Cristina Donà e un ventennale «senza nostalgia»

La cantautrice celebra in tour il suo esordio: «Che fortuna far parte della scena degli anni ‘90, oggi è tutto più dispersivo»

Donà

Ribattezzata “incantautrice” per il suo modo di cantare particolarmente ipnotico, Cristina Donà (nella foto)  è tra le più importanti voci della scena musicale italiana degli ultimi due decenni.
Sarà il 17 novembre al Bronson di Ravenna nell’ambito del tour autunnale che celebra i vent’anni di Tregua, storico album d’esordio che la impose nel panorama nazionale e anche internazionale (a partire dalla successiva collaborazione con una leggenda vivente come Robert Wyatt, ma non solo), già celebrato nel tour estivo.

Quali saranno le differenze più importanti rispetto alla scorsa estate?
«Le canzoni sono state riarrangiate da Cristiano Calcagnile (senza dubbio tra i migliori batteristi italiani, tornato da qualche tempo nella band della Donà dopo averne fatto parte nei primi anni di carriera, ndr), non saranno stravolte perché sarebbe uno sgarbo al pubblico, ma non volevamo comunque fare un semplice revival. E in questo senso la novità più importante  sarà la presenza in apertura di un artista sempre diverso tra quelli che hanno partecipato alla compilation per i vent’anni del disco (si tratta di un album pubblicato lo scorso 15 settembre e che vede dieci artisti emergenti italiani impegnati appunto a rileggere i brani di “Tregua”, ndr)…».
Come è nata l’idea di questa compilation e come hai scelto gli artisti?
«È stata in realtà un’idea del manager con cui lavoro da quando ho iniziato a fare musica, e che definire solo manager è fuorviante (si tratta di Gianni Cicchi, batterista dei Diaframma e tra i fondatori del Consorzio Produttori Indipendenti, ndr). Con Gianni abbiamo pensato a cosa fare per questo ventennnale, passando dal “non facciamo niente” al “dobbiamo pensare a qualcosa di costruttivo senza cadere nella retorica”. E seguendo questa seconda idea ci siamo ricordati dei diversi attestati di stima ricevuti in questi anni da parte di alcuni artisti, che abbiamo voluto valorizzare».
Tra di loro anche le cesenati Io e la Tigre…
«Le ho conosciute via internet, mi era piaciuto molto un loro pezzo e così ho seguito un po’ le loro varie fasi. Ogni artista coinvolto, però, ha una storia diversa (al Bronson in apertura di concerto si esibiranno gli Sherpa, un altro dei nomi coinvolti nel progetto, ndr)…».
Tutti, comunque, vedono in te un punto di riferimento assoluto: che effetto fa?
«È una bella sensazione, hai il sentore di aver perlomeno seminato bene, avendo sempre puntato molto sulla qualità e a sfavore di scelte più popolari: ecco, più che un esempio dal punto di vista musicale, credo di poterlo essere diventata per la libertà di elaborazione dell’arte in musica, e ne sono felice».
Cosa ne pensi del risultato finale, del tuo album di debutto suonato da altri?
«Ne sono molto felice, ci vedo grande vitalità, non potevo ricevere un regalo più bello per questi vent’anni. Sono rimasta anche sorpresa, la più grande soddisfazione è stata quella di aver ricevuto del materiale originale, per nulla scontato rispetto alla fonte: era quello che volevo, qualcosa di personale da parte di tutti. E poi in tutte le canzoni sento molto rispetto nei confronti non solo miei, ma della musica, il che è importante, il rispetto verso la musica andrebbe insegnato anche in ambito scolastico».
E l’originale? Cosa ne pensi oggi? Sei solita riascoltare i tuoi dischi vecchi?
«Non l’ho riascoltato, di solito non mi riascolto mai, ma naturalmente sono molto legata a Tregua e sono consapevole che si tratta di un disco che ha segnato non solo me ma anche tante persone e che fu importante anche per un’etichetta di culto come la Mescal. Ok, ti ho appena detto una bugia: in realtà l’ho riascoltato, per curiosità, e gli arrangiamenti sono ancora freschi, non è un disco datato. Quello che invece faccio davvero fatica a riascoltare è il mio cantato di allora, così lontano…».
