Costantini e la sua Libia. «È un libro di facce, spero serva a raccontare la verità»

L’illustratore ravennate ha firmato il volume uscito per Mondadori scritto con la giornalista Francesca Mannocchi: «La cosa più difficile è stata rendere la complessità della storia di quel paese»

LibiaUn lavoro durato oltre due anni e che è arrivato in libreria a fine ottobre, finalmente. Libia, per Mondadori, vede la firma della giornalista di inchiesta Francesca Mannocchi e del disegnatore Gianluca Costantini. Ravennate, docente all’Accademia di Belle Arti, collaboratore negli anni di testate nazionali e internazionali, Costantini è anche un noto attivista per i diritti umani e le sue immagini hanno accompagnato, nel mondo, battaglie per la giustizia come, solo per citarne una, quella per Giulio Regeni. Si tratta di un libro sorprendente per le immagini e che riesce a unire narrazione e informazione.

Gianluca, hai detto che è il “libro a fumetti” più complesso a cui hai mai lavorato. In effetti è un reportage, una testimonianza, che alterna narrazioni a pagine più didascaliche sulla Libia. È questo che lo ha reso così complesso da realizzare per te?
«Prima c’è stato un lungo periodo di prove ed esperimenti con Francesa sul tipo di narrazione da dare al fumetto. Pensa che le prime cinquanta pagine sono state buttate e ho dovuto riiniziare dalla prima, non eravamo soddisfatti. Il lavoro è diventato molto difficile soprattutto per la ricerca iconografica della Libia e poi per la difficoltà delle immagine create. La cosa più difficile è stato rendere in una storia la complessità della Libia, al punto che anche gli esperti fanno fatica quando la spiegano. Ed è veramente assurdo che in Italia si studi e si parli così poco di questo paese, visto che è proprio davanti a noi».

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Come avete lavorato tu e Francesca Mannocchi, come è stato costruito il libro?
«Francesca ha scritto racconti e interviste su persone incontrate in Libia e le ha consegnate a Daniele Brolli che è stato l’editor della Mondadori che ci ha seguito, dopo di che io e lui abbiamo creato la sceneggiatura e il filo che tenesse insieme questa complessità. Il lavoro di Daniele è stato fondamentale. La cosa più difficile della realizzazione di queste immagini è che non esiste un immaginario Libia e nonostante Francesca mi avesse dato molte foto e video non bastavano. Non esiste una cinematografia, non esistono foto quotidiane della vita in Libia, anche Google Maps non mappa dettagliatamente le città, neanche Tripoli. Ho raccolto migliaia di foto più che altro delle grandi agenzie, come Magnum e Getty fino alle foto dei pochi turisti. Mi sono creato le mappe dei luoghi, alcune delle quali si possono vedere all’inizio dei capitoli, mi sono trasformato in una sorta di Salgari e ho espanso l’anima da orientalista che ho sempre avuto».

A volte sembra quasi che il tuo disegno diventi una telecamera che segue Francesca, ma naturalmente una telecamere non è. Come nascono i disegni di quei luoghi terribili, come i lager in cui sono trattenuti i migranti? Da che tipo di documentazione tua?
«La ricostruzione dei lager e delle prigioni è stata molto complessa, soprattutto quella del carcere di Abu Salim che si vede nella prima storia. In Libia è vietato riprendere oppure fotografare ed è quindi molto difficile trovare qualcosa on-line. Per fortuna grazie ai miei contatti su Twitter mi sono arrivate alcune foto e anche dei video del posto. Ma di come è adesso, non di com’era durante i fatti narrati. Sì, c’è una sorta di telecamera che segue Francesca perchè la cosa più importante era dare più dettagli e particolari in modo da fare un ritratto della Libia, che non c’è. Un ritratto come se fosse una persona».

ImmaginilibiaNei disegni colpiscono tantissimo i volti, così caratterizzati, così in grado di dirci che quella che spesso percepiamo come una massa indistinta di persone è fatta da singoli individui… Di chi sono i volti che hai disegnato?
«Ci sono moltissimi volti, è un libro di facce. Volevo dare un’anima a tutte queste facce, un amore per ogni disegno, volevo rispettarli. Per quanto mi riguarda, queste persone sono eroi, guerrieri… Io che non so neanche nuotare non potrei mai prendere una barca e attraversare il Mediterraneo, sicuramente diventerei uno dei cattivi. Solitamente sono una massa di persone, volevo dargli un’idividualità. Dalla donna che attraversa il deserto, allo scafista, al politico, a volte sembra siano solo pedine di un gioco. Ma sono persone vere. Se prendi una foto e ingrandisci ogni faccia e la guardi, tutto cambia, non sono più solo una macchia informe, sono occhi che guardano».

