Quei bambini “spediti” al Nord, raccontati da Viola Ardone: «Un tema molto attuale»

L’ultimo romanzo dell’autrice è uno dei casi letterari del momento. «Oggi un progetto per i minori stranieri sarebbe doveroso»

978880624232HIGCaso letterario del momento, Il treno dei bambini di Viola Ardone merita tutta l’attenzione che sta ricevendo. Il romanzo racconta la storia di Amerigo Speranza, bambino di sette anni che vive con la madre in un “basso” dei Quartieri Spagnoli, il padre forse partito a far fortuna in America, chissà se c’è mai stato, alla fine della seconda guerra mondiale. Una situazione di indigenza assoluta che spinge la madre ad accettare l’offerta di alcuni giovani entusiasti “compagni del Pci”: mandare il figlio al Nord (arriverà poi nel Modenese) per un periodo in cui potrà ricevere cibo e cure e frequentare la scuola. Senza badare a chi diceva che avrebbero mandato i figli in Russia e che i comunisti i bambini se li mangiavano. Furono decine di migliaia i bambini del sud che poterono beneficiare di questa proposta negli anni subito successivi al Secondo Conflitto mondiale. Una storia di cui per decenni si è saputo poco e tornata in primo piano negli ultimi dieci anni anche grazie al documentario Pasta Nera e al libro I treni della felicità di Giovanni Rinaldi.

Viola Ardone ne ha tratto materiale per un romanzo che, tra i tanti meriti, ha anche quello di far conoscere quell’esperienza e raccontarla in modo sfumato, complesso, commovente e divertente con un protagonista (e non solo) indimenticabile e una ricostruzione di quell’epoca dai colori vividissimi. Quel viaggio diventa l’occasione per affrontare con delicatezza ma allo stesso tempo profondità temi universali e archetipici, come l’abbandono, la fuga, il distacco, il ritorno, l’appartenenza, l’identità.

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Ardone sarà ospite della rassegna nella biblioteca di Cattolica il 15 febbraio alle 17 e a San Mauro Pascoli a Villa Torlonia il 16 (ore 16.30) e ha gentilmente accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

Viola Ardone

Viola Ardone

Viola, nel raccontare la storia dei treni dei bambini dal sud racconti inevitabilmente di politica, umanità, solidarietà, ideali, umanità. Quale di questi aspetti ti interessava di più mettere in luce?
«Mi interessava entrare in una realtà che dista nel tempo solo una settantina d’anni ma che sembra, a mio avviso, un’epoca lontana. L’Italia di allora usciva da un conflitto, decideva se restare monarchica o diventare repubblicana, faceva i conti con le perdite subite e progettava la ricostruzione. In questo scenario l’Unione donne italiane e il Partito comunista colsero un bisogno urgentissimo e inderogabile: quello di mettere al riparo i bambini, che erano le vittime più indifese e fragili. Volevo attraversare questa vicenda dall’interno, far parlare uno di essi e viaggiare attraverso le sue emozioni, il suo stupore, la sua paura».

Come ci hai lavorato? Esistono ancora testimonianze dirette di quell’epoca? Quali tracce sono rimaste?
«Negli anni passati sono stati realizzati lavori di documentazione che sono stati un utile punto di partenza per tracciare le coordinate, il perimetro della storia. Chi fosse interessato all’aspetto puramente storico può avvicinarsi ai lavori di Buffardi, Cappiello, Piva, Rinaldi e tanti altri, che hanno intervistato ex bambini dei treni. Ho avuto modo anche io di conoscere molti di quei bambini, che mi hanno donato i loro ricordi. Inoltre esistono documenti dell’epoca: articoli di giornale, materiali d’archivio, un memoir scritto da Gaetano Macchiaroli, editore e librario napoletano che fu tra i fondatori del Comitato per la salvezza di bambini di Napoli. Voglio precisare però che i protagonisti del mio romanzo e la loro parabola umana sono frutto della mia fantasia».

Uno dei grandi dilemmi del libro è la differenza tra solidarietà e carità. Cosa distingue queste due categorie del vivere civile?
«La carità è un atto di benevolenza soggettiva ed estemporanea. La solidarietà è un fatto culturale: si insegna, in famiglia, a scuola, dovrebbe essere un valore diffuso dal mondo della politica. Essere solidali significa aprirsi alle esigenze dell’altro, essere capaci di condividere e anche di ricevere».

Hai scelto di raccontare una storia particolarmente dura, un rapporto madre-figlio fatto di poche tenerezze. Nella miseria e nella povertà materiale si annida più facilmente anche una maggiore difficoltà di esprimere gli affetti?
«Il bisogno taglieggia i sentimenti, è vero. Ma il caso di Antonietta, la madre di Amerigo, è particolare. È una donna che, giovanissima, ha già perso i genitori nei bombardamenti, ha perso un figlio, piccolissimo, per malattia, non ha un uomo accanto a sé e vive di espedienti. Carezze, dicono di lei, non ne avute mai, e quindi non è capace di farne. Eppure riesce a riconoscere l’occasione che si sta presentando per suo figlio, e lo lascia partire su quel treno, anche se con tanto dolore e paura».

Ogni personaggio è tratteggiato con qualche dettaglio che lo rende unico e memorabile.
«Ho cercato di evitare personaggi stereotipati, volevo che avessero una profondità tridimensionale, anche quelli minori».

Racconti la Napoli del dopoguerra, ci dai uno squarcio su quella del 1994. Oggi come stanno i bambini dei quartieri di Napoli?
«La problematica è molto attuale: si discute, ad esempio, sui figli delle famiglie di camorra. Meglio allontanarli, sistemarli in un altro contesto per salvarli da un destino già segnato o lasciarli nel loro alveo familiare? Io non ho una risposta. In un mondo perfetto non esisterebbero famiglie di camorra, né evasione scolastica o giovanissimi che si affiliano ai clan. Fare i conti con la realtà è diverso e può portare a soluzioni di emergenza che però lasciano tante domande».

Pensando ai treni dei bambini che racconti, possiamo pensare ai bambini che oggi cercano con o senza i loro genitori di raggiungere l’Europa dall’Africa, ma l’accoglienza che ricevono non è certo la stessa. Perché oggi sembrerebbe inconcepibile un progetto come quello di quegli anni? Cosa è cambiato?
«Oggi un progetto di solidarietà per i minori stranieri che arrivano in Italia sarebbe doveroso. Se è stato possibile allora, in mancanza di mezzi di comunicazione rapidi e con infrastrutture al collasso, cosa ci ferma, oggi, in una società di maggiore benessere e con infinite più possibilità organizzative?».

Dal punto di vista letterario il libro ha più registri, più scritture, più voci. L’io narrante cresce e cambia il modo di esprimersi. Come hai lavorato sulla lingua? E quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Il lavoro sulla lingua è stato il più difficile. Volevo che fosse Amerigo a narrare la sua storia e avevo bisogno di una lingua che aderisse a lui, in maniera “sartoriale”, come un cappottino fatto su misura. Non poteva essere il napoletano ma nemmeno l’italiano standard. Ho creato una lingua letteraria che riproducesse la melodia dei dialetti del sud, utilizzando alcuni intercalari e pochi termini o espressioni in vernacolo. Man mano che Amerigo procede nel suo percorso di formazione, la lingua cresce e cambia con lui. Fino all’italiano medio-alto dell’ultima parte, quando ormai è diventato un uomo. Prima e durante la scrittura ho letto molto Anna Maria Ortese, Ermanno Rea, Domenico Rea, ma anche il Malaparte de La pelle. E avevo nelle orecchie e nel cuore il teatro di Eduardo».

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