Pulp fiction da riviera

Pasolini e la «ragazzaglia» ravennate (1959)

Di Pasolini è piuttosto nota la poesia dedicata al “mausoleo” di Galla Placidia.1 Assai meno che un po’ degli umori della città scorrono nel sangue di uno dei più grandi intellettuali di quello che è stato chiamato, a torto o a ragione, il “secolo breve”. Sì, perché il padre di Pier Paolo era proprio ravennate, di una delle tante ramificazioni dei Pasolini. La «cara domestica Ravenna» è un «tappeto orientale», lo sappiamo… ma i ravennati? Che cosa pensa degli abitanti della “malinconica”2 città il “ragazzo di vita”?
Pier Paolo calcò il nostro suolo, per meglio dire le nostre spiagge, nell’agosto del 1959, nel corso di un reportage in tre puntate sulle coste italiane commissionatogli dal mensile “Successo”, dal titolo: La lunga strada di sabbia.3
Questa strada lo porta un bel giorno sul lido di Marina di Ravenna, che Pier Paolo chiama ancora Porto Corsini (i vecchi toponimi sono assai tenaci). Qui si ferma solo qualche ora, ma il suo lucido sguardo coglie immediatamente il genius loci degli “indigeni”. Sì perché Pasolini ci guarda come se fossimo dei selvaggi e lui fosse capitato in un’isola degna dei Viaggi di Gulliver.
Poche, affossanti parole: «Spiaggia per soli ravennati» (ormai di nuovo vero, dopo il fallimento del “sistema Marina” degli anni del boom e il ritorno a una dimensione più “domestica”). «Il mare di lacca», la spiaggia4 «di calce»: noi, forse, li possiamo immaginare così, ma non riusciamo a dirlo, altrimenti saremmo dei poeti.
Ma Pasolini è autore “di frontiera”, e non indulge in elegie: «Qui infuria la ra­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­g­az­zaglia della periferia, del contado, del proletariato» che lavora nelle fabbriche, «quasi nuove cattedrali, nuovi Sant’Apollinari». Ravenna è un’«isola», un’«a­rea marginale»: non può che essere «conservatrice». Mac­ché «Bi­zantini», piuttosto «Goti», forse.
Ma è la fisiognomica che ci frega: «Questi giovani, piccoli di cranio, grossi di mascella, nasuti, sono scatenati». Uno scenario da grandguignol, che non sarebbe spiaciuto al fin troppo lodato Quentin Tarantino: «urla animali», sputi, tentativi di speronamento con una barca a vela contro degli ignari bagnanti: «roba da spappolargli il cranio».

Le foto dell’articolo ritraggono il molo di Marina di Ravenna/Porto Corsini tra le fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta, Archivio Danilo Montanari editore. Ringrazio di cuore l’amico Danilo per averne permesso la pubblicazione.

Note

1. Tappeto orientale, in “Il Caffè”, XI, n. 1, gennaio-febbraio 1963, ora in Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, Tomo primo, a cura e con uno scritto di Walter Siti, Saggio introduttivo di Fernando Bandini, Cronologia a cura di Nico Naldini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, pp. 1380-1382.
2. Il termine «malinconia» ritorna ben cinque volte nella lirica.
3. Cfr. “Successo”, I, n. 5, settembre 1959; le prime due puntate erano apparse nei nn. 3 del 4 luglio e 4 del 14 agosto. Il brano – ripubblicato con tutta l’inchiesta in Pier Paolo Pasolini, Romanzi e Racconti, Volume primo: 1946-1961, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude con due saggi di Walter Siti, Cronologia a cura di Nico Naldini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1998, pp. 1479-1526: 1521 e, da solo, in Danilo Montanari, Volo d’angelo, Brescia, Edizioni l’Obliquo, 2000, p. 51 – compare ora, assieme a tutto il reportage, in Pier Paolo Pasolini, La lunga estate di sabbia, fotografie Philippe Séclier, Roma, Contrasto, 2014, p. 201 (il passo del dattiloscritto originale è riprodotto a p. 207).
4. Nel dattiloscritto, «spiaggia» sostituisce un precedente «sabbia», parola cancellata da Pasolini con una serie di “x”, come si faceva una volta, quando ancora si utilizzava la macchina da scrivere.