Lo sguardo veritativo del viaggiatore

Dal De Vogüé a Michelangelo Antonioni

«In viaggio si vedono cose che a casa non si scorgevano più»

WIM WENDWERS

Stanotte vorrei parlare con l’angelo, 1989

 

«[…] mi chiedo se il senso del viaggio non sia in fondo più nel tornare, dopo aver preso le distanze per vedere meglio, o semplicemente per potere vedere»;1 «Sono convinto che molto spesso sia necessario lo sguardo di uno straniero per decifrare un luogo. Spesso la gente che vive in quel luogo non è che non possa definirlo, comprenderlo, ma semplicemente fa più fatica a coglierlo, proprio perché vive continuamente lì, automatizza la propria percezione delle cose, e tutto si amalgama nella visione giornaliera, tutto diventa abitudine».2
Così scrive Wim Wenders, sintetizzando un pensiero diffuso sul significato del viaggio, viaggio che è una delle cifre del suo cinema, dall’indimenticato Alice in den Städten3 (1974) sino allo straordinario Until the End of the World4 (1991).
Anche noi siam giunti alla fine del viaggio, o meglio al termine di quanto hanno visto, e ci hanno fatto vedere, i viaggiatori che hanno visitato la nostra città, volutamente deviando dal consueto percorso del “grand tour”. Si richiede forse, perciò, di fare il punto. In questo ci aiuta, moltissimo, un volume, a firma di Eraldo Baldini e Dante Bolognesi e pubblicato per i tipi ravennati di Longo Editore alla fine del 2015, dal titolo: Il richiamo di Ravenna. La città e i suoi dintorni secondo i visitatori stranieri 1800-1960. Un libro che, in oltre 400 pagine, raccoglie le impressioni, i giudizi – e i pregiudizi – di centocinquantaquattro viaggiatori (e di sole tredici viaggiatrici, ma che forse sono state più simpatetiche con la città dei loro colleghi maschi).5 Quale l’immagine di Ravenna che ne viene fuori? Il Bolognesi, nelle presentazioni pubbliche dell’opera, ha più volte evidenziato un aggettivo che ritorna come un leitmotiv nella stragrande maggioranza dei reportage di viaggio: la nostra città è definita “antica”. Il termine ha principalmente un carattere positivo, onorifico ma, collegato ad altri che ricorrono con altrettanta frequenza – silenziosa, decadente, desertica… morta –, assume, di certo, un aspetto meno glorificante.

Eugéne Melchior De Vogüé

Quest’ultimo aggettivo, «morta», sarà accompagnato, in quello che diverrà uno stereotipo da cui sarà davvero difficile liberarsi, dal termine «dolce», da ascriversi all’intuito del visconte Eugène Melchior De Vogüé (1848-1910), diplomatico e scrittore francese, che visitò la città nel maggio del 1893, dedicandole un articolo dal titolo À Ravenne, che ebbe una notevole eco, dal momento che fu pubblicato sulla celeberrima «Revue des deux mondes».6 La magnifica descrizione dell’arrivo nella nostra città è la summa degli stereotipi, veri o falsi, di Ravenna: «Il treno si ferma, si discende in una piazza deserta. Avvolta in questo lenzuolo di vegetazione, una piccola città a tinte rugginose, vuota, silenziosa, emerge come un oggetto antico e disusato, con l’aria di una vecchia d’altri tempi dimenticata insepolta. È Ravenna, la dolce morta, la Bisanzio occidentale».7 Difficile ritrovare in un altro viaggiatore un così alto concentrato di sentenze, destinate a durare, sulla città. Ma non è finita. Il De Vogüé vede Ravenna come il luogo in cui sono venute a morire grandi anime del passato: «Qui vennero a spirare, annichilirsi e infine riposare le più grandi anime che l’umanità abbia conosciuto, l’anima di Roma, l’anima di Dante […]». È stato poi per un «inaspettato capriccio della storia» che la «civiltà s’è concentrata per un istante in questo luogo»,8 prima di eclissarsi per lungo tempo (e da Ravenna, sembra intuire, per sempre). Ravenna, dunque, ultimo rifugio non solo per Dante, come scrisse Corrado Ricci,9 ma altresì per l’ex glorioso e ormai agonizzante impero romano. Anche la grande Roma, dunque, per settantaquattro anni, le fu soggetta – il De Vogüé la definisce, un po’ sprezzantemente, «la prefettura abbandonata sulle sponde del Tevere». Ma il visconte non riesce a racchiudere in un’unica immagine Ravenna e si chiede: «Quello che si vede qui è un resto latino o un promontorio avamposto d’Orien­te?». Non si può rispondere in modo univoco, perché Ravenna è una «città ibrida». Nel suo crogiuolo tutto si trasforma in modo metamorfico: «l’arte pagana diventa cristiana, l’Augusto italico […] diviene greco, i re barbari […] assumono il ruolo di Cesari […]». Ma ciò, ormai, non esiste più, perché nella Ravenna attuale tutto si è «ritirato»: «la vita e il mare».
La storia, qui, non si è solo ritratta, ma è anche “sprofondata” sotto terra: «I secoli l’hanno sommersa [sc. Ravenna] insieme a queste terre d’apporto, in cui occorre cercare a due metri di profondità il suolo antico e le basi delle colonne».

