Tiene sostanzialmente anche in secondo grado l’impianto accusatorio del processo “Radici”, la principale inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia della Riviera romagnola. La Corte d’Appello di Bologna ha confermato le principali condanne pronunciate dal Tribunale di Ravenna nel gennaio 2025, pur riducendo alcune pene e assolvendo alcuni imputati da singoli capi d’accusa. Restano così confermate le condanne a 11 anni e 2 mesi per Francesco Patamia, candidato alla Camera alle ultime elezioni politiche con Noi Moderati, e a 10 anni e 6 mesi per il padre Rocco Patamia. Scende invece da 13 anni e 3 mesi a 12 anni e un mese la pena per Saverio Serra, ritenuto dagli inquirenti vicino al clan di ‘ndrangheta dei Mancuso di Limbadi.
Il processo nasce dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bologna che contestava un sistema di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico della Riviera romagnola. Secondo l’accusa, tra il 2018 e il 2020 imprenditori ritenuti vicini a organizzazioni di ‘ndrangheta e camorra avrebbero acquisito o controllato alberghi, ristoranti, bar e altre attività economiche in difficoltà, utilizzandole per riciclare denaro e imponendo il proprio controllo anche attraverso intimidazioni e il ricorso al metodo mafioso. In primo grado erano state inflitte 21 condanne per complessivi 98 anni di carcere.
Tra le parti civili figuravano anche l’ex portiere di Serie A Marco Ballotta, che sarà risarcito con 3mila euro da Giovanni Battista Moschella, condannato a 5 anni e 10 mesi, oltre ai Comuni di Cervia e Bagnacavallo. Il sindaco di Cervia Mirko Boschetti e l’assessore agli Affari legali Samuele De Luca hanno espresso «grande soddisfazione per il risultato raggiunto», ringraziando l’ufficio legale del Comune e gli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini «per questa importante conferma», definendo l’operazione «di grande legalità e senso civico».
Soddisfazione viene espressa anche dalle organizzazioni sindacali che si erano costituite parte civile nel processo. Le segreterie regionali della Cgil Emilia-Romagna, insieme alle Camere del lavoro di Ravenna e Forlì-Cesena, sottolineano che la Corte d’Appello ha sostanzialmente confermato la ricostruzione del primo grado, ribadendo «la sussistenza delle condotte di sfruttamento del lavoro e caporalato» e l’esistenza di «un sistema illecito fondato sulla compressione dei diritti, sulla precarizzazione estrema delle condizioni lavorative e sull’abuso della vulnerabilità dei lavoratori». Per il sindacato è inoltre significativa la conferma del riconoscimento del danno subito dalle organizzazioni sindacali costituite parte civile, «a riprova dell’importanza del ruolo del sindacato nella tutela collettiva dei diritti e nella difesa della legalità nei luoghi di lavoro».
Sulla stessa linea anche la Cisl Emilia-Romagna. Il segretario generale Filippo Pieri osserva che il processo «ci conferma come le mafie abbiano saputo infiltrarsi nell’economia legale per investire i profitti dei loro traffici illeciti», compromettendo il tessuto economico e sociale della regione e scaricando sui lavoratori «il caro prezzo della continua violazione dei propri diritti». Per Pieri la partecipazione del sindacato come parte civile rappresenta la volontà di dare voce a chi troppo spesso resta isolato davanti alla violenza e alla prepotenza dei clan e conferma l’impegno a mantenere alta l’attenzione sul fronte della legalità.



