Maggiani, la campagna, la natura e il gelido inverno faentino

Lo scrittore ligure ha da poco scelto di trasferirsi in Romagna passando da dove tramonta a dove sorge il sole

Maurizio Maggiani

«Non sono abituato a questi inverni qua… Non ce la faccio». Maurizio Maggiani, scrittore ligure migrato in Romagna sta ancora cercando di abituarsi al freddo e alla nebbia. Da diversi anni vive nelle campagne faentine, ma questa è la prima volta che rimane qui anche d’inverno. Maggiani è un tipo molto particolare e la conversazione con l’autore di libri come Il coraggio del pettirosso, Il romanzo della nazione e La zecca e la rosa. Vivario di un naturalista domestico (editi da Feltrinelli) volge subito al surreale.

«Facciamo questa intervista subito che poi mi devo buttare nel canale» esordisce, e poi prosegue «Ti rispondo alla prima domanda – prima che gliela facessi, ovviamente –. Quando sono venuto in Romagna ho pensato: “ecco sono arrivato a Disneyland”, perché qui era tutto morbido, sorridente, accudente. Però era primavera. Poi con l’arrivo dell’inverno ho scoperto che cos’è davvero l’inverno. Qui è una stagione vera, da noi era solo un periodo po’ più fresco. L’Appennino protegge la Liguria dalla tramontana e non fa mai così freddo. Io non ho mai comprato un ombrello in vita mia, al massimo andavo a tagliarmi i capelli dal barbiere e uscendo ne prendevo su uno… Credevo di morire quest’inverno, ma sono sopravvissuto. Uno merita di vivere solo se lo guadagna».
Beh, questo freddo può essere uno stimolo rimanere in casa a scrivere…
«È uno stimolo, sì. Mia moglie dice che se fosse vissuta dove sono cresciuto io non si sarebbe mai laureata perché sarebbe stata sempre in giro all’aperto».
Quindi quest’inverno hai scritto molto?
«No, non ho scritto niente. Ma è stato perché l’inverno mi ha preso alla sprovvista. Non ero preparato. Ma il prossimo inverno sarò pronto e scriverò sicuramente moltissimo».
Dall’Italia di ponente ti sei spostato a levante, come è cambiata la prospettiva?
«Questa è la cosa bella e la ragione per cui io sono qui. Ora mi vanto di vivere a oriente. Per un occidentale non è poco cambiare costa d’Italia. Le persone qui dicono: “Dai, che tra poco è giorno!”, qui sorge il sole sorge sul mare e dà una spinta a cominciare le giornate. Da noi si dice “belìn, che vuoi fare, ormai è notte, tra poco tramonta il sole”. È una prospettiva ben diversa…»
Il tuo ritorno alla campagna, dopo la vita di città, ha segnato anche la tua scrittura. La zecca e la rosa parla e si nutre dell’aria di campagna.
«In Liguria la campagna è stretta, perché fatta di dislivelli, ma per me era grandissima perché ero un bambino. Ora che sono vecchio in Romagna mi sento in mezzo all’infinito, dei campi non si vede la fine, sono sconfinati. In campagna i ritmi sono più lenti. Qui vedo ancora le facce che c’erano cinquanta anni fa. Giorgio si è comprato l’aratro con la guida satellitare, ma ha la faccia e le mani di mio zio e mio zio era un vero contadino, uno che per portare sua figlia a sposarsi aveva voluto noleggiare una Cadillac decappottabile, non so se mi spiego…»
Nella tua scrittura si sente anche un ritorno al mondo dell’infanzia, infatti per La zecca e la rosa hai scelto la forma narrativa dell’abbecedario.
«Mi ricordo in prima elementare che attaccato al muro c’erano le lettere. O era oca, C era Coniglio, A era Aratro, no forse aratro è una parola un po’ difficile per le elementari…»
Forse era Ape…
«Mi sembra più veritiero. Il mondo era bello, perché lo scoprivamo senza muoverci dalla classe. Non andavamo in giro a vedere le api, i conigli o le oche. Erano loro sotto forma di disegni e racconti a venire da noi. Era meraviglioso perché era tutto così semplice».
Molti autori contemporanei raccontano storie che si svolgono in grandi città o in paesi in cui si intrecciano molte vicende, tu invece hai scelto di raccontare la campagna disabitata, un luogo dove apparentemente non succede nulla…
«Se questi scrittori hanno bisogno che succeda qualcosa di fuori, si vede che non gli succede niente dentro».
In questo libro metti insieme aspetti molti realistici della campagna, come i migranti che raccolgono la frutta, con elementi di fantasia, quasi magici, come i folletti. Come stanno assieme due mondi così distanti?
«Tu sei nato in centro a Ravenna e non sai niente di noi di campagna: i folletti esistono eccome. Da quindici giorni mi sveglio sentendo piangere. Sai chi è? È il fantasma del gatto albino. Quando era vivo non lo ha voluto nessuno, perché era brutto, ed è morto di freddo. Adesso è tornato per farmi venire i rimorsi, perché potevo salvarlo invece non l’ho fatto, e mi tormenta nella notte con il suo pianto. Non fraintendermi. Io sono contemporaneo, ho cinque computer e non scrivo a mano dai tempi della maturità, però ai folletti ci credo, perché ci sono. Ci sono anche case che vedono e sentono. La natura è conturbante e misteriosa. Anche il contadino più esperto sa che c’è sempre qualcosa che gli sfugge. Il grillo talpa, che ti mangia i finocchi e tu non puoi fare niente per fermarlo, è chiaramente un essere demoniaco. C’è un elemento magico? Sì e anche spirituale. La spiritualità dei senza dio che ci portiamo dietro da secoli. In Liguria abbiamo il buffardello che entra in casa di notte per fare scherzi e toglierti il respiro…»
In Romagna c’è il mazapegul, che mi pare gli assomigli.
«Certo ce n’è una versione ovunque, e sai perché? Il motivo è che non li inventiamo noi, esistono in natura da molto prima di noi. Tutto sta nel saperli vedere».

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