Nazzi (Il Post): «La cronaca nera racconta molto di un Paese e del periodo che vive»

Il giornalista e autore del podcast Indagini, prodotto di successo della testata online Il Post, racconta il suo modo di fare informazione nel mondo “True Crime”: «Linguaggio sobrio senza eccessi e fatti riportati senza gossip». Nazzi sarà a Faenza il 23 e 24 settembre

361951698 18385273909027843 2675135242096408802 NIl giornalismo che fa cronaca nera non è tutto uguale. Ad esempio si può fare come Bruno Vespa che andò in onda vent’anni fa con Porta a Porta su Rai Uno con un plastico che riproduceva in scala la villetta di Cogne in cui era stato ucciso un bambino di tre anni. Ma si può fare anche come Stefano Nazzi che nel podcast Indagini prodotto da Il Post avverte gli ascoltatori su quanti secondi di audio devono saltare per evitare passaggi troppo duri. Nazzi sarà a Faenza il 23 e 24 settembre in occasione dell’iniziativa organizzata dalla testata diretta da Luca Sofri (qui il programma della tre giorni).

L’1 settembre è uscita la ventesima puntata di Indagini (una al mese). Il successo è riconosciuto da premi del settore e da qualche dato fornito dalla stessa testata. A luglio è uscita un episodio extra riservato solamente agli abbonati (80 euro all’anno): nei venti giorni di luglio dopo l’annuncio della nuova puntata gli abbonati sono cresciuti del 206 percento rispetto allo stesso periodo del mese precedente.

Nazzi, Indagini fa parte del filone true crime, ma nasce con l’intento dichiarato di essere un prodotto diverso da quello che abitualmente offre il genere. Cosa ha di diverso?
«È nato per essere qualcosa in linea con tutto quello che fa Il Post: un linguaggio senza eccessi, sobrio, fatti riportati togliendo il gossip e tutto quello che non c’entra ma che spesso troviamo quando si parla di cronaca nera, soprattutto in televisione. Per esempio anche la scelta della sonorizzazione va in questa direzione: non troverete le solite musiche da thriller…»

347401352 665629475399538 5141682749054827147 NCom’è nata l’idea di questo podcast?
«Ci stavo pensando da un po’ e andai a parlarne a Francesco Costa, vicedirettore de Il Post e responsabile dei podcast. Lui mi fece vedere che in agenda aveva un appunto: “Parlare con Stefano per idea podcast”. A quel punto è stato facile realizzarlo».

Il racconto della cronaca nera sui media è quasi sempre fatto in tutt’altra maniera rispetto a Indagini. Allora cosa ci dice il successo del vostro podcast?
«Diciamo che Carlo Lucarelli aveva già dimostrato che si può fare un racconto dei fatti criminali in un modo diverso e farlo funzionare. I nostri risultati dicono che il pubblico che oggi segue un certo tipo di tv è pronto ad ascoltare anche un altro tipo di narrazione. Ma ricevo anche tante email da persone che dicono che non si erano mai interessate a questi argomenti per come venivano raccontati».

Un giornalismo che ambisce a essere un buon giornalismo è giusto che dedichi risorse a questi temi?
«È un dibattito antico. Io credo che la cronaca nera racconti molto di un Paese. Un fatto di cronaca racconta un mondo, un periodo, il modo in cui i media l’hanno raccontato, il comportamento della giustizia. Tutto questo riguarda eccome la collettività. Ci sono studiosi criminologi che dicono che le collettività si rinforzano attorno ai casi di cronaca nel tentativo di superare quei momenti».

Sottolineare come i media hanno trattato una vicenda è un passaggio ricorrente nelle puntate di Indagini, mettendo in luce gli eccessi di certi titoli o la scarsa sensibilità verso le persone. È roba del passato o succede ancora?
«C’è stata una grandissima evoluzione verso il rispetto delle vittime e degli accusati. Pensiamo solo al fatto che è stata fatta una legge che impedisce di mostrare foto e filmati di persone in manette. Ma è certo che ci sono ancora degli eccessi da migliorare».

290362459 10228466817356192 4592890912852050728 NErrori di leggerezza o scelte volontarie?
«C’è ancora un certo tipo di stampa che si basa su quel modo di fare informazione perché ad esempio si tenta il titolo che acchiappa i clic. Non penso sia casuale, ma sia frutto di scelte editoriali ben precise».

Negli ultimi 30 anni in Italia gli omicidi sono calati dell’80 percento: nel 2022 sono stati 309, erano stati 298 nel 2021 e 3.012 nel 1990. Eppure la nera occupa le aperture di tg e quotidiani. Non si rischia di offrire un racconto distorto della realtà?
«La cronaca ha sempre suscitato interesse. Certo che se uno non conoscesse i dati e vedesse solo trasmissioni tv e prime pagine direbbe che ci sono assassini dappertutto. Il giornalismo dovrebbe ricordare quei dati macro quando racconta i micro fenomeni. Anche l’omicidio più brutale,  che è doloroso e tremendo per le persone coinvolte, è statisticamente niente rispetto al totale».

