Max Klinger, un artista tra due secoli tra realismo e classicismo inattuale

La mostra al Museo delle Cappuccine di Bagnacavallo espone 150 incisioni che realizzò nel suo percorso che comprese anche la pittura, la scultura e la musica

In Riva Al Mare 1881La prima considerazione sulla mostra di Max Klinger alle Cappuccine di Bagnacavallo è riconoscere l’ammirevole capacità di un museo di provincia a mantenere un buon profilo espositivo autonomo sul panorama nazionale: proseguendo una vocazione alla grafica intrapresa da più di 20 anni, dopo la bella mostra dell’anno scorso sulle incisioni di Goya, il direttore Diego Galizzi presenta questa mostra dedicata ad una delle grandi personalità attive in Europa fra Otto e Novecento. Insieme alla storica dell’arte Patrizia Foglia sono state selezionate 150 incisioni sulle circa 400 realizzate da Klinger (1857-1920): apparentemente marginale, la grafica rappresenta il miglior approccio all’opera del maestro. Da lui considerata disciplina superiore a tutte le altre, la Griffelkunst (arte dello stilo) secondo Klinger è più potente della pittura perchè riesce a mettersi in connessione profonda con l’impulso interiore che spinge alla creazione. Una presa di posizione romantica che nulla toglie al fatto che la produzione grafica dell’artista si mantenga come il punto di osservazione migliore per comprendere il suo percorso sviluppato anche in scultura, pittura e musica.

Klinger

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Figlio del proprio tempo, Klinger (1857-1920) si forma sulle teorie di Nietzsche e Schopenhauer conducendo la preparazione accademica fra Lipsia, dove è nato, Karlsruhe, Berlino e Bruxelles. In breve tempo acquista una discreta notorietà proprio per le capacità tecniche espresse nel disegno e nella grafica a cui si dedica poco più che ventenne. Il mito degli Impressionisti a cui si era appassionato come altri giovani lascia ben presto posto al recupero dei grandi maestri – Mantegna, Leonardo, Dürer e Van Eyck – soprattutto quelli che avevano manifestato un forte interesse al disegno e alla grafica. Oltre a questi modelli, l’idea della fusione di tutte le arti è la seconda parola d’ordine perseguita da tutta la generazione di fine secolo sulla base dell’estetica diffusa da Wagner che aveva reso reale il legame fra parola, teatro e melodia. Klinger manifesta la sua profonda passione per la musica suonando e realizzando alcune serie grafiche che dedica a Schumann (Opus II) e a Brahms a cui viene intitolata l’Opus V, sulla favola di Amore e Psiche (1880). L’interesse per la capacità di ampliare la musica in immagini prosegue con un secondo omaggio – l’Opus XII. Fantasia su Brahms (1894) – che lo stesso compositore riconoscerà come un esempio di resa in immagini di ciò che egli non era riuscito a raggiungere nelle note.

Max Klinger AperturaUn altro nucleo importante del lavoro di Klinger è il rapporto con l’antico, non solo indirizzato al recupero delle favole e delle figure mitologiche ma – come sottolinea De Chirico – al recupero dello spirito classico. Le sue composizioni di mitografie antiche sono ricche di fraintendimenti apparentemente bizzari, mescolati a dettagli realistici. Le favole antiche di Klinger non rivivono attraverso la filologia ma – come nell’arte di Arnold Böcklin conosciuto personalmente nel 1887 – cercano di tradurre il significato della classicità. È il contrario dell’impossibile ritorno alla grandezza del passato che tanto tormentava un preromantico come Füssli, la cui generazione aveva guardato alle rovine con malinconia. Klinger e Böcklin recuperano invece il sentimento panico in tutte le sue implicazioni – erotismo, aggressività, abbandono, sensorialità – con una carica di vitalismo del tutto opposta al senso di perdita. A comprendere questa vena del lavoro è ancora De Chirico che ammira in Klinger la grandezza del suo classicismo inattuale in grado – egli sostiene – di far comprendere alcuni aspetti dell’arte antica.

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Il realismo è un’altra sponda del lavoro di Klinger non solo visibile nello stile ma anche nella scelta di testimoniare le sommosse sociali a cui assistette, temi che probabilmente segnarono il favore di un’altra artista e disegnatrice fortemente impegnata come Käthe Kollwitz. Nonostante una grande attenzione al destino delle donne, soprattutto quelle sedotte e abbandonate, non possiamo aspettarci figure libere da pesanti stereotipi: angeli o demoni, prostitute o sante, tutte rimangono segnate da quell’immaginario patriarcale che ha il suo apice immaginativo proprio nel passaggio da un secolo all’altro. Non a caso, Klinger riesce a riscattare una freschezza di sguardo e una

libertà immaginativa proprio dove è libero da temi o tesi dimostrative, quando soprattutto si distacca dal moralismo dell’epoca. Alcune delle immagini degli Intermezzi (1881) slegate da narrazioni, o tutta la serie dell’Opus VI. Un guanto (1981) riescono a mantenere una grande leggerezza e incisività di segno che richiama la produzione di un insospettabile come il disegnatore Beardsley. Ma soprattutto innescano un’inquietudine profonda che nasce proprio dal contrasto fra la precisa delicatezza del segno e la chiara ambiguità dell’immagine: tutta la narrazione intessuta sul guanto perso da una bellissima donna sconosciuta può essere letto come un manuale di feticismo o un vocabolario delle pulsioni.

La tenuta moderna delle tavole di Klinger – che non a caso incantarono Max Ernst, Dalì, Savinio, De Chirico e tutti i surrealisti – sta proprio nella esplorazione dei meccanismi psicologici, descritti felicemente in uno stile che non tradisce l’impulso interiore.

Max Klinger. Inconscio, mito e passioni alle origini del destino dell’uomo; Bagnacavallo, Museo delle Cappuccine, fino al 13 gennaio; orari: Ma e Me 15-18; Gio 10-12 e 15-18; Ve, Sa e Do 10-12 e 15-19, chiusa il lunedì e post-festivi (ingresso libero).

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