Processo Cagnoni, la difesa: «Un assassino calcolatore avrebbe buttato le prove…»

Ventottesima udienza / In corte d’assise l’arringa dei legali del dermatologo che rischia l’ergastolo per uxoricidio. L’avvocato Trombini sfodera il modellino di una Mercedes per simulare il movimento dello sportello e poi illustra i comportamenti che stridono con l’ipotesi accusatoria di delitto premeditato da un marito prevaricatore

RAVENNA 18/06/2018.PROCESSO CAGNONI PER L’ OMICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

«Pluff». L’avvocato Giovanni Trombini prende a prestito le onomatopee dei fumetti durante l’arringa quando spiega che per un Matteo Cagnoni in versione «assassino malefico e calcolatore», come lo dipinge l’accusa, sarebbe stato più semplice e logico gettare in acqua, nel canale Candiano a Ravenna o nel fiume Arno a Firenze, il borsone con i vestiti insaguinati della moglie Giulia Ballestri anziché spostarli per tre giorni con un’operazione di impacchettamento proprio sotto le telecamere di videosorveglianza della casa dei genitori nel capoluogo toscano. In corte d’assise a Ravenna è il giorno della difesa, penultima udienza del processo per l’omicidio della 39enne trovata morta il 19 settembre 2016. In aula anche l’imputato, tornato dopo due assenze.

Nel cortile del palazzo di giustizia prima di entrare in aula, ai cronisti di passaggio il legale confida tutta la sua tensione per il momento. Ma quando si alza in piedi di fronte ai giudici (presidente Corrado Schiaretti, a latere Andrea Galanti) è il Trombini già visto più volte nel corso delle 28 udienze finora celebrate: ordinato nel mettere in fila i pensieri e le riflessioni, parla a braccio seguendo una traccia e ricorre alla lettura solo quando si tratta di intercettazioni. Parte con una citazione alta: «Per me non è facile. Come disse De Gasperi, sento che tutto tranne la vostra stima personale è contro di me». E poi l’intenzione dichiarata di affrontare solo quello che emerge dalle prove: «Con le prove ci si confronta e non si bara».

RAVENNA 18/06/2018.PROCESSO CAGNONI PER L’ OMICIDIO DI GIULIA BALLESTRILa prima ora e mezza serve a Trombini per cercare di sgretolare il movente. L’avvocato arriverà a dire che non esiste il movente così come ipotizzato dal pubblico ministero. L’accusa parla di omicidio commesso da un marito opprimente e manipolatore che non poteva accettare la voglia di libertà della moglie che stava alzando la testa per separarsi e prendere i suoi spazi. Quel marito possessivo, invadente e prevaricatore non esisterebbe invece: «Tanti testimoni sono venuti qui a raccontarci che la coppia ha funzionato bene per undici anni. E tanti altri testimoni vi hanno detto che Cagnoni non era quella persona aggressiva nemmeno nelle relazione precedenti al matrimonio del 2004. C’era di certo un marito che soffriva perché ancora innamorato della moglie che invece voleva separarsi e come è comprensibile cercava di riparare la crisi percependo un malessere di Giulia». Trombini invita i giudici a fare attenzione da chi arrivano le informazioni sui dissidi e sulla figura prevaricatrice dell’uomo: «Ve lo dicono la migliore amica, l’amante e un amico che vive in Grecia. Non troverete altre testimonianze».

Poi arriva il colpo di teatro. L’avvocato di parte civile Giovanni Scudellari aveva sfoderato una fotografia dell’orco Shrek, Trombini risponde con il modellino di una Mercedes: lo tiene in mano per mostrare il movimento della portiera che quando si apre occupa uno spazio ben visibile: «Vedete la stessa cosa nel video girato in via Genocchi il 16 settembre quando Cagnoni esce dalla villa in cui è stato con la moglie a fare le foto ai quadri? Noi non lo vediamo. Ma voi giudici prendetevi il tempo di guardare quel video tutte le volte di cui avrete bisogno». E intanto continua ad aprire e chiudere il piccolo sportellino della Mercedes.

Il ricorso al giocattolo serve per sostenere che quel giorno Cagnoni non caricò i vestiti della moglie e gli stracci sporchi di sangue dopo il delitto – «Omicidio che Cagnoni non ha commesso» – e quindi tutto quello che si vede scaricare dal baule all’arrivo il giorno stesso a Firenze non possono essere i vestiti di Giulia come ritiene il pubblico ministero: «Appena arriva Cagnoni fa tre viaggi per svuotare il baule e porta un borsone pesante che gli tira giù la spalla eppure è un ragazzo alto e robusto. Un paio di jeans, una camicia, una borsetta e una scarpa possono essere così pesanti? O invece come vi ha detto l’imputato lì dentro c’era altro materiale da palestra e medico?». Insomma la tesi difensiva è presto detta: «Perché dovrebbe fare tutto quel lavoro di impacchettamento con dei vestiti sporchi di sangue ormai secco e farlo proprio sotto le telecamere? Un assassino che in ipotesi accusatoria ha studiato bene il delitto, si metterebbe a fare questo? E i cuscini? Se sono sporchi di sangue e Cagnoni li ha presi dalla villa di Ravenna, dopo tre giorni li avrebbe fatti trovare ancora nella villa di Firenze?».

Tra gli elementi ascritti dalla procura all’aggravante della premeditazione ci sarebbe anche la motivazione con cui Cagnoni ha portato la moglie nella villa il 16 settembre: fare foto a quadri là custoditi per una futura vendita e invece, dice il pm, la foto l’ha già fatta l’8 settembre e inviata a un mercante. La prova: un messaggio mandato il 9 settembre da Giulia all’amante in cui direbbe che “ieri il marito è andato a Ravenna ma non sa dove”. Trombini ribalta tutto: «La foto inviata al mercante l’8 settembre non è la stessa scattata poi il 16 in compagnia di Giulia e soprattutto il messaggio da Giulia a Bezzi è del 10 settembre e non c’è la parola “ieri”. Con le prove ci si confronta, non si bara».

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