La grande piena del maggio 2023 aveva accelerato una frana dell’argine destro del tratto ravennate del fiume Reno, all’altezza di Mandriole, i cui primi segni erano emersi nel 2019 e a maggio 2026 si sono conclusi i lavori di riparazione durati undici mesi. L’intervento ha beneficiato della copertura finanziaria di 1,93 milioni di euro da parte del commissario straordinario di Governo alla ricostruzione nei territori colpiti dall’alluvione. Progettazione e direzione lavori del Consorzio di bonifica per il Canale emiliano-romagnolo (Cer), opere eseguite dall’impresa Ecocave di Ravenna.
Nel pomeriggio del 29 luglio i rappresentanti dei consorzi di bonifica, degli enti di governo e delle istituzioni locali e regionali si sono riuniti per un sopralluogo lungo l’area interessata e per la condivisione dei dettagli dei lavori eseguiti.
Il movimento franoso interessava un tratto di circa cento metri di lunghezza subito a valle dello sbarramento mobile di Volta Scirocco. La sponda del fiume (da non confondere con il canale di bonifica Destra Reno) presentava un dissesto che coinvolgeva il rivestimento in calcestruzzo realizzato a protezione dell’argine.
L’ingegnere Michele Marini del Cer, responsabile con Veronica Toschi del progetto di ripristino, ha illustrato i dettagli tecnici dell’intervento, partendo dalla descrizione della diga di Volta Scirocco. Fu completata negli anni ’60 dopo nove anni di lavori in mezzo alla campagna di Sant’Alberto in un punto in cui il corso del fiume Reno faceva un’ansa. Una volta completata la diga e gli argini a monte e a valle è stato deviato il corso del fiume. La vecchia ansa è rimasta e ora circonda un’oasi naturalistica del Parco del Delta di circa venti ettari. La sponda interna degli argini venne rivestita di lastre di calcestruzzo che con il tempo si sono deteriorate fino a perdere l’impermeabilità che è stata poi la causa all’origine della frana.
La diga fu costruita con un duplice scopo. Creare un punto di prelievo di acqua per usi agricoli, civili e industriali (in particolare per i bisogni dell’Anic al petrolchimico) e impedire la risalita dell’acqua salata.
Il ponte della diga è stato il primo al mondo costruito con la tecnica del calcestruzzo compresso, una strategia scelta dai progettisti dell’epoca. Al giorno d’oggi la tecnica è la prassi di ogni intervento simile.
La riparazione della frana è stata eseguita costruendo una scogliera in un punto in cui il livello dell’acqua arriva a 5-6 metri di altezza in caso di piene ordinarie: in totale sono stati movimentati 1.400 mc di terreno e sono servite diecimila tonnellate di pietrame, 380 bilici di sassi e 50 camion di stabilizzato.
«Ricostruire non significa solo riparare ciò che è stato danneggiato, ma rendere il nostro territorio più sicuro e preparato ad affrontare gli effetti sempre più frequenti di eventi meteo estremi – ha detto Michele de Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna –. L’intervento completato sul fiume Reno è un esempio concreto di questa strategia: un’opera che rafforza la sicurezza idraulica del territorio, contribuisce alla tutela delle comunità e delle attività che vivono lungo il corso del fiume e restituisce piena funzionalità a un’infrastruttura strategica. È anche la dimostrazione di quanto siano decisive la capacità di fare squadra tra istituzioni, enti locali, Consorzi di bonifica e tutte le realtà che ogni giorno operano sul territorio, per la qualità della progettazione e la rapidità nell’attuazione degli interventi. Il nostro obiettivo è continuare a investire nella prevenzione e nella manutenzione del territorio con una programmazione di lungo periodo. I cambiamenti climatici ci impongono di superare la logica dell’emergenza e costruire una politica strutturale della sicurezza territoriale: ogni intervento è parte di una strategia che punta a rendere l’Emilia-Romagna più sicura, oggi e negli anni a venire».
Il presidente della Regione, ex sindaco di Ravenna, ha riconosciuto che il tema della sicurezza idraulica del territorio è finito colpevolmente ai margini per troppo tempo e ora occorre un nuovo approccio: «Per i prossimi decenni dovremo considerare le opere idrauliche come le infrastrutture prioritarie rispetto a tutte le altre perché senza sicurezza del territorio di fronte ai rischi di alluvioni e dissesti idrogeologici tutte le altre opere sono inutili».



