«Dove c’è fotografia c’è racconto, c’è viaggio». Parola di Ferdinando Scianna

Il grande fotografo in mostra ai Musei San Domenico di Forlì: «Questa è la prima antologica di tutta la mia vita che somiglia a come la volevo»

Marpessa Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna, “Marpessa” (Caltagirone, 1987)

E così Ferdinando Scianna (in mostra al San Domenico di Forlì con Viaggio. Racconto. Memoria fino al 6 gennaio 2019) ha vinto un altro premio, il Premio speciale Sila ’49 alla carriera, ricevendo l’ennesima conferma della sua semplice grandezza, quella di compartecipare alle storie dei soggetti catturati dall’obiettivo, storie quotidiane o straordinarie che siano.

Scianna, il narratore con la macchina fotografica in mano, che si dona generosamente alle domande dopo una vita di realizzazione: nato nella sonnolenta Bagheria del 1943, collabora con scrittori del calibro di Leonardo Sciascia e Manuel Vásquez Montalbán e diventa amico del suo mito personale, Henri Cartier-Bresson. Fotografa le donne più belle del suo tempo come se le avesse incontrate per caso, in strada e, mentre parla al telefono, tutti i racconti che escono dalla sua voce ruvida e cortese sanno di passato e color seppia, appassionatamente umani come Marpessa e Maria Grazia Cucinotta nel fiore degli anni, i chierichetti tra i pizzi degli altari, la Sicilia trasognata di Dolce e Gabbana. Racconti veristi come la Baarìa di Giuseppe Tornatore.

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Grazie anche all’esperienza di Denis Curti – una conoscenza di lunga data per Scianna, fin dai tempi dell’agenza Contrasto di cui il primo era direttore – di tutti questi mirabili racconti c’è viva testimonianza nel grande progetto espositivo forlivese che, in origine, doveva titolare “La mostra delle mostre” e traduce in spazio percorribile tutti questi temi, incluse le ossessioni, gli approcci casuali ai soggetti, la moda portata fuori dagli studi e raccontata col linguaggio da street photographer sulla scia di Richard Avedon e William Klein.

Scianna

Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna, a discapito della sua levatura, è raggiungibile e vicino: dice di essere un testimone invisibile e di “trovare le immagini” senza modificare il corso di quel che riprende…
«Le vado a cercare, le immagini: è qualcosa che ha a che fare con la pesca, una pesca prima di tutto dentro se stessi. Ogni tanto c’è un frammento di mondo che aspetta: si va in giro, si vede un istante significativo e si fa la foto. Ecco: nel 99 percento dei casi ti sei sbagliato. Ma se hai la passione e l’ossessione di farlo per cinquant’anni, puoi tirare fuori dal caos della realtà una struttura narrativa».
Parliamo del primo dei tre grandi assi della mostra: la memoria e quella sua Sicilia da cui tutto cominciò…
«Sì, è a Bagheria che ho cominciato a fare foto. Avevo diciassette anni ed è un tema che ritornerà. Anche l’ultima foto che ho fatto a Marpessa è a Bagheria. La molla fu il mondo, la realtà: la Sicilia è indignazione, entusiasmo, violenza, Barocco, splendore, dramma. É stato il mio primo grande territorio di esplorazione. Il sacro poi mi appartiene come attitudine spirituale, ho avuto un’educazione cattolica; poi mi ha colpito come manifestazione collettiva dei siciliani – isola nell’isola – che con la religione mettono in scena un’identità, una dimensione visiva».
Cos’è per lei il racconto?
«Tutto: dove c’è fotografia c’è racconto, c’è viaggio. Anche quando esci da casa e fai un giro nel mondo, nel momento in cui cominci a fotografare, crei un racconto. É il paesaggio che mi dice “fammi una foto”, così come i volti: io reagisco al mondo e questo produce il racconto. Frasi e parole divengono memoria e, se si ha fortuna, memoria collettiva».
Ci parla delle sue ossessioni? Prima diceva che per fotografare bene bisogna averne…
«Tutti ne abbiamo, a volte consapevolmente, a volte no. Il sesso ad esempio appartiene a tutti, ma a volte emerge in modo automatico. Ce ne si può rendere conto a posteriori, riguardando le tante foto scattate: è in quel momento che si vede il ricorrere anche di alcune strutture formali, come la dialettica luce-ombra. Si può avere uno sguardo sensuale anche nei confronti di un paesaggio. Io mi sono accorto di avere un’ossessione per le persone che dormono, solo che invece di andare dallo psicanalista, mi sono messo a fotografarle. Ricorrono anche gli specchi, i bambini e gli animali: credo sia anche una conseguenza autobiografica, perché al mio paese c’erano più animali che persone. Anche questo appartiene allo spettacolo della vita».
E il grande tema del viaggio? Com’è la sua America?
«Non coincide solo con gli Usa: è quella degli scopritori, dei villaggi di minatori, la Bolivia, l’America Latina, il Messico, il Guatemala… In parte questa America somiglia alla Sicilia. L’ho conosciuta lavorando come corrispondente per una rivista di New York: ogni volta ripartivo con l’idea di riconoscerla e invece era sempre una scoperta diversa. Sicuramente è un’America personale».
Henri Cartier-Bresson era il suo mito, poi l’ha conosciuto ed è anche entrato – come primo fotografo italiano – nella più grande agenzia del mondo…
«Beh… intanto se sono stato il primo fotografo italiano a entrare alla Magnum, più che merito mio, è prima di tutto colpa della Magnum, che è un mondo chiuso nell’ambito anglo-franco-americano. Tuttavia in questi settantacinque anni di vita, ho visto il mondo della comunicazione cambiare molto, come se ci fosse passato sopra uno tsunami, e tutto si è adattato alle nuove dinamiche. Quando ho conosciuto Bresson ero inviato a Parigi per “L’Europeo” e immaginavo di trovarmi davanti una specie di statua di marmo, invece ho scoperto una persona viva e, oltre al rapporto allievo-maestro, ne è nata un’amicizia di venticinque anni. Mi consideravo già suo allievo prima di conoscerlo e ora sono un “bressonologo” raffinato, sa? La sua fotografia me la sono mangiata e l’ho risputata. Ora mi manca la persona: parlavamo di musica e politica, eravamo due generazioni di fotografi a confronto e lui mi amava molto».
Tornando alla sua mostra: cosa vorrebbe tenessimo ben presente prima di visitarla?
«Questa è la prima antologica di tutta la mia vita che somiglia a come la volevo: mostra una fotografia di tipo narrativo, una produzione di memoria. Quando la fotografia è diventata arte, si è unita a tutto quello che non serve più. Invece qui c’è la mia voce che accompagna lungo le sale raccontando la mia idea del mondo. Non guardatela come una mostra di pittura, ma come un album di famiglia, un mondo in cui vi possiate riconoscere».

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