Gianni Maroccolo, dai Litfiba ai Csi: «Nulla è andato perso»

Lo storico bassista presenta a Rimini il suo progetto che è summa di un’intera carriera

Maroccolo

Gianni Maroccolo

Il toscano Gianni Maroccolo, 57 anni a maggio, è senza dubbio una delle figure di spicco della storia della musica rock (e in particolare new wave) italiana, bassista dallo stile molto personale (e produttore discografico), è stato membro fondatore dei Litfiba negli anni ottanta e dei Csi nei novanta, da cui è poi confluito nei Pgr, prima di diventare il bassista dei Marlene Kuntz, band che aveva tra l’altro contribuito fortemente a lanciare producendo dieci anni prima il loro disco d’esordio.

Maroccolo sarà tra i protagonisti dello Smiting Festival di Rimini con un concerto al teatro Novelli il 23 aprile in cui presenta il suo Nulla è andato perso, album-progetto realizzato in collaborazione col compianto Claudio Rocchi (scomparso ormai quasi 4 anni fa) che è una sorta di viaggio nei suoi trent’anni di musica.

FAMILA – HOME MRT2 14 – 20 11 19

Un disco che ha pochi termini di paragone, frutto di una collaborazione tra due personalità della scena rock italiana sulla carta molto diverse tra loro, con collaborazioni prestigiose e disparate,  realizzato grazie al crowdfunding e pubblicato solo dopo la morte di uno dei due autori stessi. Da dove vuoi partire per descriverlo? Cosa ne pensi a distanza di qualche anno?
«Il disco nasce da tante motivazioni. Quella di ripartire perché, sia chiaro, “nulla è andato perso”. È un luogo da cui ripartire e non un punto di arrivo. Lo sentivo anche come un atto dovuto nei confronti di Claudio Rocchi con il quale ho condiviso un pezzo di vita bellissimo e indimenticabile. E forse lo dovevo a me stesso… Erano anni che coltivavo l’idea di un concerto tutto mio che raccontasse in musica la mia vita, gli incontri speciali, le esperienze condivise e che soprattutto sancisse in modo netto la fine di un periodo. Questo passo era essenziale perché solo questa esperienza poteva in qualche modo liberarmi dal passato e mettermi di fronte alla realtà, al presente. Un presente che non prevede più gruppi né riedizioni. Sono rimasto solo e devo imparare a “bastarmi”. Detto ciò, non prescindo dal piacere di condividere musica con persone che stimo e so di dovere molto ai miei compagni di viaggio Beppe Brotto, Antonio Aiazzi, Simone Filippi e Andrea Chimenti. Insieme siamo riusciti a creare un concertone magico e, credo, unico».
Che ricordo hai di Claudio Rocchi?
«Direi più un “non ricordo”. Per quanto preferisca di gran lunga comunicare con note e suoni, sul disco ho scritto qualcosa che spero sia in grado di rispondere alla tua domanda: “spesso mi guardo intorno, osservo visi, ascolto voci, nella speranza di ritrovarti in un altro corpo. So bene che non sei destinato a ri-tornare. E questo mi rincuora. Ma ti sento ovunque. Ci sei”».
Qual è la più grande differenza che noti tra fare musica oggi e negli anni dei tuoi esordi? Come si riesce a continuare a fare il musicista per diversi decenni ininterrottamente?
«Credo che la vita terrena sia fatta di cicli nei quali nascono rapporti, esperienze, progetti che inevitabilmente dopo un po’ muoiono e ci permettono di rinascere e andare altrove. Vivo da sempre la musica girovagando da solo come un cane randagio e ogni tanto amo unirmi a un branco o crearne uno per camminare assieme e condividere un pezzo di vita sia umanamente che artisticamente. Siccome mi piace suonare sono costantemente alla ricerca non tanto di nuovi progetti ma di nuovi incontri. Da quando ho iniziato a suonare nulla è cambiato… Curiosità e desiderio di sperimentare mi hanno tenuto in vita fino a oggi e mi hanno permesso di trasformare la mia più grande passione in un mestiere. Anche più in generale, sono cambiati i mezzi, le techiche di registrazione, ma la musica continua a essere prodotta e suonata ovunque».
