«Ivanov? Come un virus malefico»

Filippo Dini è regista e inteprete di uno spettacolo che porta in scena un’opera giovanile di Anton Cechov

Fu la prima opera teatrale scritta da Anton Čechov ventisettenne. Alla prima di Mosca fu un tale insuccesso che Čechov pensò in un primo momento che non avrebbe mai più scritto per il teatro, poi capì che la colpa non era sua, ma degli attori che recitavano male, cambiando le battute, biascicando e alcuni andavano in scena addirittura ubriachi. Così si decise a proseguire e infatti a San Pietroburgo lo spettacolo fu un successo. Oggi Filippo Dini mette in scena Ivanov per una coproduzione Fondazione Teatro Due di Parma e Teatro Stabile di Genova.

Chi è per lei il personaggio di Ivanov?
«Partendo da come ce lo descrive Čechov è un imprenditore di una azienda di media grandezza e un’intellettuale di provincia. Questo si iscrive perfettamente nella nostra contemporaneità perché è un uomo che ha dedicato la sua vita al lavoro, finché c’è una tragica inversione di marcia che lo porta a perdere ogni contatto con le proprie passioni. È incapace di amare la moglie e continuare a credere nel lavoro che ha sempre fatto».
Come influisce la presenza di Ivanov sulle persone che lo circondano?
«A livello metaforico Ivanov è come un virus malefico che contagia tutte le persone che gli stanno attorno. Il personaggio di Lebedev gli dice “tu hai coperto con una coltre di nebbia le nostre vite”. Lebedev parla di quella contagiosa sensazione di mancanza di capacità, quella debolezza che ci rende impossibile realizzare i sogni della nostra vita».
C’è quindi un approccio psicologico nel vostro allestimento?
«Sì, ma è istintivo. Viene da sé con la vicenda. La psicanalisi era lì lì per nascere e inevitabilmente quel tipo di sensibilità si respira anche nei drammi di Čechov».
Čechov utilizza per questo personaggio la figura letteraria molto frequente all’epoca de “l’uomo inutile”.
«In Italia avevamo le maschere, in Russia c’erano alcune figure letterarie che ritornavano. Čechov ne parla anche nelle sue lettere di questa figura che lui riprende dalla tradizione del personaggio che rinuncia alla sua volontà nel quotidiano e ad ogni passione. Spesso ciò è stato interpretato dicendo “Ivanov è un depresso”, in realtà è una visione delle cose molto riduttiva perché si tratta di un personaggio con molto sfaccettature che ci parla molto dell’atteggiamento molto attuale di sfiducia verso il mondo».
Ivanov è considerato testo giovanile e minore di Čechov, cosa l’ha portata a sceglierlo?
«I critici spesso dicono delle sciocchezze. In molte raccolte dei testi di Čechov Ivanov viene addirittura escluso. Sicuramente è un testo scritto da un Čechov giovane e, dal punto di vista formale e della composizione del testo, ha alcune ingenuità dovute all’inesperienza. Però Čechov non era certo uno come tutti gli altri, nemmeno a ventisette anni. Dal punto di vista dei contenuti e della spinta emotiva è alla pari e in certi punti superiore a quelli che sono considerati i suoi classici. Proprio per la giovinezza del suo autore ha una carica erotica e appassionata gigantesca. Questo è stato il motivo che mi ha portato a metterlo in scena. Inoltre parla di un epoca vicino al baratro, come è quella della Russia poco prima della rivoluzione, che ha molto a che vedere con il periodo che viviamo oggi».
In che modo si relaziona con la tradizione del Čechov di Stanislavskij che ha segnato molto la lettura che viene fatta dei testi dell’autore russo?
«Ho un ottimo rapporto con Stanislavskij, meno con il Čechov dei miei contemporanei. L’in­segnamento di Stanislavskij è stato quanto mai rivoluzionario. I documenti delle lezioni di Stanislavskij e del suo “teatro nuovo” sono stato motivo di una grande rivoluzione teatrale e sono ancora grande motivo di speranza per chi fa teatro oggi. È un insegnamento sempre nuovo. La rivoluzione compiuta da Stanislavskij attraverso le parole di Čechov è stata magnifica. Čechov però è sempre stato interpretato in Italia in una maniera lugubre, pesante e noiosa. Il nostro Čechov è tutt’altro. Avevamo il desiderio di raccontare il divertimento e la passione di Čechov, che spesso viene trasformato in spettacoli tediosi».
Beh, il concetto di noia era molto presente nei testi di Čechov, forse per quello alcuni suoi colleghi hanno franteso…
«L’errore è stato tradurre il concetto di noia che è in effetti molto presente nei testi, con il nostro concetto di noia alla occidentale. Ovvero una noia passiva, quella che ti fa abbandonare sul divano con il telecomando in mano. La noia per i russi di quel periodo era invece un momento di nevrastenia e di grande azione. La noia era la resistenza alla paura del vuoto».

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