Tanti buoni podcast di true crime possono aiutare a insegnare il delitto perfetto?
«No, perché non esiste il delitto perfetto, esistono indagini imperfette come diceva Luciano Garofalo, ex comandante del Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri. Oggi da un granellino di reperto si può individuare il dna, ci sono videocamere ovunque e tecnologie importanti per gli investigatori».

Cosa hanno in comune le storie cronaca nera come quelle di Indagini o quelle raccolte nel suo libro Il volto del male?
«Dicono che il male si può trovare ovunque ma non nasce all’improvviso, c’è un’attitudine alla prevaricazione che si può intuire. Ci sono dei segnali prima di arrivare al dramma».

La possibilità che il male sia ovunque le fa mai venire il dubbio che la persona che ha appena incontrato potrebbe essere un assassino?
«No, perché conosco il fenomeno e so che è circoscritto. L’umanità nel suo complesso non è quella roba lì».

Fare la cronaca giudiziaria è diventato più complesso con la riforma Cartabia del 2022 che vuole aumentare il garantismo per gli indagati e limitare le fughe di notizie incontrollate?
«Per un lavoro come Indagini non fa molta differenza. È diverso per chi segue la cronaca quotidiana. Penso che sia un’assurdità aver assegnato al procuratore capo l’esclusiva competenza di parlare con la stampa e ancora di più il compito di valutare cosa sia di interesse per il pubblico. Dovrebbe restare una competenza in mano al giornalista. Ma un giornalista che vive dal lunedì al venerdì in tribunale continuerà ad avere le sue fonti perché continuerà a costruire amicizie e antipatie».

Come scegliete le storie da raccontare?
«Cerco storie anche già molto conosciute ma che penso possano essere raccontate in modo diverso rispetto a come le abbiamo già sentite. Oppure che valga la pena raccontare adesso con più freddezza rispetto alla presa diretta. E poi cerchiamo di non fare storie troppo simili vicine fra loro. Solitamente programmo un paio di storie in avanti, al massimo due mesi».

Perché non trattate casi ancora aperti?
«La logica è di fare storie giudiziariamente chiuse, quelle passate in giudicato, così è più facile riuscire a dare senso compiuto dall’inizio alla fine raccontando tutto il percorso giudiziario e investigativo e cosa è successo o non è successo dopo le sentenze, se restano o non restano aspetti da chiarire».

Come si costruisce una puntata di Indagini?
«Principalmente lavoro da solo. Scelgo i casi e inizio a raccogliere la documentazione e in questa fase internet è una fonte utilissima dove si trova di tutto: atti giudiziari e motivazioni delle sentenze che quasi sempre sono il punto di partenza. Ma anche la produzione precedente: ad esempio sul caso Orlandi sono stati pubblicati 43 libri, quasi uno all’anno. Poi ci sono i contatti con avvocati e magistrati per avere spiegazioni. La parte difficile è la sintesi. In totale è una lavorazione di una ventina di giorni».

Passare da un testo per la lettura di altri a un testo da leggere per essere ascoltato ha richiesto un cambiamento di stile nella scrittura?
«Alcune regole sono le stesse come ad esempio un attacco che catturi la gente. Il podcast poi ha un linguaggio più parlato e diretto con frasi brevi e molti rimandi: la gente si perde se non ricordi a che punto siamo arrivati. Servono i ganci per far capire all’ascoltatore che vale la pena continuare a seguire perché succede ancora qualcosa».

Quanto conta la voce per il successo di un podcast?
«Evidentemente tanto, ma non saprei dire qual è la voce che funziona. La mia non è radiofonica ma mi dicono che ha funzionato. Ed era la prima volta in carriera che la usavo per lavoro, pur essendo professionista dal 1990».

Il Post sta investendo molto nei podcast, ma nelle riflessioni sullo stato di salute dell’industria mediatica non manca di sottolineare che ancora non è chiaro se saranno la nuova fonte di entrate per le imprese giornalistiche. C’è ancora il rischio che sia una bolla?
«Una bolla non credo, ma sicuramente ci aspetta ancora un’evoluzione. In questo momento i podcast vanno fortissimo e c’è un’iperproduzione che sta iniziando a calare e calerà ancora. Penso che ci sarà una selezione naturale. Al momento ci sono molto prodotti perché hanno costi tecnici molto bassi. Le tecnologie consentono di farcela quasi da solo, come ad esempio fa Francesco Costa ogni mattina».

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