Un tema molto forte è quello della rassegnazione della popolazione libica, incapace di ribellarsi, anestetizzata da tanti anni di dittatura di Gheddafi. Questo libro è un atto di rivolta alla rassegnazione e all’indifferenza di questa parte del Mediterraneo?
«No, non è un libro di rivolta, è un libro che spero riesca a raccontare la verità in maniera semplice. Certo, c’è chi rimpiange Gheddafi, ma non è rassegnazione, è sopravvivenza. Sono persone che cercano di vivere e far crescere le loro famiglie nell’indifferenza della comunità internazionale. Ma questi sono temi che solo Francesca può spiegare perchè è lei che ha parlato con le persone ed è stata nei luoghi».

Perché, secondo te, queste denunce ormai ripetute da anni anche da tante organizzazioni non governative e stampa internazionale sembrano non sortire alcun effetto reale? Come possiamo in particolare noi europei che viviamo in democrazie “mature”, come si suol dire, sopportare che i nostri governi siano in qualche modo complici di sistematiche e terribili violazioni dei diritti umani?
«Io credo che le persone non sappiano quasi nulla della Libia, conoscono la figura di Gheddafi ma solo per le sfilate che faceva con Berlusconi oppure per il suo strano modo di vestirsi. Eppure la Libia è stata una colonia dell’Italia, ma gl italiani non hanno memoria del passato, in fondo cosa ne sanno dell’Eritrea? Perchè gli eritrei scappano dalla loro nazione? Nessuno se ne interessa. Forse gli unici libici che si conoscono sono i terroristi di Ritorno al futuro. Il nostro governo da Minniti in poi ha eretto un muro nel Mediterraneo, e durante il periodo del governo Lega-5stelle l’odio per le Ong per i migranti è salito alle stelle. Eppure abbiamo tanti affari in Libia, io ho delle foto di un mio zio veneto che ci lavorava negli anni ’70. I governi sono complici anche quando non fanno nulla, complici della Francia che ha bombardato la Libia, complici di non aver detto niente, tutto per affari per gas e petrolio».

044 Lo ScafistaQualche anno fa sei stato “bannato” e censurato da Erdogan per un suo ritratto in cui il volto era ricoperto di sangue. Oggi il mondo intero sembra aver improvvisamente scoperto ciò che tu già denunciavi anni fa. Ma intanto in questi anni l’Europa gli ha appaltato i campi profughi per i siriani in fuga. Ci sono analogie con la situazione della Libia?
«L’unica analogia può essere che Erdogan è un dittatore proprio come Gheddafi, che se ne frega dei diritti umani e che fa soldi. Abbiamo rischiato la stessa cosa con Salvini qui in Italia. Quando venni censurato da Erdogan in alcune interviste dissi che non c’era niente da stupirsi e che sarebbe potuto succedere anche in Italia da un giorno all’altro, per ora è solo rimandato. Ma chi vuole pieni poteri, proprio come Erdogan, è un pericolo per la democrazia. Alla fine del 2015 l’esercito turco, nella totale indifferenza, attaccò la città curda di Cizre. In pochi se ne lamentarono. Ma la maggior parte delle proteste che si sentono adesso, l’indignazione, è purtroppo anche una moda social. Tra pochi giorni l’indignazione si spostera su qualcos’altro, abbandondando i curdi alla loro disperazione. Come nella guerra in Siria ogni tanto ci si indigna ma poi si ha paura che Erdogan ci mandi i milioni di profughi che sono in Turchia. Io credo che in Italia ci sia molta ignoranza di politica estera, anche sui paesi che ci stanno vicino».

Chi speri che legga questo libro?
«Non ho preferenze, credo che possa essere un libro che può leggere un ragazzino come un esperto di Libia. Io spero che leggendolo la gente riesca a conoscere un po’ di più questi nostri fratelli».

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