Che ricordi hai di quel periodo? Sei stata protagonista della prima (e forse ultima) vera e propria scena rock italiana…
«Ho un ricordo bellissimo di quegli anni, della scena milanese, ero diventata una sorta di mascotte. E non c’erano solo gli Afterhours a cui sono sempre stata associata, penso ai La Crus, ai Subsonica, anche a Marco Parente. È stato una fortuna iniziare in quegli anni, c’era un gran fermento. Ora invece è tutto più dispersivo ed è caratterizzato da altri suoni, come poi è giusto che sia».
Hai parlato degli Afterhours: Manuel Agnelli è stato il tuo produttore artistico e a quanto pare fondamentale per l’inizio della tua carriera, partita un tantino tardi rispetto allo standard…
«Sì, ho iniziato a fare musica tardi (ai tempi del debutto discografico di Tregua aveva già 30 anni, ndr), ho fatto un figlio tardi: colpa della mia pigrizia. Ma era destino che la musica vincesse su tutto… La svolta è stata la partecipazione al progetto Matrilineare del Consorzio Produttori Indipendenti (una compilation a cui ha partecipato con un brano, ndr), d’altronde io adoravo i Csi. Poi certo, ho conosciuto Manuel, ma solo grazie alla segnalazione della persona che ha cambiato la mia vita, Davide Sapienza, mio marito (nonché scrittore e ai tempi giornalista musicale, ndr)».
E cosa ne pensi della scelta di Manuel di diventare un giudice in un talent show in televisione?
«Ha portato in tv quello che è, io l’ho riconosciuto. Almeno l’anno scorso – quando ho guardato X Factor solo per lui – quest’anno non lo sto seguendo. Faccio fatica però a sopportare la pressione che si materializza sui concorrenti, questi ragazzi costretti in una competizione molto forte. Il problema vero non sono però i talent, è quello che non c’è, in tv. I duri e puri che criticano Manuel, il pubblico, alla fine, cosa fa per la musica? La comprano la musica? Investono sulla musica? Oppure la scaricano? L’ascoltano gratuitamente? È un problema culturale a creare i talent in Italia. Dove pesa soprattutto la lacuna del servizio pubblico. Non c’è più un programma di approfondimento musicale, mentre la musica è molto più importante di quello che si pensa. Basterebbe anche solo tenere vivo almeno il nostro patrimonio musicale, il cantautorato: sono costretta a rimpiangere le trasmissioni di Paolo Limiti, che una volta inevitabilmente invece criticavo…».
Hai appena compiuto cinquant’anni, tempo di bilanci. E di progetti futuri?
«Sì, sono una donna che non vuole nascondere la propria età: cinquant’anni sono un bel traguardo,  mi reputo fortunata perché ci sono arrivata facendo quello che mi piaceva, cosa non affatto scontata. Per il futuro servirebbe una sfera di cristallo, ma innanzitutto vorrei cercare di fare uscire un disco di inediti l’anno prossimo, verso la fine. Poi vorrei continuare a guardarmi intorno, senza nostalgia per quello che è stato».
Partita dal rock, hai proseguito la tua carriera in maniera molto trasversale, passando dal jazz agli omaggi a De André, fino al teatro…
«Sì, non volevo fossilizzarmi in uno stile, quello rock di Tregua per esempio: ho preferito spostarmi, magari deludendo alcuni miei seguaci. Però in questo modo ho sempre smosso le acque intorno a me, mi sono arrivate belle proposte, in ambiti sempre diversi, nuovi progetti che arricchiscono me e spero anche chi viene di volta in volta a vedermi».
Da artista donna, cosa ne pensi delle recenti denunce di Asia Argento e colleghe?
«Credo che purtroppo un certo tipo di atteggiamento maschile, nonostante si siano fatti grandi passi in avanti, sia ancora molto presente, non solo nello spettacolo, ma in generale nell’ambiente lavorativo. Quindi più denunce ci sono e meglio è. In Italia purtroppo si fa ancora fatica a fare fronte comune, a fare gruppo, non solo fra donne. Ma credo che incoraggiare a denunciare un certo tipo di soprusi sia importante, poi ci vuole però anche una risposta: questi comportamenti non devono restare impuniti».

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