Controguida ai film in uscita per le feste

Dalla commedia “In due sotto il burqa” al perfetto affresco shakespeariano “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Due sotto il burqa

Una scena da “Due sotto il burqa”

Mia personale contro-guida ai film di Natale e della Befana, nella quale ovviamente non troverete cinepanettoni.

A dicembre vi segnalo il divertente film Due sotto il burqa, per la regia della regista francese Sou Abadi, di origine iraniana. Il titolo è volutamente provocatorio e non deve ingannarvi: il film è un Romeo & Giulietta in versione commedia. Siamo a Parigi, protagonisti una coppia di giovani studenti universitari: Leila, di origine arabe, e Armand, figlio di esuli iraniani. I due fidanzati progettano un viaggio insieme negli Stati Uniti, quando però Mahmoud, il fratello di lei, torna da un viaggio nello Yemen, e torna “radicalizzato”, come si usa dire adesso. E qui il film si gioca le sue carte in un mirabile equilibrio: non è per niente anti-musulmano, dato il tono sempre leggero, ma è decisamente anti-oscurantista. Mahmoud vorrebbe infatti che sua sorella Leila fosse devota alla religione e al suo ruolo di donna musulmana, proibendole di uscire di casa e soprattutto di frequentare Armand, che ai suoi occhi è addirittura più pericoloso dell’occidente, in quanto iraniano (e quindi di matrice sciita e non sunnita). E cosa fa Armand per incontrare la sua amata di nascosto, pur se obbligata a rimanere a casa col fratello? Si traveste da donna, e in questo caso da finta musulmana ultra ortodossa, indossando un burqa integrale proprio per non farsi scoprire da Mahoud, e fingendo di chiamarsi Sherazade. Il fratello, però, scopre l’attrazione fatale per questa novella incantatrice, e vorrebbe chiederla in sposa…
Commedia degli equivoci e del travestimento, ma impregnata di nemmeno troppo nascosti riferimenti letterari e cinematografici: il titolo originale Cherchez la femme rimanda al tema del travestimento uomo-donna tipico del teatro classico francese, da Molière in avanti; ma è soprattutto il titolo inglese Some like it veiled (A qualcuno piace velato) che ci porta dritti alla situation comedy americana, al Billy Wilder di A qualcuno piace caldo, al Tony Curtis vestito da donna, e ora sotto il burqa, e a tutte le giocose risate che ci permettono finalmente di ridere delle nostre più recenti paure sociali. Una commedia capace di farci ridere sull’integralismo religioso, facendoci forse anche capire che le risate possono seppellire le nostre paure.

FAMILA HOME MRT 19 – 25 09 19

Altro film che devo segnalarvi per dicembre è L’insulto del regista libanese Ziad Doueiri, e il cui protagonista maschile Kamel El Basha ha vinto la Coppa Volpi a Venezia 2017 come miglior attore. Nella Beirut odierna, un meccanico cristiano falangista e un operaio palestinese litigano per un banale incidente. Ma riconciliarsi è impossibile, e il caso si trascina in tribunale, diventa nazionale, gli avvocati finiscono per portare la storia del Libano davanti ai giudici, una Storia che rimane emblema delle opposte fazioni politiche e delle lunghe guerre di questo pezzo di mondo, dell’odio e dei rancori incancrenitisi, nell’arco di 40 anni, in un’interminabile faida tra esseri umani. Tra il dramma politico e quello processuale, il film non vuole giudicare chi ha torto e chi ragione nella lunga guerra libanese, e demitizza chi, da una parte e dall’altra, pretende di possedere il monopolio del dolore e della sofferenza.
Pregnante, sofferto, ma bello.

