Cagnoni parla 6 ore ma non sa spiegare le sue impronte con il sangue di Giulia

Diciannovesima udienza / L’interrogatorio del dermatologo: per quasi tutte le prove portate dall’accusa ha uno scenario alternativo a quello che lo inchioderebbe all’ergastolo per l’omicidio della moglie con premeditazione e crudeltà. L’imputato ipotizza che la donna sia stata uccisa da una banda di ladri acrobati. Pubblico in fila davanti ai cancelli chiusi prima del via, corte d’assise troppo piccola per tutti: diversi sono rimasti fuori

ZAN 4208 CopiaHa fornito una spiegazione alternativa a lui favorevole, più o meno verosimile, per tutte le circostanze del castello accusatorio tranne per quella che pesa più di tutte: di fronte alla prova regina del processo, le impronte rilevate dalla polizia scientifica sul sangue della vittima e attribuitegli con un sistema di dattiloscopia riconosciuto a livello internazionale, ha saputo solo dire che non sono sue perché quell’omicidio non l’ha commesso. Per cinque ore Matteo Cagnoni ha risposto alle domande della procura nella diciannovesima udienza in corte d’assise a Ravenna, stamani 23 marzo: rischia l’ergastolo se verrà ritenuto colpevole di aver ucciso la moglie Giulia Ballestri con premeditazione o crudeltà il 16 settembre 2016 nella villa disabitata di via Padre Genocchi di proprietà della famiglia dell’imputato. L’interrogatorio delle parti civili è durato un’ora, lunedì 26 dalle 14 l’esame della difesa.

Cagnoni«Non mi dichiaro responsabile», sono state le prime parole pronunciate da Cagnoni per rispondere alla domanda facilmente immaginabile. Gli sono bastati una decina di minuti per prendere confidenza con la scomoda sedia al banco dei testimoni, sorvegliato a vista da due agenti della polizia penitenziaria. Dieci minuti in cui la postura curva mostrava una comprensibile tensione e non bastavano l’elegante spezzato chiaro e la raffinata cravatta perla a darne un’immagine di uomo a suo agio. E confondere il 2016 con il 2017 come anno della morte della moglie non è sembrato un bell’inizio. Poi con il passare delle ore il dermatologo, che compirà 53 anni in aprile, ha guadagnato sicurezza nei gesti e nelle pose del corpo. Voce chiara, sguardo diretto alle parti, frequenti sorsate di acqua spesso prima delle risposte più delicate. A partire dall’agilità con cui maneggiava il microfono tenendolo in mano e non lasciandolo sull’asta, ha mostrato di essere abituato a parlare in pubblico, anche se in ben altre sedi. E di pubblico ce n’era mai come prima: «Solo posti in piedi», il commento sarcastico dell’avvocato Giovanni Trombini alla vista di oltre trecento persone in aula, con gente che si è presentata davanti ai cancelli del tribunale con oltre un’ora di anticipo rispetto all’apertura e in parte non è riuscita a entrare per l’eccessivo affollamento. Poco dopo l’inizio il presidente della corte Corrado Schiaretti è stato costretto a chiedere «religioso silenzio» ai presenti.

Gli assassini? «Ladri acrobati strafatti di cocaina»
Uno dopo l’altro il pubblico ministero, rappresentato dal procuratore capo Alessandro Mancini (intervenuto in una circostanza per la prima volta dall’inizio del processo) e dal sostituto Cristina D’Aniello, ha passato in rassegna i temi emersi in sei mesi di udienze in cui sono stati ascoltati ottanta testimoni dell’accusa. Ma è stato durante le domande dell’avvocato Giovanni Scudellari, che tutela i familiari della vittima, che l’imputato ha ipotizzato un altro scenario per spiegare l’omicidio di cui si dichiara innocente: «Siamo usciti insieme dalla casa e per un minuto sono rimasto seduto in auto fermo a guardarla nello specchietto retrovisore mentre si allontanava a piedi nel parco e mi rendevo conto che stava finendo il mio matrimonio. Poi io sono andato via. Forse lei aveva dimenticato il telefono nella casa e più tardi è rientrata ma ha trovato dei ladri. Esistono bande capaci di arrampicarsi anche ad altezze elevate, li chiamano ladri acrobati. È possibile che Giulia li abbia aggrediti perché è nella sua indole ma abbia scatenato la loro reazione. Per essere così violenta dovevano per forza essere più di uno e strafatti di cocaina».

