«Cagnoni fa da calamita per la nostra aggressività latente»

Lo psicologo Enrico Ravaglia segue il processo per uxoricidio e concentra la sua attenzione non solo sull’imputato ma anche sul numeroso pubblico che riempie l’aula. Il 13 aprile in programma la 22esima udienza con l’esame dei testi della difesa

Cagnoni ZaniEnrico Ravaglia, psicologo psicoterapeuta (autore della nostra rubrica quindicinale “La posta del cuore”), è tra coloro che stanno seguendo ogni venerdì o quasi le udienze del processo.

Dottor Ravaglia, perché segue il processo?
«Per osservare e cercare di capire. Forse con l’eccezione, rispetto ad altre persone in aula, che il mio sguardo non si ferma a Cagnoni. Mi interessano anche le dinamiche del pubblico, quanto mormora a bassa voce durante le udienze e che poi esplicita dopo, nelle pause. Frasi trattenute con fatica a causa del “religioso silenzio” che giustamente il presidente Schiaretti tenta di imporre ad un pubblico poco capace di trattenere un giudizio immediato».

Secondo lei, perché suscita tanto interesse in tante persone?
«Ci sono più ragioni. Credo purtroppo che le meno abbiano a che fare con la vittima, con sentimenti di vera vicinanza nei suoi confronti. Per il pubblico il protagonista è Cagnoni, non Giulia, è brutto dirlo, ma mi pare di percepire questo. Il voyerismo è sicuramente tra le ragioni che contribuiscono a riempire l’aula. Faccio un esempio che sembra distante ma penso pertinente alla situazione: quando c’è un incidente in strada le code si formano soprattutto perché le persone rallentano a guardare, protette dall’abitacolo della propria auto integra, dettaglio non marginale. Poi il pubblico, prevalentemente femminile, ha eletto Cagnoni fin dall’inizio come “uomo del male” a sintesi e rappresentazione delle proprie esperienze negative, più o meno importanti, con il genere maschile che ogni donna ha inevitabilmente vissuto nella propria vita. Ad oggi gli elementi che indirizzano alla colpevolezza dell’imputato sono molti ma questa dinamica compariva già della prima udienza. Cagnoni ha anche un’altra funzione: fa da calamita per la nostra aggressività latente».

Si è fatto un’idea del profilo psicologico della vittima, sulle basi delle testimonianze?
«Una persona normale. Desidero esprimere tutta la solidarietà possibile per quanto è successo alla signora Ballestri, ma se vogliamo dare un giudizio obbiettivo non dobbiamo cadere in quella dinamica per cui le persone morte diventano sempre migliori rispetto a quanto erano in vita. Probabilmente era una donna che cercava di conciliare il suo ruolo di madre con le proprie esigenze affettive ed identitarie. Si ritrovava a dover mediare tra un uomo con cui non voleva più stare, il desiderio di una nuova realtà affettiva e l’affermazione di un proprio ruolo autonomo. Ma anche una donna sofferente e spaventata, perché “fabulante”, come la definisce Cagnoni in aula, o meno, inviava messaggi disperati e pieni di terrore».

Rava

Enrico Ravaglia

E dell’imputato?
«È certamente un uomo complesso e dalle molte sfaccettature. Stiamo con quanto si è visto in aula per essere i più neutrali possibile. Cagnoni è lo stesso che si è sentito dire dall’avvocato Scudellari, legale per la famiglia Ballastri “lei scrive molto bene e parla ancora meglio”, ma è anche quello che ha dato della “vacca”, in un’altra udienza, alla madre di Giulia. È quello che in un’aula strapiena di persone, tutte per ascoltarlo con attenzione estrema, a partire dai giudici e dal pm, situazione che avrebbe intimorito chiunque, chiede di togliere il microfono dall’asta e inizia a parlare con una padronanza superiore a quella di un giornalista televisivo. Ma è anche quello che fugge dalla finestra, quello che soffre di attacchi di panico, di momenti di irragionevole paura. Sicuramente il carcere non piace a nessuno, ma probabilmente Cagnoni lo sopporta peggio degli altri. Non so se le tante lettere scritte dalla cella agli amici siano state un tentativo per depistare, credo certamente servissero per mantenere un percepito legame, anche se virtuale, con il “mondo di prima”. E, seppur nella drammaticità della questione, mi sono fatto l’idea che il venerdì, il giorno dell’udienza, possa essere per lui un giorno gradito, dove può indossare i vestiti eleganti che vestiva prima, dove è indiscusso protagonista, e dove, più che parlare con un altro carcerato, si può confrontare con una serie di persone di alto livello, a partire dal pm, anche se questi argomenta per convincere la corte a dargli l’ergastolo».

I rei di femminicidio che tratti psicologici hanno in comune?
«Li accomuna il fallimento della metafora. La tensione emotiva di queste persone non può essere più padroneggiata e gestita con la metafora, cioè il simbolico. È come che venga a mancare un apparato capace di metabolizzare e mentalizzare. L’agito violento diventa quindi l’unica alternativa».

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