I centri antiviolenza: «Ci sorprende la mitezza della pena per il reo confesso»

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna con alcune considerazioni in merito all’entità della pena (24 anni), comminata dalla recente sentenza dalla corte d’assise del tribunale di Ravenna a Riccardo Pondi per l’omicidio della moglie Elisa Bravi nella notte del 19 dicembre 2019 a Glorie.

Abbiamo letto le motivazioni, recentemente depositate dalla Corte d’Assise di Ravenna, della sentenza di condanna di un uomo, reo confesso del femminicidio della giovane moglie, strozzata la notte del 19 dicembre 2019, tra le pareti domestiche. Nel processo si era costituita parte civile l’Associazione Demetra Donne in Aiuto, di Lugo, che aderisce a questo Coordinamento. Il caso è stato seguito, con particolare partecipazione, anche da Linea Rosa, pure nostra associata, che opera a Ravenna, città di provenienza della donna uccisa.

Da subito, la sentenza ci aveva sorprese per la mitezza della pena: ventiquattro anni di reclusione, a fronte di quella, edittale, dell’ergastolo (artt. 575- 577 c. 1 n. 1 c.p.).

Leggiamo che la Corte d’Assise ravennate ha riconosciuto al reo le circostanze attenuanti generiche (ravvisate, sostanzialmente, nell’asserito pentimento, nella corretta condotta processuale, nell’incensuratezza e nel fatto che, nel corso del processo, egli avesse donato i propri beni alle figlie) e le abbia ritenute equivalenti a tutte le aggravanti contestategli (lo status di coniuge della vittima, la violenza assistita alle figlie minori, la minorata difesa della vittima, perché l’aggressione avveniva di notte, in luogo isolato). Per effetto del bilanciamento, la pena dell’ergastolo è stata ridotta a ventiquattro anni di reclusione.

Al di fuori dei tecnicismi giuridici che intervengono nel calcolo della pena, non riteniamo condivisibile che un femminicidio, consapevole e volontario, così come riconosciuto dalla Corte d’Assise, possa essere punito con soli ventiquattro anni di reclusione. Dov’è il sacrificio della vita di una giovane donna e delle sue figlie, orfane? Non crediamo che l’enorme sofferenza di due bambine, in tenera età, nel vedere la propria madre morire, strozzata dalle mani del padre, possa esse ritenuta, anche solo ai fini della pena, equivalente al pentimento del padre, vero o presunto che sia, alla buona condotta processuale, ecc.

Per la Corte d’Assise questo femminicidio sarebbe conseguenza della rabbia del marito, dovuta alla “compromissione della quiete familiare”. Compromissione che lo stesso, preso da cieca ed ingiustificata gelosia, imputava vanamente alla moglie. La morte sarebbe dovuta, secondo le motivazioni della sentenza, alla carica di rabbia di quest’uomo, derivata dalla resistenza della moglie alle proprie insistenze ed esacerbata dallo sfogo verbale di quest’ultima.

Avremmo voluto che si andasse alle radici della rabbia provata dall’assassino che, come tutti gli autori di femminicidio, non tollera che la compagna sfugga al controllo e non si subordini, nè si pieghi ai propri bisogni.

La narrazione della responsabilità del femminicida ci appare sfumata nelle motivazioni della sentenza. Il rischio è quello di lasciare ricadere le ombre della violenza maschile su colei che quella violenza subisce, fino a morirne.

Il “Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria”, approvato il 17 giugno scorso dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, ha denunciato la sottovalutazione dei fenomeni di violenza di genere e domestica, che non viene letta correttamente nelle aule di giustizia.

I nostri Centri Antiviolenza accolgono, ogni anno, centinaia di donne vittime di violenza. Sappiamo quanto sia importante non perdere fiducia della rete, per uscire dalla violenza. Il ruolo della Giustizia è fondamentale nel mantenere questa fiducia.

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