Film sul massacro del Circeo vietato ai minori. «Ma era pensato per le più giovani»

Parla il regista de “La scuola cattolica”, il ravennate Stefano Mordini: «Volevo far riflettere senza approfittare della violenza, senza spettacolarizzarla»

Mordini La Scuola Cattolica

Una scena dal film “La scuola cattolica”

Stefano Mordini, classe ’68, marradese di nascita e ravennate d’adozione, è il regista de La scuola cattolica, film tratto dal romanzo di Edoardo Albinati premio Strega nel 2016. La storia ricostruisce la formazione borghese e cattolica dei tre ragazzi responsabili della tortura e delle sevizie ai danni di due giovani ragazze, e dell’uccisione di una delle due, nel settembre del 1975 – fatto di cronaca conosciuto come il “massacro del Circeo”.

Il film, con una decisione molto discussa, è stato vietato ai minori di 18 anni dalla Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche.

Ricorda qualcosa di quell’avvenimento?
«No, ero troppo giovane. Il film, che nasce dal libro di Albinati, torna a rievocare quel delitto perché purtroppo è ancora molto attuale. Spesso, per capire la situazione del presente, si deve tornare a leggere quello che è successo nel passato. È la comparazione che ti fa capire qual è lo stato della nostra società».

Il libro di Albinati è lungo più di mille pagine. È stato difficile comprimere un romanzo così complesso in un film di due ore? Come avete lavorato all’adattamento?
«Chi ha letto il libro di Albinati sa che è un testo pieno di riflessioni sull’educazione e sulle famiglie romane borghesi, ma ha poco plot. Estrapolando questo plot e concentrandoci su quelle famiglie che ci interessava di più raccontare, siamo riusciti ad adattarlo – e non è stato particolarmente difficile. Ho collaborato con Massimo Gaudioso, che conosceva bene quella realtà, e Luca Infascelli: se parti da un materiale buono è facile poi costruire altre cose».

Dopo aver studiato questo caso di cronaca, come lo interpreta? È un “semplice” caso di banalità del male o è tutto riconducibile al milieu dei protagonisti?
«Ci sono entrambe le cose. Ma partiamo da un fatto: in quel contesto sociale alcuni hanno commesso il crimine e altri no. Non tutti diventano assassini. In un periodo di crisi sociale, in cui sfuggono le sicurezze – e se ci pensi il ’75 è stato un periodo così – il maschio si appoggia alla violenza e punisce chi gli è vicino, come se fosse responsabile di questa insicurezza. Oggi viviamo una crisi simile. Pensiamo al lockdown, alla pandemia: non sappiamo cosa ci aspetta ma continuiamo a ripeterci che andrà tutto bene. Il problema è la codardia del maschio, che attraversa gli anni e i periodi storici, ma che ancora non è stata risolta. Lo disse anche Pasolini: occhio a responsabilizzare la classe di provenienza di questi ragazzi. La violenza nella società è trasversale, così come l’impunità. Succede anche nelle borgate. E infatti morirà a Ostia nello stesso anno».

Oggi si parla spesso di “eclisse” del maschile: quel tipo di pressione sociale sul maschio e sul ruolo della virilità si è molto alleggerito rispetto agli anni Settanta. Cosa ne pensa?
«Ripeto: in un momento di paura e di crisi, il maschio si mostra in tutte le sue insicurezze, e spesso risponde con la violenza. Pensa a La città dei vivi di Nicola Lagioia: stessa storia. Inaspettatamente questi ragazzi arrivano a uccidere. Strano che siano sempre maschi. Questa violenza trasvola la storia. Negli anni ’70, nel periodo del delitto del Circeo, a scuola ragazze e ragazzi erano separati. Le madri, costrette in casa, lontane da qualunque posizione di potere o di lavoro, erano le uniche figure femminili presenti durante gli anni di formazione: è probabile che tutto questo abbia contribuito a formare un certo tipo di idea di donna-oggetto. C’è un particolare terribile in questa storia, descritto anche nel film, che svela il tipo di società in cui vivevano questi ragazzi. Tornando a casa dal Circeo, con le due ragazze ancora nel bagagliaio, gli assassini lasciano la macchina parcheggiata fuori e se ne vanno a casa. C’è un segno molto preciso in questo particolare. È come se dicessero: noi siamo impuniti, pensateci voi a pulire. Questo è sconvolgente, oggi nessuno lo farebbe. Almeno si preoccuperebbe di non farle trovare».

