Poggiali assolta, la difesa: «Un processo da un contagio collettivo di pregiudizi»

In primo grado l’ergastolo, in appello “il fatto non sussiste”: nel 2014 la 45enne ex infermiera non ha ucciso la paziente morta nel suo reparto all’ospedale di Lugo. L’avvocato Valgimigli: «Decesso per cause naturali. Era mancato il diritto a un giusto processo». La donna torna a casa «tra gli affetti dei suoi cari che non sono mai mancati in tre anni di carcere»

Daniela Poggiali in aula a Ravenna

«Non è stato un omicidio, non c’è stata una iniezione letale di potassio: Rosa Calderoni è morta per cause naturali e Daniela Poggiali è finita a processo per un contagio collettivo di pregiudizi ma ora è una donna libera dopo l’ergastolo di primo grado». L’avvocato Lorenzo Valgimigli, raggiunto al telefono, traduce così la formula “il fatto non sussiste” con cui la corte d’assise d’appello dopo una camera di consiglio di due ore e mezzo ha assolto la 45enne ex infermiera dell’ospedale di Lugo condannata in primo grado al fine pena mai per l’omicidio di una paziente 78enne deceduta l’8 aprile 2014 durante il ricovero nel suo reparto all’Umberto I. «Avevo parlato di scalata dell’Himalaya quando ho preso in mano il caso… pare che ci siamo riusciti anche se è un giudizio provvisorio e potrà esserci ricorso in Cassazione».

La lettura del dispositivo di assoluzione ha reso immediatamente esecutiva la scarcerazione: la donna è stata riaccompagnata in carcere per le pratiche burocratiche e ora è libera di tornare alla propria abitazione di Giovecca. In cella era entrata la prima volta a ottobre del 2014 in custodia cautelare. «Non ho avuto modo nemmeno di scambiare due battute dopo la sentenza – dice il legale che ha preso la difesa dell’imputata solo dopo il primo grado – ma ho incrociato i suoi occhi e aveva uno sguardo che era tutto un programma».

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La perizia medico-legale richiesta dai giudici d’appello e depositata a fine giugno aveva aperto uno spiraglio importante a favore della difesa: «Prima di tutto ci tengo a ricordare che parliamo di una perizia disposta dalla corte accogliendo una nostra istanza. Dopo averla letta le speranze sinceramente c’erano ma fino alla lettura del dispositivo era difficile potersi sentire sicuri». La perizia in buona sostanza afferma che non è imputabile con certezza la morte a cause esterne: «In primo grado è mancato l’approfondimento scientifico, il giudice ha deciso di fare il perito dei periti senza avvalersi di una consulenza super partes ma decidendo sulla scorta di quanto fornito dalle parti. Al primo vaglio terzo e imparziale è arrivato un parere importante. Voglio ringraziare gli straordinari professonisti che hanno collaborato con noi permettendoci di costruire un’istanza che ha portato la corte ad approfondire». Perché su questo si è giocato il tutto: «In parole povere abbiamo detto ai giudici “voi dovete approfondire il caso perché a Ravenna è mancata una perizia”. Daniela aveva diritto al giusto processo e per dimostrare che così non è stato l’unico modo era fare una perizia».

Quasi tre anni di carcere, una reputazione schiacciata da un’accusa pesantissima, una vita stravolta in tutto e ora una sentenza di assoluzione. Il ritorno alla vita normale è ora il passo più complesso: «La libertà tanto agognata non sarà facile da affrontare ora – conclude Valgimigli –. Ma Daniela è una donna di Giovecca e le donne di Giovecca sono abituate a soffrire, discendenti di quelle donne che subirono un pesante martirio durante la guerra di Resistenza. Daniela ha dimostrato di saper reggere la pressione con una forza di carattere del tutto inusuale, una fierezza femminile che da molti è stata interpretata a suo danno. Le servirà tempo ora ma può contare sugli affetti dei suoi cari che non sono mai mancati».

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