L’ultimo incontro? «Sotto casa»
Se in quella casa è tornata non l’ha fatto subito. Se prendiamo per buona la versione dell’imputato infatti verso mezzogiorno del 16 settembre 2016 i coniugi si sarebbero incrociati casualmente sotto casa in via Giordano Bruno (per la procura a quell’ora Giulia era agonizzante nello scantinato). Lui era stato in casa a farsi una doccia – «Anche due o tre al giorno, ci tengo a essere in ordine e pulito» – ed era appena sceso con le valigie chiuse dalla domestica e stava andando a prendere i figli a scuola per andare a Firenze dai genitori: «Le mi confermò che non sarebbe venuta con noi e che si sarebbe organizzata per conto suo nel weekend. Io interpretai le sue parole come la volontà di passare il fine settimana con l’amante, non necessariamente il Bezzi perché sono convinto che avesse anche un altro. Ormai eravamo separati e io andai per la mia strada». Per tutta l’audizione Cagnoni parlerà della coppia usando l’espressione separati riferendosi all’incontro del 13 settembre da un avvocato di Forlì ma da quel confronto non era uscito alcun accordo e nessuna firma. Sotto casa la donna gli dice che stava per andare a fare la spesa, lui le allunga cento euro poi monta in auto «e non ho visto dove andò lei».

Killer mancino? «Io ho l’artrite»
La ricostruzione della scientifica ipotizza che l’aggressione alla donna si sia conclusa facendole sbattere il volto contro lo spigolo vivo di un muro in cantina, dopo 30-40 minuti di percosse a bastonate. L’impronta di una mano destra su quel muro fa pensare che sia dovuta all’appoggio dell’assassino mentre usa la sinistra per il massacro. Quindi un killer mancino, circostanza compatibile con Cagnoni: «Ormai sono destrimano a causa dell’artrite psorisiaca che mi permette solo di scrivere con la sinistra ma non di stringere o di prendere qualcuno e sbatterlo al muro come pensate voi».

Il sangue di Giulia sui jeans di Matteo? «Si tagliò con un vetro»
Nella villa dei genitori dell’imputato a Firenze furono trovati un paio di suoi jeans con tracce di sangue della vittima. Non sono l’esito della «mattanza», come l’ha più volte chiamata il pm, ma l’involontaria conseguenza di un gesto di cura. A luglio del 2016 la donna si sarebbe tagliata un dito ferendosi in un vetro che qualcuno aveva attaccato per dispetto sul lunotto posteriore della vettura dell’uomo nascondendolo sotto gli aghi di pino: «Penso fosse un regalino diretto a me – dice Cagnoni –. Il taglio aveva raggiunto un arteriola e zampillava. Qualche goccia arrivò sui pantaloni miei ma non così tanto da sembrare sporchi e così sono finiti in armadio come stavano». In quella stessa circostanza si sarebbero anche sporcati gli scarponcini Timberland del padre trovati a Firenze e, secondo Matteo, indossati dal genitore a Marina Romea quando lo aiutò a suturare il dito della consorte.

Il bastone nella villa? «Lo portò Giulia per difendersi dai ladri»
Al primo piano della villa del delitto – «La chiamavamo casa dei nonni, nessuno l’ha mai chiamata casa degli spiriti e non sono mai state fatte sedute spiritiche» – viene trovato un bastone di circa 55 centimetri di lunghezza e 6 di diametro con sangue di Giulia e dna della famiglia Cagnoni. La perizia botanica dice che è compatibile con i pini domestici abbattuti nell’aprile 2016 nel giardino della casa al mare e con la catasta trovata nel garage dell’abitazione familiare in via Giordano Bruno a Ravenna: «È possibile. E il mio dna può esserci perché mi sono occupato io di trasportare quei tronchi da Marina a Ravenna per il camino. Però non l’ho portato in via Genocchi, forse l’aveva portato Giulia in precedenza come strumento di difesa perché le dicevamo che in quella casa non doveva andare da sola». La procura invece pensa il contrario e lo giudica un elemento per la premeditazione.

