Il professore nella zona rossa: «Fa un po’ paura. Sarà lunga fino al 3 aprile…»

La testimonianza di un 38enne di Bagnacavallo che insegna a Ragioneria a Faenza e vive nel comune bolognese chiuso dalla Regione per la pericolosità del focolaio tra gli anziani del paese: «L’ho scoperto da Facebook all’alba quando mi ha svegliato mio figlio»

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Gabriele Trioschi, professore di Chimica a Ragioneria di Faenza, in una lezione online ai tempi delle scuole chiuse per il coronavirus

Si è svegliato alle 4.30 di un lunedì di metà marzo perché il figlio di sei mesi piangeva e su Facebook ha scoperto che le camionette dei carabinieri erano alle porte del suo paese per impedire ingressi e uscite. Così Gabriele Trioschi, 38enne di Bagnacavallo che vive a Medicina e insegna a Ragioneria di Faenza, ha saputo della zona rossa decisa dalla Regione Emilia-Romagna per il comune bolognese dalla mezzanotte tra il 15 e il 16 marzo. La diffusione della Covid-19 tra i sedicimila abitanti sta prendendo dimensioni preoccupanti. Al telefono Trioschi è sereno ma riconosce che «ritrovarsi in una zona rossa e sapere che non puoi uscire ha fatto salire un po’ di paura».

I dati su cui il presidente della Regione ha deciso per il drastico provvedimento (qui l’ordinanza integrale) parlavano 54 casi accertati, 8 decessi, 22 ricoveri in ospedale 5 dei quali in condizioni critiche in terapia intensiva e 24 casi in isolamento fiduciario domiciliare. A questi ultimi si sommano altri 102 soggetti costretti a stare nelle loro abitazioni a seguito di contatti con casi accertati di persone risultate positive al virus.

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«Mentre facevo colazione – ricorda il professore di Chimica – ho letto un post sulla bacheca del gruppo di paese di uno che aveva tentato di uscire, forse per lavoro, e gli era stato impedito. Devo dire che all’inizio ho pensato a un falso. Poi le segnalazioni aumentavano e alle 7 il sindaco ha fatto un video ed è diventato ufficiale». A conti fatti, dopo 24 ore di zona rossa, la quotidianità per Trioschi non è cambiata molto sul lato pratico: già da settimane lavorava da casa per la chiusura della scuola, la compagna è in maternità, molte attività in paese erano già chiuse e #IoRestoaCasa era un mantra già mandato a memoria da un po’. «Adesso c’è il pensiero che un’autocertificazione non basta più per andare a trovare i miei genitori a Bagnacavallo, hanno una certa età e mio padre ha qualche problema di salute».

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In rosso le linee che delimitano i confini della zona rossa

La notizia della particolare contagiosità e aggressività del ceppo medicinese del Sars-Cov-2, confermata nei documenti ufficiali dell’Ausl di Imola, si era già sparsa. Ma trovarsi l’esercito alle porte del paese è un’altra storia: «Se ti dicono che sei una zona rossa aumenta un po’ la sensazione di paura».

In paese possono proseguire solo le attività essenziali: supermercati e generi alimentari che vengono riforniti dall’esterno. Una ventina di negozianti – dal pizzaiolo al macellaio passsando per il fornaio e il gelataio – hanno fatto rete mettendo un annuncio sui social con il numero telefonico di ognuno per le consegne a domicilio: «Non ci sono quindi problemi di rifornimenti per mangiare. Però se prima si poteva contare sugli acquisti online per altri beni non alimentari, adesso il corriere con le consegne di Amazon non potrà entrare».

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La data sul calendario è il 3 aprile. Per il momento. «Se ci penso sembra ancora più pesante. Si sta in casa sempre, abbiamo un piccolissimo giardino per prendere una boccata d’aria ma le giornate sono lunghe. Sono saltati tutti gli orari. Ieri mattina alle 4.30 quando nostro figlio ci ha svegliato abbiamo fatto direttamente colazione…». Anche perché per Trioschi la scuola si è solo trasferita dalle aule faentine allo schermo del suo Mac sulla scrivania: «Sto facendo le stesse ore al mattino. Ma è molto più difficile». La scuola italiana non era proprio all’avanguardia su questi temi e sul campo sono emersi tutti gli ostacoli tecnologici alla didattica online: «Non tutti gli studenti a casa dispongono degli stessi strumenti. Qualcuno finisce il traffico dati sul telefono, qualcuno deve condividere il computer con fratelli o genitori che stanno lavorando da casa». E poi tutto il resto che serve per una lezione frontale: «Non c’è una lavagna e non vedo tutti in viso quindi non posso capire quanto sono attenti o quanto mi seguono. Ma continuiamo». Trioschi che fino all’anno scorso è stato vicepreside all’alberghiero di Riolo Terme si sforza di essere ottimista: «Voglio vederla anche come un momento di formazione per i docenti, tanti stanno imparando qualcosa che non sapevano usare. I ragazzi invece conoscono bene questi strumenti». E poi c’è sempre qualche siparietto che strappa un sorriso: «Casa mia non è enorme, se mio figlio strilla a volte si sente e me lo dicono gli studenti».

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