La guardia di finanza ritiene di aver individuato un articolato sistema di frode fiscale a Faenza realizzato con il cosiddetto sistema “apri e chiudi”: la ciclica cessazione di attività commerciali che, dopo aver maturato debiti con l’Erario, cessano solo formalmente la propria attività economica, per proseguire con un ulteriore soggetto nella medesima iniziativa imprenditoriale appena interrotta e non pagare le imposte. Nel caso specifico si sono susseguite sette imprese.
L’indagine è stata condotta dalla compagnia di Faenza. Sottoposto a sequestro l’intero complesso aziendale riconducibile alla società da ultimo avviata, comprensivo dei macchinari, beni strumentali, crediti da terzi (ossia le società committenti ubicate nelle provincie di Bologna, Forlì-Cesena, Piacenza, Reggio-Emilia e Modena, oltre a Ravenna) e disponibilità finanziarie, nonché i conti correnti di tutti i soggetti coinvolti nel sistema di frode, fino al raggiungimento dell’importo di 4,5 milioni di euro.
Il mancato pagamento delle imposte dovute rappresenta da una parte il profitto dei beneficiari della frode e dall’altra il principale strumento di concorrenza sleale nei confronti degli operatori rispettosi delle regole: liberi dal peso delle imposte, infatti, è possibile offrire prezzi più competitivi, con indubbi effetti sui livelli di occupazione e sulla regolarità del sistema economico e produttivo locale.
L’indagine della Finanza si inserisce nella sinergia instaurata con la procura della Repubblica e la Camera di Commercio con una innovativa metodologia di analisi di rischio e investigativa grazie alla quale è stato possibile eseguire, in appena dieci mesi, cinque diversi decreti di sequestro preventivo orientati a recuperare oltre 18 milioni di euro di patrimoni illecitamente accumulati e ad apporre “sigilli” alle neonate imprese “operative” inserite nelle “filiere illecite”, nella prospettiva della successiva liquidazione, anche per il tramite di amministratori giudiziari appositamente nominati.
I provvedimenti giurisdizionali, infatti, hanno avuto a oggetto complessi aziendali, immobili, vetture di pregio, beni di lusso (Rolex), crediti commerciali e liquidità, in contante o giacente sui conti correnti di persone fisiche e/o imprese. Tutte misure particolarmente incisive che, fino ad ora, hanno trovato conferma anche dalla Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi sui ricorsi presentatati da taluni degli indagati.
Ma non solo: in esito a taluni contesti investigativi, sono state disposte anche misure cautelari come, ad esempio, quella interdittiva eseguita nei confronti di un commercialista, ritenuto dagli inquirenti responsabile di aver supportato fattivamente il proprio assistito nella condotta fraudolenta di sottrazione al pagamento dei debiti tributari.
Di particolare rilievo, inoltre, la scoperta dei metodi utilizzati dagli indagati per trasferire anche risorse economiche all’estero, nell’ottica di evitarne il sequestro: nell’indagine più complessa è stata individuata, infatti, una vera e propria rete di società “cartiere” (imprese inesistenti), con sedi legali a Milano e Monza-Brianza, ma anche Roma e Napoli, che hanno emesso oltre 30 milioni di fatture fittiziamente rappresentative di operazioni commerciali mai avvenute, ma talvolta funzionali a reintrodurre nel sistema economico i capitali sottratti all’Erario ai fini della prosecuzione delle imprese, integrando, in tal modo, anche il reato di autoriciclaggio.