La varietà e vastità dei tuoi progetti nel corso della tua carriera dimostrano una certa libertà: ci sono però album, collaborazioni o produzioni di cui ti penti?
«Niente di cui pentirmi o di cui vergognarmi. Ogni singolo incontro si è sempre trasformato in un’esperienza di vita oltre che artistica, che mi ha arricchito e che valeva la pena vivere. Al limite qualche piccolo rimpianto per alcuni progetti che secondo me avrebbero meritato di più. Me ne vengono in mente due: IG, con Ivana Gatti, e Beautiful con HowieB e i Marlene Kuntz (disco registrato durante una residenza al Petrella di Longiano tra rock, noise ed elettronica, ndr)».
Mi piacerebbe sottoporti a un piccolo gioco, chiedendoti di descrivere in poche parole il più grande pregio dei tuoi gruppi più noti al pubblico e di citare un album di ognuno a cui sei più legato…
«Preferisco risponderti citando direttamente i dischi, credo che parlino da soli. Per i Litfiba 17 Re (secondo album sulla lunga distanza della band, uscito nel 1986 e considerato pietra miliare della new wave italiana, ndr), per i Cccp Epica, Etica, Etnica Pathos (quarto e ultimo album del gruppo, l’unico a cui ha lavorato Maroccolo, ndr) per i Csi Linea gotica (secondo disco del gruppo, anno 1996, ndr), per i Pgr il primo, prodotto da Hector Zazou e per i Marlene Kuntz Il Vile (secondo disco di cui è stato celebrato da poco il ventennale, ndr) e anche un pezzo in particolare, “Lieve”».
Permettimi una domanda personale: che rapporto hai con Giovanni Lindo Ferretti e cosa ne  pensi della sua “svolta” di vita? Credi sarà possibile una reunion dei Cccp/Csi anche con lui?
«Un rapporto di affetto incondizionato e di riconoscenza oltre che di grande stima a livello artistico. Lo ritengo un amico vero per quanto spesso sia piuttosto complicato e complesso avere a che fare con lui e rispetto, spesso non condivindendole tutte, le sue scelte personali. Riguardo a possibili reunion non so che dire: mai nascosto che a me piacerebbe risuonare ancora le nostre vecchie canzoni insieme: se mai gli altri ne avranno desiderio sanno bene che io ci sarò. I Cccp invece non mi riguardano. Ho prodotto, e ne sono orgoglioso, il loro ultimo disco (Eeep, vedi sopra, ndr) ho composto con loro e suonato nel disco tutte le canzoni, ma non ho mai fatto parte davvero del gruppo».
Hai progetti per il futuro? Appenderai il basso al chiodo come avevi dichiarato anni fa o era stata solo una boutade?
«Non fu affatto una boutade. Avevo scelto di farlo e mentre stavo preparando un piccolo disco d’addio strumentale accaddero tante cose inattese e sorprendenti che mi fecero capire che stavo rinunciando all’unica cosa a cui tengo davvero nella vita: suonare. Il più bel progetto per il futuro è oggi quello di non avere progetti per il futuro. Si naviga a vista e si vive il presente che oggi è: “Nulla è andato perso” e “Botanica” insieme ai Deproducers (collettivo musicale formato oltre che da Maroccolo, dal tastierista Vittorio Cosma, dal cantautore Riccardo Sinigallia e dal chitarrista Max Casacci, ndr)».

LA MUCCA VIOLA – BILLB MID1 11 – 25 11 19
DECO – PIADINA LORIANA LEAD HOME E CULT SPETTACOLI 01 01 – 31 12 19