Il pesce ancora vivo è stato gettato in acqua, il resto sequestrato. Una tonnellata e mezzo tra carpe, vongole e altre specie

C’è anche Ravenna tra le province coinvolte nell’operazione Carpe Diem partita da Bologna che ha portato alla denuncia di 11 persone. Secondo le indagini dei carabinieri di Bologna, nelle acque interne si effettuava bracconaggio ittico mediante l’utilizzo della corrente elettrica e sostanze venefiche, uccisione di animali in modo cruento ed efferato, cattura di specie protette e trasporto di pesce in condizioni igieniche precarie. L’indagine è stata portata a termine tra l’8 e il 14 giugno dai carabinieri forestali e, oltre alla provincia di Ravenna ha toccato anche Bologna, Ferrara e diverse zone del Veneto.
Secondo i carabinieri, nelle acque interne delle provincie coinvolte infatti numerosi pescatori abusivi, provenienti per lo più da Paesi dell’Est Europa, da alcuni anni esercitano l’attività di pesca con metodi illegali e sempre più invasivi, caratterizzati da violenze e truffe da parte di affiliati ai sodalizi criminali, per la stragrande maggioranza di origine romena strutturati – dicono i carabinieri – in organizzazione piramidale del tutto sovrapponibile ai clan camorristici. Il pescato viene trasportato in condizioni igieniche precarie e inserito nei mercati esteri – in particolare paesi dell’Est Europa – facendo assumere al fenomeno carattere transnazionale. Tra i coinvolti anche due pescatori di vongole, italiani.
Corposi i sequestri: hanno riguardato le autovetture e i furgoni utilizzati per trasportare il pesce illegalmente pescato, oltre che tutto il materiale da pesca, gli elettrostorditori e le imbarcazioni con le quali i bracconieri navigavano i canali per depredarne la fauna ittica. In totale si parla di una tonnellata di pesce sequestrato. Il pesce ancora vivo, cinque quintali in tutto, è stato rigettato in acqua.








Finiscono nel fosso con l’auto, una Fiat 600, e poi insieme in elicottero al Bufalini di Cesena. Drammatico incidente poco prima le 9 a Fiumazzo di Alfonsine, lungo via Borse, dove un quarantottenne per cause in corso di accertamento ha perso il controllo dell’auto finendo fuori strada. A bordo con lui la figlia di soli 6 anni. Entrambi sono stati trasportati d’urgenza al Bufalini con il codice di massima gravità, anche se pare che siano le condizioni dell’uomo a destare le maggiori preoccupazioni.

Ad agire devono essere state per forza due persone, sempre stando alla versione prospettata dall’entourage dell’imputato, perché negli ambienti della villa ci sono impronte di due tipi di scarpe diverse, entrambe nello scantinato. Secondo l’accusa questo è spiegabile perché Cagnoni sarebbe tornato sulla scena anche il giorno dopo l’omicidio (16 e 17 settembre 2016) indossando un paio di scarponcini del padre. Ma la difesa respinge l’ipotesi del ritorno: «Non ci sono elementi per dire che Cagnoni è tornato a Ravenna da Firenze dove è arrivato il pomeriggio del 16 a casa dei genitori». E su questo aspetto c’è una delle stoccate più velenose verso l’accusa: «Perché non sono state acquisite le immagini di videosorveglianza delle telecamere in via Genocchi del pomeriggio del 17 mentre sono state acquisite quelle di altri incroci? A mio avviso perché sono state visionate e si è visto che non c’è traccia della Chrysler di prorietà dell’imputato». L’avvocato però non sa trovare una spiegazione alle due telefonate fatte dalla casa di via Bruno a Ravenna alla casa di Firenze nel pomeriggio del sabato: «Restano un mistero». E se gli scarponcini Timberland trovati sul termosifone in Toscana hanno la suola ancora sporca di terra come si spiega che non ci siano tracce di sangue? «È possibile indossarli per camminare in quella cantina in quelle condizioni senza che si sporchino di sangue? E poi come è possibile che l’imputato li indossi ma non vengano trovate tracce di suo dna ma solo del padre?». Per questo Trombini usa la definizione simil-Hogan e simil-Timberland per descrivere le impronte repertate sulla scena.
In mattinata era già stato affrontato 




Dopo un anno, il 2017, da record per quanto riguarda i turisti arrivati nelle strutture ricettive, torna a palesarsi il segno meno nei dati Istat che riguardano il comune di Ravenna. Si tratta di quelli registrati nei primi quattro mesi dell’anno, con i pernottamenti in calo del 2,5 percento rispetto al 2017 (complessivamente sono oltre 255mila, circa 7mila in meno) e gli arrivi (ossia il numero di turisti che si presentano nelle strutture ricettive, indipendentemente dal numero di notti trascorse), diminuiti dell’1,9 percento (circa 2mila in meno rispetto ai 105mila del 2016). A pesare sul risultato finale del quadrimestre, nel comune, è la performance del mare, dove i turisti sono diminuiti del 7,2 percento e i pernottamenti del 5,4, mentre in città i dati sono perfino in leggera crescita. A influire, come sempre nel primo quadrimestre, potrebbe essere stato anche il weekend di Pasqua, quest’anno in anticipo di una quindicina di giorni rispetto al 2017, e un 25 aprile più “lontano” dal weekend.