Un pezzo del suo film che ha fatto discutere è quello con Fabrizio Gifuni, che interpreta un sacerdote, Golgota, che tiene una lezione sul male ai ragazzi.
«In realtà solo la prima sentenza della Commissione si è concentrata su questa scena, dicendo che i ragazzi assassini assistono a questa lezione, cosa tra l’altro non vera. La nuova motivazione che ha vietato il film ai minori di 18 anni dice che le immagini finali del film sono troppo scioccanti. La prima sentenza era davvero paradossale: non puoi vietare un film per i suoi contenuti etici. Vorrebbe dire che non abbiamo più libertà d’espressione. Detto questo, Golgota nel film dice una cosa che mi pare perfino ovvia, per cui non capisco perché abbia fatto così rumore. Ai ragazzi dice di stare attenti perché è proprio quando si è sicuri di essere nel giusto che si viene tentati dal diavolo. Il film parla di impunità: non è vero che basta pensare di fare il giusto per essere giusti. Mettersi in discussione è fondamentale: arrogarsi il diritto di fare una cosa buona, significa rivendicare un’impunità. Questa è la provocazione di Golgota».

Stefano Mordini Regista

Il regista ravennate Stefano Mordini

Dopo la notizia della censura del suo film molti giornali hanno ripreso le dichiarazioni di Franceschini dello scorso aprile, quando il ministro della cultura disse che, grazie al suo nuovo decreto, la censura in Italia era stata finalmente superata.
«In realtà il film è stato giudicato sulla base dei vecchi criteri di censura. E comunque il film non è stato censurato, ma vietato ai minori di 18 anni. Cosa succedeva con la vecchia censura? Ti dicevano: il film così non può uscire, devi tagliare questa e quell’altra scena. Queste motivazioni invece non dicono niente, fanno una revisione del film. Il contesto è totalmente diverso. Questa decisione ha fatto discutere proprio perché il film era stato pensato per essere visto soprattutto dalle ragazze più giovani. Il mio obiettivo era quello di far pensare senza approfittare della violenza, senza spettacolarizzarla».

Cosa implica per il film questo divieto?
«Un film vietato si deprezza. C’è una ricaduta a livello industriale, come puoi immaginare: è più difficile vendere un film alla televisione se non può andare in prima serata. Ma c’è un altro problema di ordine intellettuale, altrettanto importante ma di cui si parla poco, che è l’autocensura. Se penso che il mio film sarà censurato e dunque finanziato molto poco, allora io stesso, a priori, farò una censura sul mio lavoro. Questa è la cosa peggiore che possa capitare: non rischiare più per paura».

Finalmente cinema e teatri hanno riaperto al 100% della capi­en­za, anche se per lungo tempo sono state proprio la realtà culturali quelle più penalizzate dalle politiche sanitarie del governo. Cosa ne pensa?
«La confusione sulla gestione delle aperture è stata tanta. Alcune categorie ci hanno rimesso più di altre. Il cinema, paradossalmente, era una delle attività più facili da controllare e gestire: entri, ti siedi, guardi il film distanziato dagli altri, e te ne vai. Questa riapertura ritardata mi è sembrata un po’ una follia, a dire la verità. D’altra parte capisco anche che in un contesto così complesso da governare ci siano per forza confusione e incertezza. Non me la sento di prendere una posizione radicale».

Qualcuno sostiene che in questi anni di lockdown e di cinema on demand si sia persa irrimediabilmente una parte del pubblico.
«In questo anno e mezzo lo streaming si è preso uno spazio nella nostra vita privata, ma la pandemia ha solo accelerato una tendenza che già esisteva. Una società si muove se si creano degli stimoli. Senza stimoli si va dove più conviene: e non sempre la convenienza è una buona amica. Il percorso è lungo e difficile, e parte da lontano. Io faccio cinema, e sicuramente è stato un caso della vita. Ma alle medie la nostra scuola ci portava in sala a vedere L’albero degli zoccoli. È stato un caso…»

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