. L’episodio è tratto da Dialogi, I, 9, 14. Ecco il passo nella traduzione del testo originale: «In un’altra occasione chiesero ospitalità a Bonifacio due Goti, i quali gli dissero che erano diretti a Ravenna. Egli offrì loro un piccolo recipiente di legno che egli stesso aveva riempito di vino, affinché in viaggio avessero da bere durante il pranzo, ed effettivamente quelli ne bevvero da Goti [«biberunt ut Gothi»] finché giunsero a Ravenna. Rimasero alcuni giorni in quella città e ogni giorno bevevano il vino ricevuto da quel sant’uomo. E così, finché tornarono da lui a Ferento non smisero mai di bere, e tuttavia il vino non venne mai meno nel recipiente, come se in quel vaso di legno che il vescovo aveva dato loro il vino non aumentasse ma addirittura si generasse sempre di nuovo», Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), Volume I (Libri I-III), Introduzione e commento a cura di Salvatore Pricoco, Testo critico e traduzione a cura di Manlio Simonetti, Milano, Fondazione Lorenzo Valla-Arnoldo Mondadori Editore, 2005, pp. 75 e 77 (testo originale, pp. 74 e 76).
16.     «Bonifatius was a very understanding Italian bishop», A. Momigliano, Cassiodorus and Italian culture of his time, cit., p. 192.