Non servirono armi ai tre uomini che rapinarono 40mila euro in una filiale della banca Cassa di Ravenna il 25 febbraio 2026, ma bastarono modi decisi e toni convincenti. Per quel colpo ora sono stati arrestati i presunti autori materiali e altri due complici accusati di aver fornito supporto logistico. Tutti in carcere da stamattina, 9 giugno, per un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dai carabinieri di Ravenna che hanno condotto le indagini con il nucleo investigativo. I tre che entrarono in banca sono residenti a Catania, i due basisti invece abitano a Forlì e Meldola, hanno età comprese fra 41 e 57 anni.
Alle 12.25 nella filiale di San Zaccaria era presente una decina di persone tra clienti e personale. Entrarono tre uomini: uno con il volto completamente camuffato e gli altri parzialmente. I presenti furono costretti a radunarsi in bagno dopo aver consegnato i cellulari per evitare che qualcuno lanciasse l’allarme. Le casseforti a disposizione degli sportellisti non si aprono subito, per ragioni di sicurezza, ma i tre rapinatori lo sapevano e hanno atteso con calma: alle 12.50 è scattata l’apertura che ha consentito di prelevare i 40mila euro. Sarebbe servita un’altra mezz’ora per avere l’apertura del caveau, ma a quel punto la banda decise di dileguarsi.
Circa 25 minuti trascorsi nell’istituto durante il normale orario di apertura. Non risulta che sia arrivato alcun cliente dall’esterno, ma il telefono squillò: «Sono arrivate almeno tre telefonate – spiega il maggiore Andrea Coppi, comandante del nucleo investigativo di Ravenna –. I malviventi hanno ordinato al direttore della filiale di rispondere come se niente fosse, senza dire che era in corso una rapina».
Il procuratore capo Daniele Barberini, titolare delle indagini con la sostituta procuratrice Lucrezia Ciriello, sottolinea la freddezza del gruppo criminale: «Agire senza armi e mantenere la calma per attendere dentro la filiale dimostra la grande esperienza di chi ha colpito. Chi è vittima di una rapina non sta a pensare se l’autore è davvero armato o no, ma chi agisce deve avere una forte determinazione per quella condotta».
Esperienza nel business dimostrata anche da altri dettagli. L’arrivo sul luogo e la fuga sono avvenuti su percorsi diversi e con mezzi diversi, guidati da altre persone. E qui si arriva al ruolo dei due complici forlivesi: «Hanno utilizzato auto non riconducibili a loro e poco vistose – spiega il colonnello Alessio Gallucci, comandante del reparto operativo –. Riteniamo che possano aver fornito anche supporto per i sopralluoghi preventivi nella fase di preparazione del colpo, scegliendo con cura i tragitti che evitassero più possibile varchi stradali controllati da telecamere». Non ci sono collegamenti diretti tra i basisti e la realtà bancaria rapinata.
Nel corso dei mesi di indagini è emerso che il trio di catanesi stava pianificando altre due rapine, una in provincia di Torino e un’altra nel Ravennate. I carabinieri avevano adottato le opportune misure per evitare che fossero compiute: «Non sono state tentate – aggiunge ancora Gallucci – perché riteniamo che non si siano verificate le condizioni ritenute necessarie dai presunti rapinatori per agire».
Le indagini ora proseguono per delineare meglio l’origine dei rapporti tra autori e basisti. Barberini ricorda che individuare la rete locale dei cosiddetti trasfertisti delle rapine è sempre la parte più complicata delle indagini: «Siamo convinti di avere elementi forti a loro carico e questo vorrebbe dire aver ridotto le possibilità di azione per chi viene da fuori, colpisce e sparisce».
La Cassa di Ravenna ringraia il comando provinciale dei carabinieri e sottolinea di essere dotata in tutte le sedi e le filiali del proprio gruppo di nuove tecnologie per la registrazione degli ingressi nelle proprie strutture: gli elementi raccolti da tali nuove tecnologie sono a disposizione dell’autorità giudiziaria.



