Giuseppe Genna: «Da noi il futuro si manifesta come decadenza del passato»

Parla l’autore di History, atteso alla Classense di Ravenna: «Oggi chi ha bisogno di testi scritti?»

Giuseppegenna 0Il futuro è arrivato. Lo scrittore Giuseppe Genna ambienta il suo romanzo fantascientifico History (Mondadori) nel lontano… 2018. Un futuro molto prossimo in cui la tecnologia ci libera e ci opprime allo stesso tempo, gli esseri umani cominciano a ibridarsi con le macchine e l’intelligenza artificiale va oltre ogni possibilità di comprensione umana. Una distopia che è spaventosa e terribilmente plausibile. L’autore sarà a Ravenna il 21 febbraio alle 18 alla biblioteca Classense per Il Tempo Ritrovato, anticipiamo qui alcuni dei temi di cui si discuterà.

La fantascienza contemporanea, da Zero K di De Lillo alla serie tv Black Mirror, fino al suo romanzo, racconta il futuro come ipertecnologico e molto angosciante. Quando il futuro ha smesso di essere un sogno ed è diventato un incubo?
«L’angoscia deriva dalla decisiva mutazione che il futuro imporrà alla specie. E per futuro intendo i prossimi dieci anni. Io riprendo le teorie di Raymond Kurzweil della “singolarità tecnologica”, a cui si abbeverano anche gli autori di Black Mirror, studioso che ora è a capo dei lab di Google. Anche Stephen Hawking e Nick Bostrom “Super intelligenza”, hanno dato segnali di allarme. Quello che si prevede è che il salto tecnologico a cui stiamo andando incontro sarà, per la prima volta, legato direttamente alla biologia. Secondo queste teorie l’uomo entro il 2049 avrà dentro il suo organismo parti meccaniche che agiranno a livello microscopico, come robot atomici che si muoveranno nel nostro sangue e editing genetico. Questo muterà la specie umana a una velocità innaturale. Dalla consapevolezza di questa velocità viene un’angoscia».
La bambina protagonista, a cui hanno dignosticato una forma di autismo, viene curata da due soggetti, apparentemente molto lontani, uno scrittore e un’intelligenza artificiale. Come avviene il contatto tra due mondi così distanti?
«Io avverto la fine del lavoro dello scrittore che era stato necessario nel novecento. La letteratura in quel periodo aveva un ruolo chiave. Leggere fungeva da ascensore sociale. Oggi chi ha bisogno di testi scritti? Come sappiamo dagli studi, sempre meno persone riescono a comprenderli. L’ultima lettrice la immagino come un’intelligenza artificiale, che è interessata alla scrittura umana per comprendere le persone e il loro linguaggio. Lo scrittore del futuro è disoccupato, ma torna a una funzione solo grazie alla necessità di “aggiornamento” richiestagli da un’intelligenza artificiale. Insieme capiranno che l’autismo è una forma di comunicazione che non si comprende».
Il libro è ambientato nel 2018. Un futuro a cui siamo già arrivati?
«Il futuro è arrivato e non ce ne siamo accorti, perché le cose vanno così velocemente che ci arrivano prima di avere il tempo di accorgercene».
La fantascienza spesso è legata al “nuovo mondo”, pensiamo alla Silicon Valley o a New York, tu hai deciso di ambientare la tua storia a Milano. Come mai?
«In Italia c’è una storia. A differenza di paesi che nascono tecnologici per una assenza di storia, come l’America, da noi il futuro che arriva si manifesta come decadenza del nostro passato. Abbiamo da sempre avuto persone che si sono spinte oltre i confini. Fermi che inventa la bomba atomica, Colombo va a scoprire un continente “alieno”. Però la nostra tecnologia si aggrappa al nostro lungo passato ed è quindi una forma di contaminazione. Certe trasformazioni avverranno prima qui che altrove».
Una cosa che colpisce del tuo romanzo è l’utilizzo della lingua. Di solito la narrativa “di genere” lascia spazio alla storia, tu invece hai scelto una lingua complessa, anche al costo di far passare la narrazione in secondo piano in alcuni passaggi. Come mai?
«Non volevo cedere alla tirannia delle storie. Vengo come formazione dalla poesia, e arrivo alla narrativa di genere in un secondo momento. Volevo reagire allo scadimento dello stile, anche a costo di sembrare “difficile”. È l’epica della fine di un mondo, non di un nuovo inizio. Si legge più lentamente, ma volevo andare contro la velocità imposta dalla tecnologia, anche ai libri».
Nel tuo libro precedente La vita umana sul pianeta terra hai raccontato la storia di Anders Breivik il neonazista che uccise 77 persone in un attentato sull’isola di Utøya in Norvegia nel 2011. Ora che il mostro che tu hai guardato negli occhi si è nuovamente risvegliato anche in Italia, che effetto di ha fatto?
«Me lo aspettavo. L’Europa ha, come dicevamo prima, radici culturali profonde. Non ci sono stragi insensate come quelle che avvengono nelle scuole in America, c’è però una frattura più profonda. Brevic è una persona che si è formata all’ideologia neonazista, la cui inabilità mentale è stata messa in dubbio dalla sentenza di condanna. Quindi è un criminale che ha agito coscientemente, e ha messo in ginocchio un paese, bloccandolo di fatto per giorni. Questa cosa è stata sottovalutata nel resto d’Europa, e ora che sta arrivando anche qui forse è troppo tardi. Credo ci saranno altri episodi simili a quelli di Macerata, forse peggiori, purtroppo. Però la reazione civile che c’è stata con le molte persone scese in strada per protestare è un segno di speranza».

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