L’apertura di un nuovo kebabbaro in via Diaz ha sollevato anche a Ravenna il grande dibattito su se e come si possa proteggere un certo tipo di esercizi commerciali. In particolare Confcommercio è intervenuta con una lunga lettera in cui si sottolinea che non è un problema di nazionalità del gestore, ma proprio del tipo di offerta. Come a dire, che se sei egiziano e vendi piadina e sangiovese, il problema non si pone. Il problema è proprio il kebab in sé, quindi, che non è identitario, non è locale, non è tradizionale, non è, pare anche di capire, “di qualità”. Ovviamente sorge il lieve sospetto che il problema sia soprattutto che tipo di clientela un altro venditore di kebab potrà attirare in centro: una clientela tendenzialmente giovane, magari di studenti, e senza una grande capacità di spesa. E forse il punto è un po’ anche questo. Quando parliamo del centro come il “salotto buono” della città, cosa intendiamo esattamente? Uno spazio un po’ impolverato con centrini e soprammobili dove passarci le grandi occasioni, adatto magari alle generazioni più adulte (e benestanti) e ai turisti? Perché il salotto buono, in casa, non è per forza la sala più usata, anzi. Forse invece il centro dovrebbe assomigliare più a un “tinello” o uno spazio comune, o un giardino, un luogo vissuto da tutti a tutte le ore e tutti i giorni e per questo vivo davvero. E perché sia così ci devono essere servizi che riescono a sostenersi economicamente invece di vetrine vuote.
Il kebbabaro di via Diaz come il Tacos francese di via Fanti non hanno sostituito o allontanato boutique di lusso, negozi di vicinato (chi ricorda l’ultimo in centro è bravo…) o un negozio storico, hanno occupato uno spazio che altrimenti rischiava, banalmente, di restare vuoto, con un danno per tutti. Ben vengano politiche per sostenere, supportare e incoraggiare il commercio in centro (e a scoraggiare i distributori automatici H24 che davvero non fanno il bene di nessuno), ma attenzione a stabilire cosa sia la qualità, per non parlare di identità e tradizione, due concetti in perenne mutamento e soggetti a pericolose manipolazioni (come la mettiamo, per esempio, con il sushi? O i poké tanto di moda? Gli hamburger? Difficile tracciare linee nette).
Parliamo piuttosto del fatto che, a Ravenna, abbiamo un problema di prezzi, di inflazione, di accessibilità, che forse si lega anch’esso ai problemi di sostenibilità di tanti negozi, non a caso il Comune si è perfino inventato un Osservatorio che osserva, appunto, quanto sia cara una città che vorrebbe allargare – tanto per fare un esempio – le presenze universitarie. Come sempre, le cose sono sempre più complesse di come appaiono. Per fortuna nel dibattito che si è aperto almeno si è chiarito da subito e da parte di tutti che non si parla di nazionalità, con buona pace di chi vuole distribuire gli adesivi di “negozio italiano”. Almeno.