Suburbicon

Una scena da “Suburbicon”

Subito dopo è in arrivo Suburbicon, il nuovo film diretto da George Clooney,  ma tratto da una storia scritta 35 anni fa dai fratelli Cohen, con Matt Damon e Julianne Moore, presentato a Venezia 2017.
A Suburbicon, nel 1957, vive una perfetta comunità periferica di sorridenti, giovani e perfette famiglie, tra le quali i Lodge. Ma l’idillio viene rovinato per sempre: prima una famiglia di colore “osa” venire ad abitare in questa perfetta comunità bianca; e poi i Lodge vivono la tragedia: una misteriosa gang di malavitosi entra in casa di notte e uccide la moglie. Ma ovviamente c’è qualcosa di diverso sotto questo strano omicidio, solo apparentemente il frutto di una rapina andata male. Perché ora Matt Damon convive con la sorella gemella della moglie assassinata; e un detective  non è proprio convinto di come sono stati raccontati gli eventi di quella sera… Ispirati da un fatto di cronaca degli anni ’80, i Cohen ne avevano tratto una dark comedy cinica e spassosa, con il loro tipico umorismo nero alla Fargo che si diverte a rovistare tra il marcio delle belle famigliole americane per riderne senza pietà. Affascinato da questa storia, George Clooney non si dimentica però di essere più esplicitamente un demo-liberal, e ne smorza il tono sarcastico e irriverente, dirottandosi verso una commedia moraleggiante, pur senza rinunciare al grottesco realismo tipico dei Cohen.

Matt Damon è anche protagonista di un altro film che era a Venezia, e cioè Downsizing di Alexander Payne, una commedia di fantascienza distopica. La scienza ha trovato il modo di rimpicciolire gli esseri umani: piccoli lillipuzioani alti 15 cm. Ciò è diventato il miglior rimedio contro la sovrappopolazione della Terra e le crisi economiche, e consente di vivere meglio e con meno denaro. Per cui anche Matt Damon e sua moglie, oberati dai debiti, decidono di fare la piccola grande scelta di miniaturizzare i loro corpi. Peccato che il processo sia irreversibile, e che la moglie ci ripensi all’ultimo momento… Storia gradevole, anche se non geniale. Per quanto tutti i temi affrontati siano lodevoli, e per quanto il genere fantascienza distopica sia tra i miei preferiti, purtroppo il film non riesce a staccarsi da un certo brodo indifferenziato di ovvie critiche alla società dei consumi e della massificazione, senza mai brillare per originalità delle idee e senza dare al film un tono deciso, mai troppo leggero, mai troppo cupo.

Tre manifesti a Ebbing

Una scena del film “Tre manifesti a Ebbing”

A gennaio invece uscirà il mio film preferito di questa prima stagione: il magnifico Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, miglior sceneggiatura a Venezia 2017, con Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell. Mildred è una donna la cui figlia Angela, sette mesi prima, è stata violentata, uccisa e poi bruciata. Dopo tutto questo tempo, la sete di vendetta cresce, e la donna decide di provocare la polizia locale: affitta tre grandi cartelloni pubblicitari sui quali campeggiano, nere su sfondo rosso, tre semplici frasi: «Stuprata mentre moriva. Ancora nessun arresto? Come mai, sceriffo Willoughby?». Come mai? Perché la polizia locale, sul filo del razzismo strisciante, è più impegnata a picchiare ragazzi di colore che a cercare l’assassino; perché il dolore di Mildred è diventato una rabbia esplosiva non più controllabile; perché adesso la piccola comunità di Ebbing, Missouri, dovrà schierarsi e capire che la morte non si può seppellire e basta; perché nel dramma non mancheranno momenti di comicità nerissima; perché poi capiremo il dramma dello sceriffo che non potrà dare la caccia all’assassino… Perché poi la storia andrà oltre la ricerca del colpevole, ed esplorerà le psicologie di tutti i personaggi, ognuno dei quali irripetibile, a modo suo. È stupefacente come il grande cinema americano trovi la sua massima espressione da parte di un grande regista irlandese come Martin McDonagh. Se il volto di Woody Harrelson ci riporta al cupo cuore nero americano di True Detective I e alle sue paludi abitate dai mostri della cocienza, Frances McDormand ci ricorda i migliori noir dei fratelli Cohen, un Re Lear al femminile ambientato nell’America profonda, un perfetto affresco shakesperiano tra tragedia assoluta e commedia nera, che agita le viscere umane.

DECO – PIADINA LORIANA LEAD HOME E CULT SPETTACOLI 01 01 – 31 12 19