mercoledì
20 Maggio 2026
FOSSILE

Ricorso contro il CCS Pianura Padana: Greenpeace e ReCommon chiedono l’annullamento al Tar

Le due associazioni si sono opposte in tribunale, denunciando irregolarità nelle procedure e gravi rischi ambientali

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Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio contro il progetto CCS Pianura Padana. Il ricorso chiede l’annullamento del decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica sulla compatibilità ambientale dell’impianto.

Cos’è il CCS

La sigla CCS sta per “Carbon Capture and Storage”, cioè cattura e stoccaggio di anidride carbonica (CO2), uno dei gas più climalteranti prodotti dalle attività industriali. Il primo impianto di questo genere in Italia è stato progettato in joint venture da Eni e Snam, le due maggiori aziende italiane a controllo pubblico nel settore dell’energia fossile. La prima fase pilota si chiama CCS Ravenna, è già attiva da settembre 2024 e prevede di stoccare 25mila tonnellate annue di anidride carbonica emesse dalla centrale Eni di trattamento del gas naturale a Casal Borsetti. La CO2 viene sotterrata nei giacimenti esauriti di metano al largo dalla costa ravennate, a 3mila metri di profondità.

La seconda fase del progetto, denominata CCS Pianura Padana, è pianificata per il 2030 e prevede che l’impianto raccolga fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di CO2 provenienti dai distretti industriali di Ravenna e Ferrara, da collegare tramite 80 km di condutture. L’anidride carbonica arriverà alla centrale di Casal Borsetti, dove sarà liquefatta, trasportata al largo di Porto Corsini e da lì iniettata nel sottosuolo. È contro questa seconda fase che si oppone il ricorso di ReCommon e Greenpeace.

A sua volta il CCS Pianura Padana sarebbe parte del CCS Integrato Callisto, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna e sviluppare una rete di infrastrutture necessarie a costruire un mercato dell’anidride carbonica nel Mediterraneo. Snam prevede di investirci 800 milioni di euro. Il progetto è di natura commerciale: oltre che per l’utilizzo diretto da parte di Eni, l’infrastruttura è stata pensata per essere messa a disposizione di altre aziende che hanno necessità di abbattere le loro emissioni. In particolare il CCS servirebbe ad assorbire l’anidride carbonica prodotta dai settori industriali considerati difficili da convertire all’energia pulita (hard-to-abate), come per esempio i cementifici, la siderurgia e la petrolchimica.

L’obiettivo del ricorso

Le due associazioni ambientaliste hanno chiesto l’annullamento del decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, emanato lo scorso 30 gennaio, che ha dato la valutazione positiva di impatto ambientale (Via) al CCS Pianura Padana. «Il ricorso contesta il frazionamento dell’opera, attuato approfittando di un iter autorizzativo più agile», riassumono Greenpeace e ReCommon in una nota. «Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico». 

«I motivi del ricorso al Tar partono dalla scelta, secondo Greenpeace Italia e ReCommon illegittima, di frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento», prosegue la nota. «L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione di impatto ambientale è quella relativa alle infrastrutture su terraferma, denominata CCS Pianura Padana. Ma è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la seconda fase e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di “Progetto di interesse comune” della Commissione europea. Nella fase industriale 2, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti a largo di Ravenna anche una parte della CO2 emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su navi e camion. Un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente».

Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto CCS Pianura Padana. Fra settembre 2024 e aprile 2025 hanno presentato varie osservazioni, «buona parte delle quali non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente», denunciano le due associazioni. La procedura rientrava nell’ambito del Pnrr-Pniec ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica. «Greenpeace Italia e ReCommon hanno riscontrato delle carenze della valutazione di incidenza (Vinca), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto CCS Pianura Padana», afferma il comunicato.

«Dalla documentazione del progetto emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della Via in termini di sicurezza, ambiente e impatto sulle aree protette», spiegano gli avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti. «Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al Tar. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto CCS Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo. Inoltre nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo l’Emilia Romagna».

I rischi del CCS per la salute e l’ambiente

Lo stoccaggio di CO2 rientra tra le strategie di decarbonizzazione promosse dall’Ue per rispettare l’Accordo di Parigi sulla neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia non si tratta propriamente di decarbonizzare, bensì di continuare a inquinare ma sotterrando le emissioni. Si è scelto di metterle nel sottosuolo al largo di Ravenna perché lì ci sono molti giacimenti di metano esauriti o in via di esaurimento, con la capacità di accogliere 500 milioni di tonnellate di CO2 secondo Eni e Snam. Così facendo il cane a sei zampe eviterà di smantellare le sue piattaforme offshore, come prevede la legge italiana una volta terminata l’attività estrattiva. Secondo una stima di Enrico Gagliano, docente di diritto dell’energia all’Università di Teramo, il mancato smontaggio delle piattaforme comporterà un risparmio di 3,15 miliardi di euro per Eni.

In occasione dell’avvio del progetto, l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi aveva dichiarato che «la cattura e lo stoccaggio della CO2 è una pratica efficace e sicura per abbattere le emissioni delle industrie energivore le cui attività non sono elettrificabili». Al contrario le due associazioni temono rischi di dispersione di anidride carbonica in caso di terremoto, sia dalle condutture che dai bacini sotterranei. Con una concentrazione del 4% nell’atmosfera, la CO2 provoca una serie di effetti sull’uomo che vanno dall’intossicazione alla perdita di coscienza e al coma, fino alla morte. Inoltre, se finisse in mare, la CO2 farebbe impennare l’acidità dell’Adriatico con conseguenze devastanti per l’intero ecosistema.

Un grave disastro legato alla dispersione di anidride carbonica è avvenuto nel 1986 in Camerun: la fuoriuscita di CO2 da un bacino sotto al lago Nyos, a causa di un’eruzione vulcanica, provocò la morte di oltre 1.700 persone e 3.500 capi di bestiame. In quel caso si trattò di un tragico evento naturale, ma fa comprendere le conseguenze dell’elevata presenza di CO2 in aria. Inoltre c’è un precedente legato a un impianto artificiale: a febbraio 2020 l’intera popolazione di Satartia nel Mississippi (Usa) ha dovuto evacuare a causa della rottura di un gasdotto per il trasporto di anidride carbonica. In definitiva, sotterrare anidride carbonica nel sottosuolo significa lasciare un’eredità pesante al territorio, soprattutto alle generazioni future. Il tema riguarda sia gli abitanti di Alfonsine e Pontelagoscuro (Ferrara), che potrebbero trovarsi a vivere a pochi metri dalle condutture, sia i residenti lungo la costa ravennate. Ad oggi non risultano valutazioni degli impatti ambientali futuri per questa tecnologia ancora recente e dai rischi sconosciuti, né appositi protocolli medici e di sicurezza da far scattare in caso di incidente.

«Rischio di buco nero per le finanze pubbliche»

Secondo Elena Gerebizza di ReCommon, il progetto del CCS «punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura “permanente” della CO2 tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi. Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla».

Aggiunge Simona Abbate, campaigner energia e clima di Greenpeace Italia: «La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO2. Per Greenpeace il CCS è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno».

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