Cagnoni ZaniLa fuga notturna a Firenze? «Il quarto attacco di panico dovuto alla polizia»
La notte tra il 18 e il 19 settembre del 2016 la polizia arriva a casa Cagnoni a Firenze e Matteo fugge da una finestra poco dopo l’1 per tornare solo alcune ore più tardi. Quel tentativo di fuga è uno dei motivi per cui l’uomo è ancora detenuto in carcere in custodia cautelare. «Ero in casa con mia madre e sentimmo dei rumori nel giardino e guardando dalla finestra vidi 7-8 persone nel buio che avanzavano con le pistole in mano. Cominciò a salirmi uno stato d’ansia fino a diventare insostenibile e scappai». Sarebbe il quarto caso davanti alle divise. Il primo, lo ricorda in aula, è quasi da film: «Avevo 20 anni, su un aereo incontrai una bella ragazza e ci scambiammo i numeri di casa, lei segnò il mio in un’agenda. Pochi giorni dopo arrivò la polizia a casa mia perché quella ragazza era dei Nar e stavano indagando su tutti i numeri della sua agenda». La polizia entrò 40 minuti dopo mezzanotte. Alle 0.43 il dermatologo manda un messaggio alla segretaria dell’ambulatorio per disdire gli appuntamenti del lunedì: «È successa una tragedia». Quale tragedia se a quel punto ancora non poteva sapere della morte di Giulia? «Mia moglie era scomparsa da due giorni, la polizia scientifica a casa mia a Ravenna e secondo voi non è abbastanza per chiamarla tragedia? Non sono così cretino da uccidere mia moglie e poi mandare messaggi».

La telefonata nel cuore della notte all’avvocato? «Volevo un consulto»
Ventinove minuti dopo la mezzanotte tra domenica e lunedì Cagnoni chiamò l’avvocato Giovanni Trombini, che oggi è il suo difensore ma da quasi cinquant’anni è un amico. «La polizia mi cercava al telefono (non è ancora arrivata la pattuglia in villa, ndr) e insisteva perché andassi subito a Ravenna. Ero stanco e non me la sentivo, sarei andato al mattino. Per quanto ne sapevo in quel momento credevo volessero solo la mia firma sulla denuncia di scomparsa fatta da mio cognato. Ho chiesto un parere a Giovanni. Mi ha detto di aspettare una convocazione formale ma io deciso lo stesso che sarei andato. Stavo per comunicarlo al poliziotto che mi aveva telefonato ma arrivarono gli agenti nel mio giardino». La morte di Giulia dice che verrà a saperla solo alle 5 del mattino del 19 quando rientra nella villa e un poliziotto lo ferma: «Mi disse se te non c’entri con l’omicidio di tua moglie io mi faccio prete».

Giulia scomparsa? «Pensai all’abbandono del tetto coniugale»
Nello studio di Trombini a Bologna Cagnoni era stato già il pomeriggio della stessa domenica con il padre: «Da mia suocera e mio cognato a Ravenna sapevo che mia moglie non dava notizie. Io ero convinto fosse con l’amante e in quel momento ragionai sul fatto come se potesse essere necessario un cambio di strategia nella causa di separazione. Così andai da Trombini per un consulto e per poter parlare con un divorzista». Al gip nell’interrogatorio di garanzia dopo l’arresto non menzionò Trombini (penalista) ma solo il divorzista: «Può darsi mi fossi confuso in quello stato di agitazione in cui ero».

I cuscini sporchi di sangue? «Forse un rapporto sessuale con un altro»
Nella cantinetta di Firenze la polizia trovò due cuscini verdi provenienti dal salotto della villa del delitto, sporchi di sangue di Giulia. Li portò a Firenze l’imputato il venerdì 16. «Li avevo in macchina da giorni, li avevo trovati sporchi dentro la casa in occasione di un sopralluogo con mia moglie. Il sangue di Giulia? So che lei andava là dentro, forse erano stati spostati e usati come materasso per consumare un rapporto sessuale con qualcun altro, non necessariamente violento ma magari nel periodo del ciclo». Li portò in Toscana perché a lui non interessavano ma i genitori erano fissati perché disegnati da un architetto. La domenica li caricò in auto prima di partire per Bologna e poi li scaricò di nuovo quando rientrò a casa: «Li avevo lasciati dietro una siepe e li volevo mettere al coperto prima di partire ma mio padre aveva fretta e me li fece caricare in auto per non perdere tempo». Il pm fa notare che la partenza per Bologna avvenne alle 15.52, il carico in auto alle 10.47.

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