Gli eroi comuni di Cristiano Cavina, tra Casola e Ca’ Malanca

Lo scrittore romagnolo in libreria con Fratelli nella notte (Feltrinelli), storia di uomini che «non avevano parole»

CavinaFoto

Con Fratelli nella notte il casolano Cristiano Cavina torna a parlare della sua terra e della sua famiglia incrociando la storia di due fratelli: suo nonno e, appunto, il fratello. In un centinaio di pagine, in questo romanzo breve uscito per Feltrinelli, Cavina cesella la storia della vita di questi due uomini, aprendo uno squarcio su un luogo, le colline casolane, e un’epoca, quella della Seconda Guerra Mondiale e del Dopoguerra, modulando stili e registri con grande maturità stilistica. Lo abbiamo contattato per chiedergli di raccontarci qualcosa di più sulla genesi di questo romanzo.

Cristiano, questa storia semplice sembra avere un grande valore simbolico. Può un atto di eroismo redimere una vita di fallimenti? È questo che volevi raccontare?
«Io credo che siano le storie ad avere un valore simbolico, tutte le storie, non siamo noi a mettercelo. Certo, in questo libro di storie ce ne sono due e sì, parla di fallimento e riscatto. Solo che di solito il riscatto arriva alla fine, qui è all’inizio… Il punto è che c’è una razza di uomini che fai fatica a giudicare perché appartengono a un mondo che non c’è più».
Racconti di tuo nonno e lo zio di tua madre. Sono fatti di cui hai sempre sentito parlare fin da bambino?
«No, in realtà ho scoperto una lettera di Mario in cui raccontava cosa era successo a Ca’ di Malanca e di lì ho ricostruito il resto. Lo conoscevo, ma lui non mi aveva mai detto niente. Ricordo che aveva i cavalli e che li portava alla briglia e in quella lettera ho scoperto che lo aveva fatto anche a Ca’ di Malanca, perché si era fatto esentare dal combattimento…».
Mario, detto “Tarzan”, ha fatto la Resistenza ma in modo inconsapevole. Non credeva in alcun ideale in particolare, né ci ha creduto dopo…
«È vero, perché la Resistenza è stata anche questo e credo che togliere la patina retorica possa servire a far capire il vero eroismo di quelle persone in quegli anni, che sono state dalla parte giusta. Erano ragazzi, non erano soldati, erano impreparati. Si è trovato lì e aveva paura, ma ha fatto la cosa giusta…».
Come dicevi, un’epoca ormai lontana dalla nostra, dove le cose erano molto diverse. E non è la prima volta per te…
«Sì, ho raccontato il tempo a cui credo di appartenere. Come dico spesso, sono un uomo coniugato al passato remoto, l’unica proiezione sul futuro sono i miei figli. Per questo forse non scriverò mai un best seller…».
E però questo libro è uscito con un grande editore come Feltrinelli. Hai abbandonato la tua storica casa editrice, la più piccola Marcos  y Marcos?
«No, assolutamente no. È solo che Marcos non aveva un formato per un libro di questa lunghezza, mentre Feltrinelli sì. Lo ha scelto Alberto Rollo, poco prima di andarsene, ma il prossimo libro sarà con Marcos…»
Ancora una volta sei andato a cercare ispirazione a Casola, quante storie può ancora raccontare quel luogo?
«Infinite. Basta pensare a scrittori come Faulkner, dove ha ambientato le proprie storie. E Casola è tutti gli ottomila paesi sparsi per l’Italia che fanno, insieme, gli abitanti di Roma…»
Ma nei paesi sopravvivono quei personaggi che tanto ci hai raccontato facendoci anche ridere? Non manca anche in questo romanzo, dai toni sicuramente più drammatici, un cameo dei vecchietti sulla panchina…
«Sì, sopravvivono. Qui ancora i bambini vanno in giro in bicicletta da soli a sei anni o vanno a giocare al fiume; c’è un problema demografico, certo, perché man mano che le persone studiano e cercano lavori qualificati, sono costrette ad andarsene. Ma personalmente conto di diventare un giorno il vecchietto che romperà le scatole ai bambini che giocano a pallone in piazza e di cui poi loro parleranno da grandi… “ti ricordi quel Cavina?”»
I vecchi di cui parli in questo libro non avevano parole per esprimere i sentimenti. Che cosa può insegnarci un’epoca in cui le persone non avevano le parole? Perché recuperarla?
«Credo che proprio per questo stia a noi raccontare quelle storie. Non avere parole per descriverli, non significa non avere sentimenti. Non significa che in una notte non ti fai venti chilometri portandoti settanta chili in spalla per salvare la vita di tuo fratello, anche se magari non sei capace di dirgli “ti voglio bene”».

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