Il rapper che insegna al liceo e fa dischi ispirati al naturalismo francese

Murubutu a Rimini: «Spero che chi mi ascolta voglia approfondire i temi delle canzoni»

Alessio Mariani, in arte Murubutu

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è uno dei rapper più originali e atipici della scena italiana. Professore di storia e filosofia in un liceo di Reggio Emilia, suo luogo di nascita, è in giro dai primi anni Novanta con il collettivo La Kattiveria, e dopo una lunga gavetta nell’underground è riuscito a imporsi in tutta Italia grazie a uno stile unico che unisce un flow complesso e serratissimo, tecnicamente all’avanguardia, con liriche d’ispirazione letteraria dense di immagini e metafore. I suoi ultimi due album – con la copertina che riprende la grafica degli Oscar Classici Mondadori – sono già un culto, e i suoi live, accompagnati dal campione di scratch Dj T-Robb ai giradischi, sono sempre uno spettacolo da non perdere. Lo abbiamo intervistato in occasione del concerto dello scorso 25 marzo a Casa Madiba, in quel di Rimini, e in vista della sua partecipazione al festival Under di Ravenna dal 13 al 15 aprile.
Ti faccio una domanda che ti avranno fatto in mille, ma che non posso non farti. Come coniughi il tuo mestiere di professore con l’attività di rapper?
«Nel mio lavoro per forza di cose devo studiare tantissimo e quindi trovo sempre nuovi spunti da inserire nei testi, e questo sicuramente dà una curvatura molto culturale al mio rap. Io lo chiamo rap didattico: perché spero che i miei ascoltatori siano spinti ad approfondire le tematiche di cui tratto nei miei brani».
E riguardo al rapporto con i ragazzi, invece?
«In realtà sono piuttosto tradizionale. Cerco di tenere ben separati rap e insegnamento. Magari per alcuni all’inizio può essere intrigante avere Murubutu come professore, ma dopo un paio di lezioni torno ad essere semplicemente il Prof. Mariani».
Quali sono i principali riferimenti culturali nella tua musica?
«Dal punto di vista letterario c’è sicuramente il naturalismo francese. Dal punto di vista musicale c’è invece la tradizione cantautorale italiana e ovviamente il rap, nelle sue varie incarnazioni. A livello tecnico artisti quali Method Man, Beanie Sigel, Wyclef Jean mi hanno influenzato parecchio. Mentre come sonorità mi piace molto il rap meticcio, contaminato dal soul».
Il tuo stile è riconoscibile fin al primo ascolto, e senza dubbio sei uno dei rapper più originali della scena italiana. Quando ti sei accorto di aver raggiunto uno stile unico e quanto lavoro c’è stato dietro?
«Ti faccio una premessa: seguo l’hip hop da tantissimi anni e ho potuto vivere tutte le fasi di questo movimento culturale in Italia, fin dagli albori. Ormai tutto questo è parte della mia vita e il rap è prima di tutto una grande passione, nonché la mia modalità di espressione. Per entrare più nello specifico posso dirti che mi è sempre piaciuto rappare in extrabeat, e anni fa il mio stile era ancora più serrato e veloce. Col tempo poi mi sono accorto di essere poco comprensibile e ho cercato di rallentare un attimo, per scandire un po’ di più i concetti. È stata un’evoluzione continua».
Lo storytelling – ossia la tipologia di rap basata sul racconto di storie – è una delle tue cifre stilistiche fondamentali. Ti va di dirci qualcosa a riguardo?
«Lo storytelling mi è sempre piaciuto, così come mi è sempre piaciuto il raccontare storie. Nel rap americano solitamente lo storytelling tratta di vita di strada o comunque argomenti analoghi, io invece lo utilizzo con un taglio più letterario».
Cosa ne pensi delle nuove tendenze del rap – mi viene in mente la trap – che sono un po’ agli antipodi rispetto alla tua proposta?
«Personalmente la trap non mi piace. Ma credo sia un errore identificare tutte le nuove tendenze con la trap. In giro ci sono tantissime cose nuove, a mio parere molto più interessanti della trap».
Concludo chiedendoti un parere riguardo ad un fatto accaduto a Lugo – così come in altre parti d’Italia – qualche settimana fa: l’annullamento di un concerto dello youtuber/rapper Bello Figo a seguito di alcune minacce razziste. Come ti poni a riguardo?
«Non mi piace il fenomeno Bello Figo né musicalmente, né tantomeno – per così dire – antropologicamente. Credo comunque sia un’incresciosa limitazione per la libertà di espressione. Sono fatti che non vanno sottovalutati».

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