sabato
03 Ottobre 2026
Operazione trasparenza

Traffici d’armi al porto: la battaglia legale sui container diretti in Israele e la guerra ibrida

Le Dogane di Ravenna hanno negato i dati dei transiti di materiale bellico richiesi da una giornalista e attivista e l'8 ottobre un tribunale deciderà chi ha ragione

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Quante armi transitano dal porto di Ravenna? Chi le trasporta? Da dove provengono e dove vanno? In quali guerre hanno fatto morti o feriti? Le risposte a queste domande potrebbero arrivare dall’ufficio locale delle Dogane in base alla sentenza di un’udienza al Consiglio di Stato in calendario l’8 ottobre.

I giudici di Palazzo Spada a Roma saranno chiamati a esprimersi sul ricorso presentato dalle Dogane di Ravenna che si sono opposte a una sentenza del tribunale amministrativo regionale (Tar) dell’Emilia-Romagna che le obbligava a rendere noti i dati dello scalo ravennate.

Già la decisione del Tar era a sua volta il pronunciamento di un ricorso presentato dalla giornalista-attivista Linda Maggiori di Faenza e dall’avvocato Andrea Maestri di Ravenna che si erano visti respingere la richiesta di informazioni presentata direttamente all’amministrazione delle Dogane tramite il cosiddetto accesso civico generalizzato che consente a qualunque cittadino di accedere a informazioni delle pubbliche amministrazioni.

All’inizio del 2026 Maggiori aveva chiesto la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestre e per export/transito e, se possibile, destinazione e provenienza. La richiesta di Maggiori si inseriva nel solco della sua attività portata avanti da tempo per svelare i rapporti commerciali tra Italia e Israele: «Conosciamo i dati statistici e sappiamo che a maggio 2026 sono partiti 1.800 container verso i porti di Haifa e Ashdod, 2.400 ad aprile e così via gli altri mesi, con una media di 1.500-2.000 container ogni mese. Israele resta sempre in cima a tutte le destinazioni delle navi che partono dal porto di Ravenna». Maggiori vuole sapere quanti armamenti o materiale bellico contenevano i container.

Le Dogane avevano negato la risposta – circostanza consentita dalla normativa a fronte di precise motivazioni – sottolineando che i dati avrebbero causato un “pregiudizio per l’ordine pubblico e la politica estera” nonché “un danno concreto all’operatività commerciale dei soggetti potenzialmente controinteressati”. Aggiungendo, peraltro, che “l’interesse pubblico non sempre coincide con l’interesse del pubblico” (sottinteso delle testate giornalistiche).

«In una società democratica – dice Maestri – il rifiuto di accedere agli atti può essere opposto da parte di autorità pubbliche qualora sussista un interesse pubblico che prevale sul diritto di essere informati, non si può radicalmente cancellare il diritto alla trasparenza. A nostro avviso non esiste un interesse pubblico così soverchiante da schiacciare il diritto a essere informati. E infatti il Tar aveva trovato un punto di equilibrio su cui non eravamo d’accordo ma che abbiamo accettato»

L’istituto dell’accesso civico generalizzato, che da alcune parti viene indicato con l’acronimo inglese Foia, prevede che di fronte al no il cittadino possa appellarsi al Tar. E così è avvenuto. Il Tar ha dato ragione a Maggiori e affermato che “il mero dato numerico e quantitativo appare neutro e, quindi, irrilevante rispetto agli interessi pubblici richiamati dall’amministrazione, non costituendo tali dati un pregiudizio concreto alla tutela dei suddetti interessi”. L’avvocato Maestri parlò di una vittoria, parziale ma straordinaria: «Viene fortemente stigmatizzata la genericità e pretestuosità delle motivazioni utilizzate dalle Dogane per bloccare l’accesso a informazioni che invece sono un diritto di ogni singolo cittadino e dell’opinione pubblica posto che la stessa legge definisce il diritto di accesso come un corollario del principio democratico». La sentenza del Tar, però, considera legittimo il diniego di svelare Paese di provenienza e/o destinazione del materiale bellico e degli armamenti transitati per il porto di Ravenna in quanto “può determinare, indubbiamente, una interferenza con la tutela degli interessi pubblici connessi alla sicurezza nazionale e alle relazioni internazionali”.

Il 27 agosto il Consiglio di Stato ha già trattato il caso: non ha accolto la richiesta di sospensiva della sentenza del Tar, rinviando la questione al giudizio di merito, fissato per l’8 ottobre. Nel memoriale presentato in quell’occasione dall’Avvocatura dello Stato, che tutela le Dogane nel giudizio, si sostiene che l’Italia sarebbe coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi e ibrida” e che il porto di Ravenna avrebbe una “rilevanza militare” e una funzione strategica nel “dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione”. Parole che hanno acceso il dibattito politico. Due parlamentari M5s, Stefania Ascari e Marco Croatti, hanno chiesto chiarimenti: «Da quando l’Italia è in guerra? Chi lo ha deciso? Quando è stato informato il Parlamento? E da quando un porto civile e commerciale può essere considerato strategico dal punto di vista militare e proprio per questo sottratto alla trasparenza e al controllo democratico? Su ciò che è transitato dai porti italiani abbiamo il diritto di conoscere la verità. Non è accettabile invocare la “sicurezza nazionale” per nascondere informazioni di enorme interesse pubblico. Se il porto di Ravenna ha davvero una rilevanza militare strategica, il Governo venga immediatamente in Parlamento a spiegare quale ruolo svolge, nell’ambito di quali accordi, quali armamenti vi transitano, verso quali destinazioni e con quali autorizzazioni».

La sentenza del Consiglio di Stato, che verrà resa nota solo nei giorni successivi all’udienza, potrà accogliere il no delle Dogane oppure confermare la sentenza del Tar e quindi disporre la comunicazione dei dati (senza poter modificare il perimetro della prima decisione, quindi non si potranno sapere provenienze e destinazioni). In caso di parere favorevole alle Dogane, ci sarà un ulteriore tentativo da parte della giornalista. «Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo che si è già occupata di questioni simili – dice l’avvocato Maestri –. In materia di accesso alle informazioni da parte di giornalisti e ricercatori c’è una giurisprudenza maturata in favore della trasparenza perché si ritiene che faccia dei diritti del cittadino a essere informati».

La giustizia amministrativa consente a portatori di interessi in materia il cosiddetto “intervento ad adiuvandum”: formula latina che indica una sorta di supporto di una delle parti in causa: «Avevamo chiesto l’intervento di Regione e Comune – ricorda Maestri – perché ci sembrava un comportamento coerente con le dichiarazioni di un anno fa quando vennero bloccati i container di esplosivi a Ravenna e si chiese a Sapir di modificare lo statuto. Questo caso è il primo a livello nazionale in questo tema e Ravenna farà giurisprudenza, nel bene o nel male. Sarebbe stato bello essere affiancati da istituzioni che avevano dichiarato la volontà di contrastare i traffici di armi. I due enti hanno proposto un osservatorio nazionale e sarà sicuramente utile, ma una cosa non esclude l’altra».

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