La colpa dello stigma nazista nel (bellissimo) romanzo Le assaggiatrici di Postorino

L’autrice attesa a Lugo: «Racconto la storia di una donna che diventa complice di un sistema disumano, proprio mentre lei stessa è deumanizzata, racconto la difficoltà di essere liberi, la facilità con cui, credendo di non scegliere, si sceglie»

Le Assaggiatrici PostorinoCon lo ScrittuRa Festival arriva a Lugo una delle voci più convincenti del panorama italiano della narrativa italiana: Rosella Postorino, 40 anni, pubblicata ora da Feltrinelli, in precedenza da Einaudi. Sarà al Chiostro del Carmine alle 18 del 27 maggio.

Il suo recente Le assaggiatrici è un romanzo che si può definire magistrale sotto ogni aspetto, dalla trama alla costruzione del personaggi, dalla voce narrante all’intreccio di questioni etiche che continuamente si pongono al lettore. In più occasioni Postorino racconta di aver preso spunto da un trafiletto letto per caso su un giornale in cui una donna tedesca ormai novantenne raccontava di aver fatto da “assaggiatrice” per il Furher durante la seconda guerra mondiale, per verificare che il cibo destinato a Hitler non fosse contaminato. Nasce così Rosa, la protagonista, e le altre nove donne che con lei condividono quella peculiare condizione non per scelta: tedesche, ben pagate, nutrite eppure a rischio di avvelenamento. Rosa è una giovane berlinese che ha cercato rifugio in campagna, dai suoceri, mentre il marito è sul fronte russo. In un paesino vicino al covo segreto di Hitler nell’ultimo anno di guerra prima della capitolazione.

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Rosella Postorino Campiello

In quel ruolo di “assaggiatrici” per il Furher c’è un coacervo di contraddizioni: la sazietà rispetto alla fame, la paura e la sensazione però di essere in fondo prescelte, il senso di colpa e di sollievo. Quale di questi aspetti ti ha spinto a scrivere un libro così complesso?
«Non credo che le assaggiatrici si sentissero «prescelte», ma è vero che la loro condizione di cavia implicava un privilegio: quello di mangiare abbondantemente, per di più pietanze gustose, mentre gli altri tedeschi erano affamati dalla guerra. Era proprio il loro ruolo contraddittorio a interessarmi. Come scrisse Primo Levi, l’oppressione non esclude la colpa, ma i regimi totalitari, alla stessa stregua di ogni organizzazione coercitiva, oltre al crimine di opprimere compiono anche quello di togliere innocenza agli oppressi, che colludono con quel potere pur di sopravvivere. Mi pare che Rosa Sauer chiami in causa chiunque e in ogni epoca: la storia di una donna che diventa complice di un sistema disumano, proprio mentre lei stessa è deumanizzata, racconta la difficoltà di essere liberi, la facilità con cui, credendo di non scegliere, si sceglie, il ricatto cui l’istinto di sopravvivenza ci sottopone».
Non si riesce mai a tracciare un confine netto. Ci troviamo a vivere e simpatizzare per tedeschi che in fondo stanno permettendo che accada ciò che sta accadendo in quegli anni. è passato abbastanza tempo per una nuova elaborazione dell’orrore tedesco di metà Novecento? E che ruolo ha la letteratura in tutto questo? Può un romanzo prendere una vicenda da quel contesto senza porsi il dilemma etico del giudizio su quella storia, come forse ci è concesso fare rispetto a epoche più remote?
«Non penso si possa sospendere il giudizio etico verso nessuna epoca, nemmeno la più remota. Ma conoscere, riflettere, interrogarsi non significa prendere le parti né giustificare, così come non ha senso disumanizzare i nazisti, o peggio ancora tutti i tedeschi che, pur non aderendo al nazismo, ne sono stati comunque silenti complici (la «colpa politica» di cui parla Jaspers: aver tollerato quel regime), perché disumanizzare è tipico dei regimi totalitari, e perché ci deresponsabilizzerebbe di fronte alla possibilità di ripetere, in forme diverse, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. La letteratura si interroga sugli esseri umani, sulle loro pulsioni, sulle loro relazioni; si interroga sulla vita così come ci è data: fragile, marcescibile; si interroga sulla morte, sul dolore, sul male, e per farlo in modo autentico e serio non deve narrativamente – e sottolineo narrativamente – giudicare: sarebbe un cattivo modo di scrivere. Ho voluto provare a comprendere le ragioni di una donna comune, cresciuta con un padre antinazista, che si trova a lavorare per Hitler senza averlo mai votato (per età) né sostenuto, ma nemmeno contrastato. Una donna qualunque che ha rischiato di morire ogni giorno per lui, perché era paradossalmente un modo per sopravvivere».
A un certo punto la tua protagonista dice che «Nessuno nasce senza colpa», che è uno dei fondamenti del credo cristiano. È questo che intende anche lei, che fino a quel momento non è parsa affatto religiosa, nel senso che non la vediamo rivolgersi a Dio?
«Ma la mia protagonista cita il salmo 23 nel primo capitolo del romanzo, parla di transustanziazione, si interroga su colpa e peccato ed è indignata con Dio, ha una formazione cattolica – in chiesa ascoltava i genitori leggere all’ambone durante la messa – ed è figlia di un cattolico antinazista che ha votato Zentrum: non direi affatto che la dimensione religiosa non sia presente nel romanzo. Piuttosto direi il contrario, considerato che anche Hitler – invisibile e onnipresente – è qui quasi una figura divina, esattamente come lo proponeva la propaganda nazista. Quando usa quell’espressione, sì, Rosa gioca sull’idea del peccato originale paragonato – provocatoriamente – allo stigma nazista con cui un figlio suo nascerebbe».
Nel tuo stile di scrittura così preciso, così controllato senza però essere algido, in quell’io narrante che passa dal coinvolgimento sentimentale allo sguardo distaccato di ciò che le accade intorno, nell’uso dell’interrogativa, ho trovato echi dell’Ancella di Margaret Atwood. Come hai trovato la voce della protagonista? Come hai costruito il suo passato?
«Volevo una voce asciutta e fredda, non ricattatoria, disincantata. È la voce di una donna che parla da un tempo in cui tutto è accaduto, non ci sono più alibi: lei sa di essere stata parte di un sistema atroce. Tuttavia, poiché volevo che il racconto, sebbene al passato, desse la sensazione di essere in presa diretta, questa voce doveva esprimere anche la pulsione di vita che perdura in ognuno di noi, persino nella tragedia. Doveva essere una voce non giudicante ma non indulgente, soprattutto non autoindulgente».
Secondo te ha qualche fondamento il luogo comune che in un gruppo di donne nasca immediatamente la competizione e l’invidia, qualsiasi sia il contesto, anche di pericolo, mentre tra gli uomini si sviluppi più facilmente il cameratismo? Se si pensa alle prime lettere di Gregor (sul fronte) a Rosa sembra quasi di sì…
«Assolutamente no, e trovo questo luogo comune misogino! Tra le assaggiatrici, che da lettori vediamo assieme tutti i giorni (diverso è il racconto, in una lettera dal fronte, di un marito che non vuole far preoccupare la moglie), si stabiliscono rapporti complessi com’è complessa la realtà: le donne sono tra loro solidali e sospettose, si aiutano e si tradiscono, si confidano e si nascondono segreti. Vivono in una condizione di paranoia e coercizione giornaliera, non si sono scelte, sono simili a detenute, eppure ridono insieme, a volte insieme immaginano ancora un futuro».

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