Dieci anni fa nasceva Marinara, storia di un porto turistico in cerca di se stesso

Nel 2007 l’inaugurazione: da allora alti e bassi tra scelte avventate e gestioni poco trasparenti. Ora spetta a una coop agricola il decollo definitivo

Altomarinara

C’erano le miss sorridenti in abito nero che reggevano il nastro in mezzo alla piazza, c’era la soddisfazione delle autorità non solo locali e c’era una grande torta di frutta colorata in cui affondare la lama del coltello per spartirsi le fette. Il 22 giugno del 2007 a Marina di Ravenna si inaugurava il primo lotto a terra del porto turistico Marinara: 18 appartamenti, 18 negozi, il prolungamento di piazza Dora Markus e mille posti auto. In precedenza erano già stati realizzati i pontili sull’acqua per un migliaio di posti barca. Stava prendendo forma un progetto ambizioso: l’approdo più grande dell’Adriatico nella patria dell’happy hour e del turismo low cost mordi e fuggi.

Attorno all’area inaugurata c’erano ancora le gru e le transenne di un cantiere in corso: complessivamente l’avanzamento dei lavori a quell’epoca era arrivato al 66 percento. Dieci anni dopo manca ancora un 2-3 percento per raggiungere il completamento. Dalla società titolare della concessione demaniale (Seaser) su cui poggia tutto il porto fanno sapere che «la procedura sta seguendo il suo iter amministrativo, la variante è stata presentata circa un anno e mezzo fa e sta procedendo in modo consono per la peculiarità dell’opera e per la sua importanza in materia demaniale». Proprio quest’ultimo è un aspetto non secondario di tutto l’intervento: la parte a terra e a maggior ragione lo specchio d’acqua sono di proprietà dello Stato che ha rilasciato un diritto di superficie per cinquantanni.

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Il decennio trascorso è stato segnato per la maggior parte del tempo più da polemiche e scivoloni che da successi. I sogni di una nuova Porto Cervo con piadina e squacquerone sono rimasti sogni. Complice anche un tempismo sconvolgente: il taglio del nastro è arrivato al momento giusto per prendersi in faccia, proprio nella delicata fase di decollo, tutto il vento contrario di una delle crisi più dure di sempre, in senso generale per l’economia e in senso più particolare per il diportismo. Poi alcune scelte gestionali, non solo valutate a posteriori, sono sembrate avventate e hanno fatto il resto.

Va tenuto a mente che cioè che ora si vede a Marina di Ravenna è il risultato di una visione immaginata addirittura trent’anni fa quando il Comune cominciò a pensare a un approdo turistico come volano della località. Per promuovere l’iter nella prima metà degli anni Ottanta nacque quindi il consorzio Marinara, un soggetto privato con una regia pubblica: il 50 percento delle quote era di Palazzo Merlato, che mise anche le garanzie per una fideiussione, e il resto era diviso fra cinque società sportive titolari di concessioni demaniali per le rispettivi attività in mare. Alla presidenza del consorzio un assessore comunale. Venne affidata la progettazione a uno studio di architettura per un costo di 1,2 miliardi di vecchie lire. La rotta era impostata. Ma la strada si dimostrò in salita da subito. Contrasti, rivalità personali e appetiti economici sfociarono in cause legali, ricorsi in tribunale e rallentamenti. In un clima avvelenato la ricerca di finanziatori per l’avvio del cantiere si rivelò sterile. Gli scontri più aspri si ebbero ancora prima di mettere in moto le ruspe.

A svolgere i lavori, dopo aver ottenuto la concessione demaniale cinquantennale, è stata la società Seaser, realtà privata comparsa sulla scena accanto al consorzio e subentrata al suo posto un passo alla volta (nel 2001 lo scioglimento del consorzio). Seaser significava Cmr, la Cooperativa muratori riuniti di Filo di Argenta aveva la maggioranza delle quote della concessionaria e ha svolto i lavori: porti e morti furono per anni il core business della coop che in varie parti d’Italia si lanciò nella costruzione di approdi costieri e cimiteri. A reggere le redini dal momento in cui partirono i lavori una coppia che fino a quel momento non aveva conosciuto particolari esperienze nella gestione di strutture pensate per il diportismo: l’ingegnere Pier Bruno Caravita e la moglie Patrizia Odessa. Il primo compariva sia in Seaser come presidente che in Cmr come direttore generale. Il fallimento della coop controllante, dichiarato dal tribunale nel 2011 e per cui si sta celebrando il processo per bancaratto a Ferrara, non ha facilitato le cose.

C’è stata anche una parentesi in cui la gestione è passata per le mani di Italia Navigando, braccio operativo sotto il controllo del ministero del Tesoro, ma è finito tutto con un flop. Oggi l’intero pacchetto di azioni di Seaser – esposta nei confronti di due banche per alcune decine di milioni di euro e protagonista di un piano di rientro che scade nel 2023, è in mano a Sorgeva, cooperativa agricola di Argenta. L’amministratore unico nella cittadella è Davide Sinigaglia. A lui e alla società di marketing Vendere 2.0 il compito di riuscire dove tanti hanno fallito negli ultimi dieci anni.

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