Ravenna, grazie a ciò, «si è conservata quasi intatta», come le città dei faraoni «nel limo del Nilo».

Se dunque, per questa sua caratteristica, il De Vogüé la chiama, lapidariamente, «la tomba delle tombe», il visconte però non accetta lo stereotipo di tanti viaggiatori che l’hanno preceduto, e che hanno dipinto Ravenna come «lugubre, desolata…»: «Ravenna non è lugubre. – egli ribatte – È la dolce morta. Non c’è orrore intorno a lei, perché non c’è lotta della vita contro la normale dissoluzione; perché non c’è niente di reale, in questo fantasma di un momento storico lontanissimo […]. Non c’è che pace, con un fascino infinito, sopra queste ceneri così poco disturbate».10 Quello che può sembrare un giudizio meno duro rispetto a quello di altri viaggiatori, è in realtà un de profundis definitivo sulla città. Se anche la morte è dolce in questa città, come potrà mai, la “bella addormentata”, risvegliarsi da quel sonno eterno? Ecco perché, anche nel luogo in cui maggiori dovrebbero essere la vitalità e la passione – il teatro Alighieri – in realtà quelle persone che il visconte v’incontra e che gli vengono presentate non sono che “illusioni”, o meglio le dramatis personæ dei mosaici che, per un momento, hanno abbandonato le pareti delle basiliche per incontrarsi di fronte a un palco: «Il popolo dei mosaici scende la sera in questa sala; – scrive magnificamente De Vogüé – il corteggio delle dame bianche s’è sparso in questi palchi. […] mi presentano a personaggi che sembrano reali, il signor Senatore, il signor Prefetto, il signor Sindaco; hanno propositi contemporanei, parlano dell’inquietante siccità, degli affari locali e di quelli generali […]». Ma il visconte vede assai bene cosa si nasconde dietro quell’«Illusione» fuorviante: in realtà, quelle figure sono «[…] logoteti, curopalati, sono le compagne di Galla Placidia; spettri usciti dai sarcofagi, larve attratte dal chiarore delle scale per godere di una fiaba, vane ma sensibili per un istante, come il suono che esce da un violino». Il visconte ne è certo; si è trattato di una messinscena, di un’illusione teatrale: «Non c’è altro modo di spiegare questa apparizione, poiché non ho trovato traccia di questi esseri notturni, l’indomani, nella città delle case con le porte chiuse…»11 (meno male che, oggi, non è più così…). E qui non si può non pensare al buon signor Dido e a quel suo: «Ravenna è abbottonata fino al pomo d’Adamo nel suo abito di pietra».12
Ravenna è davvero, però, tutta un’illusione? Il De Vogüé non può mancare di fare una visita alla “selva oscura” di Dante, la Pineta. Dopo averne riscontrato i danni dovuti «a qualche inverno troppo duro», e una volta uscito da «questo labirinto»13 di colonne arboree,14 gli viene incontro «uno spettacolo magico»: la visione di un luogo, né terra, né mare, che s’intravede tra «le arcate dei grandi pini, immobili e neri […]». Si tratta di «una piana indefinibile, steppa, torbiera, palude, [che] srotola la sua tela vuota fino alle linee incerte del mare»,15 come uno di quei mari del nord dipinti da Caspar David Friedrich, o come un paesaggio fiammingo-olandese o nilotico.16 E in questo apparente “deserto” – altra parola chiave che ritorna continuamente nei memoriali dei viaggiatori stranieri – dove di primo acchito non v’è «nessun accadimento, nessun movimento», in realtà qualcosa si muove. È, come scrive il De Vogüé, «un’apparizione fantastica», in cui «grandi vele, dai vivaci toni arancioni e color zafferano, si spostano lentamente rasoterra, senza che si scorgano le barche che le portano nei canali: un miraggio in più, oltre a quelli che il baluginare di un’aria bruciante fa tremare sui piani lontani di questa solitudine».17
Non vi viene in mente qualcosa? A volte la storia si contrae e ieri e oggi non sono che parole senza senso. Vi do qualche indizio: il De Vogüé parla di “deserto”, di “barche” che s’intravedono tra i pini neri e la “pialassa” e, infine, di un “miraggio”. Certo che vi ricordate: è la famosa sequenza di Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni in cui, come in un sogno, all’improvviso una grande nave da cargo sembra attraversare la pineta, come se non ci fosse sotto l’acqua, ma come se la chiglia della nave sfiorasse soltanto il terreno. Con l’albero di metallo che sembra un tronco di pino in movimento.
Direi che non c’è miglior modo di lasciarci. Ravenna: un “deserto”, un “miraggio”… in movimento. Verso che cosa? Ce lo diranno, sicuramente, i futuri viaggiatori.

