giovedì
03 Settembre 2026
la recensione

Il Teodorico di Mariella Busi De Logu è un dialogo intimo con il passato

Fino al 6 settembre lo spazio adiacente al Mausoleo ospita la mostra che l’artista ravennate dedica al Rex Italiae: una serie di opere soggette alla maniaca precisione delle acqueforti e del disegno a china

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La presenza del Mausoleo di Teodorico – o Teoderico come in realtà si dovrebbe dire – è un dato scontato per chi vive a Ravenna: esiste sempre, come conferma il breve controllo visivo quando si passa nei pressi con l’auto. Più difficile è capitarci, a meno di non avere quei rari ospiti da altre città e che siano appassionati di arte e storia. Allora nel tour del nuovo millennio ci può scappare la visita, stretta fra i più allettanti e vicini mosaici di Sant’Apollinare nuovo, Galla Placidia e San Vitale. Eppure quel monumento funebre a forma di piccolo panettone, refrattario quanto il carapace di una tartaruga, risplende ancora al sole dei suoi 1.500 anni.
Ad agosto infatti è caduto l’anniversario della morte del Rex Italiae, celebrato da un interessante convegno di studi a Spoleto. A Ravenna solo qualche spettacolo e visita guidata con l’eccezione – a maggio dell’anno scorso – di una bella conferenza di Maria Cristina Carile, docente di Storia dell’arte bizantina al polo universitario. Per cui, rimanendo in attesa a fine mese della settimana dedicata a Teoderico – in cui spicca la lezione magistrale di Judith Herrin al Teatro Alighieri il 1 settembre – occorre segnalare una piccola mostra che ha inaugurato lo spazio Teodorico, accanto alla biglietteria di ingresso al monumento.
Curata da Fabiola Cogliandro e Patrizia Poggi, l’esposizione – raccolta in un’unica sala – raccoglie diverse opere di Mariella Busi De Logu realizzate nell’arco di 40 anni, tutte o quasi ossessivamente dedicate al Mausoleo e al grande committente che lo scelse come ultima residenza. Uso il termine ossessione in senso positivo, convinta che l’immaginario più creativo non possa che essere generato da immagini che invadono e possiedono, e a loro volta ricreano dando nuovi frutti. D’altra parte Mariella ha una lunga abitudine di intimo dialogo col passato – compresi testi e storie – che unisce a una passione per le passeggiate a piedi e in bicicletta, dove il ritmo lento permette di cogliere i dettagli, il mosaico della città e dei suoi spazi, il variare delle stagioni e degli anni: il mutamento in meglio e in peggio. I suoi lavori sono soggetti alla maniaca precisione delle acqueforti e del disegno a china in cui si prodigano gli interventi ad acquerello, una tecnica da non sottovalutare nel suo modo tiranno di esistere. Se sbagli, paghi: ed è tutto da buttare. Occorre quindi imporsi il collare di pratiche precise, insidiose, in cui l’intervento a china è minimale, a nuvole di polvere. Lo spazio di lavoro dell’artista prende luce dagli studioli medievali in cui una serie di opere soggette alla maniaca precisione delle acqueforti e del disegno a china cui gli amanuensi copiavano e impreziosivano i codici salvati della classicità. Si illumina come nelle celle dei monasteri femminili che erano fra i rari luoghi concessi alla produzione di cultura femminile. Ildegarda di Bingen, un’intellettuale molto amata dall’artista, fu filosofa e botanica prima della sua canonizzazione nella Germania dell’XI secolo; Caterina Vigri era letterata e pittrice prima che santa nella Bologna del ‘400. Il dialogo col passato e con le figure che lo hanno abitato è, come si diceva, un’abitudine per l’artista che privilegia la storia delle donne. L’illuminazione, perchè la parola conversione è fuori contesto, per l’artista avviene agli inizi degli anni ‘80, dal perentorio “partire da sé” che era e rimane un imperativo del femminismo internazionale.
Già Virginia Woolf sottolineava la necessità di una stanza per sè per poter pensare, scrivere e vivere in una dimensione autonoma. Poi, la riflessione femminista ha compreso quanto la mente abbia radice nel corpo e nelle sue esperienze e bisogni. Per quanto riguarda l’esperienza artistica, Mariella pensa che l’arte non possa che partire dall’esperienza personale e quotidiana, da quei contraccolpi continui che si ricevono nel corso del cammino grazie a una sorpresa, a un’interrogazione che viene posta, a una domanda che sorge. È ciò che sostiene la poeta Marina Cvetaeva, di cui l’artista condivide esattamente il pensiero sui processi creativi. La craezione sorge da un flusso di pensiero continuo: se sono domande, è dunque giusto esporle. Se sono riflessioni o suggestioni poetiche, che si facciano materia col lavoro.
Nel lavoro dell’artista, la scrittura è comparsa da vari decenni, prima come presenza in punta di piedi, poi diventando sempre più presente. Un’alleata che presenzia quando è richiesta. Le belle tavole che corollano mausoleo e sovrano non sono quindi riproduzioni o documenti iconografici e neanche fogli di un diario ma frutti di una serie di contraccolpi. Si legano a visioni del passato, alle serie che l’artista ha amato – animali apotropaici, piante tratte dai suoi splendidi erbari, insetti, anfibi e pesci che popolano la vita e l’immaginario – che sprofondano nel continuo dialogo con la città e l’ambiente. Una falena può sollevare il mausoleo e recitare lo sfarzo del tramonto e la striscia di fuoco che ancora resiste. Da un monumento può fuoriuscire una lingua di polveri sottili mentre lo sorreggono le parole di Ildegarda su quanto l’anima soffochi all’oppressione di un’aria pesante. Così, la semina della scrittura descrive la sua potenza e quella della natura: gli impianti radicali nutrono la storia degli umani ma anche appaiono – e in realtà sono – più potenti di qualsiasi memoria.

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