Gianni Maroccolo, dai Litfiba ai Csi: «Nulla è andato perso»

Lo storico bassista presenta a Rimini il suo progetto che è summa di un’intera carriera

Maroccolo

Gianni Maroccolo

Il toscano Gianni Maroccolo, 57 anni a maggio, è senza dubbio una delle figure di spicco della storia della musica rock (e in particolare new wave) italiana, bassista dallo stile molto personale (e produttore discografico), è stato membro fondatore dei Litfiba negli anni ottanta e dei Csi nei novanta, da cui è poi confluito nei Pgr, prima di diventare il bassista dei Marlene Kuntz, band che aveva tra l’altro contribuito fortemente a lanciare producendo dieci anni prima il loro disco d’esordio.

Maroccolo sarà tra i protagonisti dello Smiting Festival di Rimini con un concerto al teatro Novelli il 23 aprile in cui presenta il suo Nulla è andato perso, album-progetto realizzato in collaborazione col compianto Claudio Rocchi (scomparso ormai quasi 4 anni fa) che è una sorta di viaggio nei suoi trent’anni di musica.

Un disco che ha pochi termini di paragone, frutto di una collaborazione tra due personalità della scena rock italiana sulla carta molto diverse tra loro, con collaborazioni prestigiose e disparate,  realizzato grazie al crowdfunding e pubblicato solo dopo la morte di uno dei due autori stessi. Da dove vuoi partire per descriverlo? Cosa ne pensi a distanza di qualche anno?
«Il disco nasce da tante motivazioni. Quella di ripartire perché, sia chiaro, “nulla è andato perso”. È un luogo da cui ripartire e non un punto di arrivo. Lo sentivo anche come un atto dovuto nei confronti di Claudio Rocchi con il quale ho condiviso un pezzo di vita bellissimo e indimenticabile. E forse lo dovevo a me stesso… Erano anni che coltivavo l’idea di un concerto tutto mio che raccontasse in musica la mia vita, gli incontri speciali, le esperienze condivise e che soprattutto sancisse in modo netto la fine di un periodo. Questo passo era essenziale perché solo questa esperienza poteva in qualche modo liberarmi dal passato e mettermi di fronte alla realtà, al presente. Un presente che non prevede più gruppi né riedizioni. Sono rimasto solo e devo imparare a “bastarmi”. Detto ciò, non prescindo dal piacere di condividere musica con persone che stimo e so di dovere molto ai miei compagni di viaggio Beppe Brotto, Antonio Aiazzi, Simone Filippi e Andrea Chimenti. Insieme siamo riusciti a creare un concertone magico e, credo, unico».
Che ricordo hai di Claudio Rocchi?
«Direi più un “non ricordo”. Per quanto preferisca di gran lunga comunicare con note e suoni, sul disco ho scritto qualcosa che spero sia in grado di rispondere alla tua domanda: “spesso mi guardo intorno, osservo visi, ascolto voci, nella speranza di ritrovarti in un altro corpo. So bene che non sei destinato a ri-tornare. E questo mi rincuora. Ma ti sento ovunque. Ci sei”».
Qual è la più grande differenza che noti tra fare musica oggi e negli anni dei tuoi esordi? Come si riesce a continuare a fare il musicista per diversi decenni ininterrottamente?
«Credo che la vita terrena sia fatta di cicli nei quali nascono rapporti, esperienze, progetti che inevitabilmente dopo un po’ muoiono e ci permettono di rinascere e andare altrove. Vivo da sempre la musica girovagando da solo come un cane randagio e ogni tanto amo unirmi a un branco o crearne uno per camminare assieme e condividere un pezzo di vita sia umanamente che artisticamente. Siccome mi piace suonare sono costantemente alla ricerca non tanto di nuovi progetti ma di nuovi incontri. Da quando ho iniziato a suonare nulla è cambiato… Curiosità e desiderio di sperimentare mi hanno tenuto in vita fino a oggi e mi hanno permesso di trasformare la mia più grande passione in un mestiere. Anche più in generale, sono cambiati i mezzi, le techiche di registrazione, ma la musica continua a essere prodotta e suonata ovunque».
La varietà e vastità dei tuoi progetti nel corso della tua carriera dimostrano una certa libertà: ci sono però album, collaborazioni o produzioni di cui ti penti?
«Niente di cui pentirmi o di cui vergognarmi. Ogni singolo incontro si è sempre trasformato in un’esperienza di vita oltre che artistica, che mi ha arricchito e che valeva la pena vivere. Al limite qualche piccolo rimpianto per alcuni progetti che secondo me avrebbero meritato di più. Me ne vengono in mente due: IG, con Ivana Gatti, e Beautiful con HowieB e i Marlene Kuntz (disco registrato durante una residenza al Petrella di Longiano tra rock, noise ed elettronica, ndr)».
Mi piacerebbe sottoporti a un piccolo gioco, chiedendoti di descrivere in poche parole il più grande pregio dei tuoi gruppi più noti al pubblico e di citare un album di ognuno a cui sei più legato…
«Preferisco risponderti citando direttamente i dischi, credo che parlino da soli. Per i Litfiba 17 Re (secondo album sulla lunga distanza della band, uscito nel 1986 e considerato pietra miliare della new wave italiana, ndr), per i Cccp Epica, Etica, Etnica Pathos (quarto e ultimo album del gruppo, l’unico a cui ha lavorato Maroccolo, ndr) per i Csi Linea gotica (secondo disco del gruppo, anno 1996, ndr), per i Pgr il primo, prodotto da Hector Zazou e per i Marlene Kuntz Il Vile (secondo disco di cui è stato celebrato da poco il ventennale, ndr) e anche un pezzo in particolare, “Lieve”».
Permettimi una domanda personale: che rapporto hai con Giovanni Lindo Ferretti e cosa ne  pensi della sua “svolta” di vita? Credi sarà possibile una reunion dei Cccp/Csi anche con lui?
«Un rapporto di affetto incondizionato e di riconoscenza oltre che di grande stima a livello artistico. Lo ritengo un amico vero per quanto spesso sia piuttosto complicato e complesso avere a che fare con lui e rispetto, spesso non condivindendole tutte, le sue scelte personali. Riguardo a possibili reunion non so che dire: mai nascosto che a me piacerebbe risuonare ancora le nostre vecchie canzoni insieme: se mai gli altri ne avranno desiderio sanno bene che io ci sarò. I Cccp invece non mi riguardano. Ho prodotto, e ne sono orgoglioso, il loro ultimo disco (Eeep, vedi sopra, ndr) ho composto con loro e suonato nel disco tutte le canzoni, ma non ho mai fatto parte davvero del gruppo».
Hai progetti per il futuro? Appenderai il basso al chiodo come avevi dichiarato anni fa o era stata solo una boutade?
«Non fu affatto una boutade. Avevo scelto di farlo e mentre stavo preparando un piccolo disco d’addio strumentale accaddero tante cose inattese e sorprendenti che mi fecero capire che stavo rinunciando all’unica cosa a cui tengo davvero nella vita: suonare. Il più bel progetto per il futuro è oggi quello di non avere progetti per il futuro. Si naviga a vista e si vive il presente che oggi è: “Nulla è andato perso” e “Botanica” insieme ai Deproducers (collettivo musicale formato oltre che da Maroccolo, dal tastierista Vittorio Cosma, dal cantautore Riccardo Sinigallia e dal chitarrista Max Casacci, ndr)».

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