 

Note

1. Wim Wenders, L’atto di vedere / The Act of Seeing, Milano, Ubulibri, 1992, p. 36.
2. Wim Wenders, Conferenza presso la Triennale di Milano, 1994, citata in Paolo Federico Colusso, Wim Wenders. Paesaggi luoghi città, Torino, Testo & Immagine, 1998, p. 20.
3. Alice nelle città.
4. Fino alla fine del mondo.
5. Lo hanno giustamente notato i due autori-curatori del volume nel bel saggio iniziale dal titolo: L’immagine di Ravenna e del suo territorio tra Otto e Novecento: gli stereotipi e la realtà: cfr. pp. 18-19. E l’ha colto anche Simone Weil. Cfr. il mio articolo Simone e le “grazie” di Ravenna (1937), in «Casa Premium», n. 103, gennaio-febbraio 2016, pp. 42-47.
6. Del 15 giugno 1893, pp. 925-940.
7. Eugène Melchior De Vogüé, A Ravenna, trad. it. parziale di Eraldo Baldini, in Eraldo Baldini, Dante Bolognesi, Il richiamo di Ravenna. La città e i suoi dintorni secondo i visitatori stranieri 1800-1960, Ravenna, Longo Editore, 2015, pp. 223-228: 224.
8. Le tre citazioni sono tratte ibid.
9. Cfr. Corrado Ricci, L’ultimo rifugio di Dante Alighieri, Milano, Ulrico Hoepli, 1891; Id., L’ultimo rifugio di Dante, seconda edizione con ventidue illustrazioni e diciassette tavole, Milano, Ulrico Hoepli, 1921; Id., L’ultimo rifugio di Dante, Nuova edizione con 47 illustrazioni, premessa e appendice di aggiornamento a cura di Eugenio Chiarini, Ravenna, Edizioni Dante di A. Longo, 1965.
10. Le dodici citazioni sono tratte da E. M. De Vogüé, A Ravenna, cit., p. 224.
11. Le quattro citazioni sono tratte ibid., p. 226.
12. Alberto Savinio, Il signor Dido, Milano, Adelphi, 1978, 19923, capitolo: Sentimento di Ravenna, pp. 103-108: 104. Cfr. il mio articolo Il signor Dido e la città “abbottonata”. Sentimento di Ravenna di Alberto Savinio (1951), in «Casa Premium», n. 104, marzo 2016, pp. 36-40.
13. Le due citazioni sono tratte da E. M. De Vogüé, A Ravenna, cit., p. 227.
14. Cfr. ibid.
15. Le tre citazioni sono tratte ibid.
16. Il paragone con le Fiandre/Paesi Bassi e con l’Egitto ritorna, in entrambi i casi, ben due volte nell’articolo del De Vogüé: «[…] una sorta di Fiandra verde, umida», ibid., p. 224 e «Un cielo sovente opaco, una terra grassa, acquitrinosa, che produce e divora, paludi tiepide, simili all’Olanda o al delta del Nilo», ibid., p. 226. Per l’altra citazione dell’Egitto, si veda, supra, nel testo, e nota 10.
17. Le tre citazioni sono tratte ibid., p. 227.