Bugo e «il prezzo della libertà»

Il cantautore milanese: «Faccio quello che voglio e questo al sistema non piace…»

 

Cristian Bugatti, in arte Bugo

Tra i nomi storici della scena rock alternativa italiana, Cristian Bugatti, 43 anni compiuti la scorsa estate, è ancora lo stesso Bugo con cui si poteva scambiare due chiacchiere a inizio anni Duemila al meeting delle etichette indipendenti: un po’ cazzone, presuntuoso quel tanto che basta, poco incline ai compromessi. Nel frattempo ha sfiorato il successo, quello vero, pubblicato cinque album per una major importante come la Universal e uscito pian piano dalla cerchia dei beniamini della critica, non senza traumi. È tornato con un nuovo album solo l’anno scorso, dopo un silenzio discografico lungo cinque anni (alcuni di questi vissuti in India con la moglie): ottavo lavoro sulla lunga distanza, si chiama “Nessuna scala da salire” ed è uscito in aprile per la storica Carosello Records.
Nelle sue ultime battute, il tour di presentazione è passato anche dalla Romagna, il 4 febbraio al Bradipop di Rimini. Ne abbiamo approfittato.
Bugo, come stanno andando i concerti?
«Siamo una band bella rodata, facciamo ancora la nostra porca figura…».
Chi sono oggi, dopo un lungo silenzio, i tuoi fan?
«Sono i migliori del mondo, innanzitutto. Poi ci sono quelli che mi seguono dall’inizio, altri nuovi, ma non mi hanno abbandonato, anche perché in realtà anche senza un nuovo album ho fatto un tour anche nel 2013, ma mica si può essere sempre presenti, si deve anche far venire voglia alla gente di venirti a sentire. Questo presenzialismo diffuso di questi tempi mi infastidisce…».
Perché aspettare invece cinque anni per un nuovo disco?
«Mi ero rotto le palle di molte cose. Ho continuato a scrivere canzoni, ma la libertà ha un prezzo, che ho dovuto pagare. Io sono sempre stato un artista alla mano, poche pippe, fuori dalle mode, controcorrente: tutto questo al sistema dà fastidio…».
Si legge in rete che ti avrebbero dato fastidio in particolare alcune stroncature del tuo penultimo disco, quelo di una svolta electropop…
«Diciamo che l’ambiente più alternativo-snob non ha accettato questa impronta precisa e radicale presa nel mio percorso. Questo è andato in India, dicevano, e si è rincoglionito. Neanche mi chiedevano più interviste per farmi spiegare, quasi tutti erano prevenuti. Sembrava uno scandalo che Bugo avesse fatto una “canzone d’amore”, tanto per dire. Queste cose inevitabilmente mi hanno colpito, è stato un flusso negativo arrivato in un momento invece per me positivo. A tutto questo si sono sommate le lungaggini burocratiche con la Universal e i tempi tecnici per trovare una nuova etichetta. Almeno tutta questa esperienza mi ha fatto capire che il mondo del rock alternativo italiano non è importante: sono solo quattro rincoglioniti…».
Da qui un altro album in cui te ne freghi, del rock alternativo…
«Non ho scale da affrontare, lo dico nel titolo, significa in pratica fottetevi tutti, faccio quello che voglio. Ho sempre fatto quello che volevo, musicalmente parlando».
E in effetti, potrà piacere o meno, ma ascoltando il disco l’impressione che emerge è la tua totale libertà espressiva, era quello che ti eri posto come obiettivo?
«Dopo un lungo silenzio mi sono voluto proporre per quello che sono: un ragazzo semplice, in fondo, non ho grandi menate da mostrare, voglio essere libero, anche se lavoro dentro un mercato discografico che ha delle regole e per cui non lo si può essere del tutto. Ma non voglio far parte della cosiddetta musica indipendente, non me ne frega un cazzo, voglio lavorare per chi vuole farmelo fare. Musicalmente in questo disco non mi sono posto limiti di genere. anche se credo che il prodotto abbia un insieme sonoro omogeneo, a partire dalla scelta di inserire tre strumentali, non così frequente in ambito rock».
Dentro c’è anche molto Vasco Rossi, un personaggio che in pochi in Italia sono riusciti a citare senza diventarne una cover band. Mi spieghi come mai?
«Certo: sono tutti snob, in Italia abbiamo un personaggio che secondo me è un mito del rock ma non vediamo l’ora di insultarlo per la cover dei Radiohead. Sono d’accordo, fa cagare quella cover, come altre cose, ma credo che gli artisti italiani che hanno fatto la storia vadano valorizzati. Personalmente sono stato molto chiaro fin dall’inizio, ho dichiarato i miei eroi: Beck è un mito (agli esordi era il paragone più diffuso, ndr), Vasco mi è sempre piaciuto, anche se questo non è stato accettato da tutti».
Parte della critica in effetti pare essere rimasta ferma, per così dire, al tuo disco folk del 2004, “La gioia di Melchiorre”…
«Anche i miei vecchi fan, quelli che non mi seguono più, ma io non rifarò mai un disco per fare contento qualcuno: l’artista deve essere libero. E io mi sento un artista. Chissà, magari tornerò a fare cose acustiche, l’elettronica che accompagna più o meno le canzoni di questi ultimi album è una parentesi della mia carriera: tornero al rock, al folk, e poi io sono nato col blues…».
Hai avuto l’impressione a un certo punto della tua carriera di aver perso l’occasione buona per ottenere il successo vero, quello che riempie i palazzetti?
«Dopo “Contatti” (nel 2008, ndr) la mia popolarità era a un livello piuttosto alto e con un altro album così nei palazzetti ci sarei finito. Ma non si tratta di un’occasione persa, non mi interessava. Ho preferito sperimentare, come sempre, inseguendo la mia libertà, che è un po’ la mia ossessione…».
Cosa ne pensi della nuova scena italiana, quella che porta al successo da un giorno all’altro band o artisti come Calcutta, i Cani, Thegiornalisti?
«Penso che se la raccontano tra di loro ma non sono nulla, che sono parte di una scena stantia dove cercano tutti la stessa formula, che non mi interessa. Sarà che ho sempre amato il rock e ho sempre pensato che il rock deve scuotere, mentre loro sono solamente pop, come mentalità, molto diversa dalla mia… Basterebbe pensare, per esempio, alla potenza di un personaggio come Bruno Dorella (di Bachi da Pietra, OvO e Ronin, scopritore di Bugo ai tempi della sua etichetta discografica nonché autore di una rubrica fissa sul nostro giornale, vedi pagina 8, ndr) per far sparire tutti loro…».
Su Facebook ti sei scagliato anche contro i rapper italiani…
«I rapper italiani non sono nulla, non esistono, litigano per ricoprire una parte, fanno solo delle cagate, i comunisti col Rolex (l’album di Fedez e J-Ax, ndr)? Ma che cazzo è questa roba qui? Se questa è musica moderna, io voglio essere un primitivo con la clava!».

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