Maurizio Lastrico: «Racconto il Covid, ma parlo dell’essere umano»

Il comico a Faenza: «Il linguaggio di Dante, quando si scontra col “basso” della vita di tutti i giorni, trova una vera deflagrazione comica»

MAURIZIO LASTRICOMaurizio Lastrico, genovese classe ’79, è diventato negli ultimi dieci anni uno dei volti più popolari della comicità colta italiana. Formatosi nella leggendaria Scuola di Recitazione del Teatro Nazionale di Genova – la stessa di Maurizio Crozza e Fausto Paravidino – Lastrico è approdato alla televisione, con Zelig e Don Matteo, fino ad arrivare al cinema, distinguendosi sempre per lo stile leggero e per il gusto delle sue interpretazioni. Hanno riscosso grande successo, ad esempio, i suoi endecasillabi comici, giocose interpretazioni dello stile dantesco applicato alla “bassa” vita quotidiana.

Lastrico sarà al Masini di Faenza il 13 e il 14 ottobre per la rassegna “ApeRTure” dedicata al teatro comico, col suo spettacolo Quello che parla strano.

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Ti presenterai a Faenza con uno spettacolo un po’ datato. Quello che parla strano è del 2014: come mai riproporlo?
«Lo spettacolo in realtà è sempre nuovo: la scaletta si modifica in continuazione. Il meglio di ciò che scrivo ogni anno ci finisce dentro, alcuni pezzi nuovi entrano, altri vanno in panchina. A Faenza farò alcuni pezzi scritti durante il lockdown».

Hai scritto endecasillabi sul Covid?
«Qualcuno sì! Come sempre, però, è molto più interessante il comportamento dell’essere umano che non la stretta attualità. La vita dell’attualità è molto relativa: un tweet dura due ore; ma se si riesce a raccontare, pur con leggerezza, l’essere umano, questo materiale può durare anche dieci anni. Racconto del Covid, ma sono pezzi che vogliono parlare, in generale, dell’essere umano».

Come hai iniziato a sperimentare con gli endecasillabi danteschi?
«Fin da piccolo mi piaceva scrivere canzoni. Poi all’Accademia d’Arte Drammatica di Genova ho incontrato la metrica dantesca. Per recitare questi versi è essenziale comprendere il ritmo della lingua di Dante. Mi sono divertito a elaborare i suoi versi, mi pareva di cantare una specie di canzone senza bisogno di strumenti e di band: quel tipo di metrica mi faceva da chitarra. C’è poi una questione comica: il linguaggio alto di Dante e i “neologismi trecenteschi”, quando scontrati col basso della vita di tutti i giorni, trovano una vera deflagrazione comica. E riescono anche a raccontare una storia, dando teatralità, e non “teatrosità”, anche a un pezzo di cabaret».

Il rapporto col pubblico dal vivo per te è molto importante.
«Certo! Per ogni spettacolo, come diceva De Filippo, il vero regista è il pubblico. Il fatto che il suo comportamento sia del tutto imprevedibile ti costringe a modulare la recitazione e impedisce ogni tipo di noia».

Succede lo stesso anche in televisione?
«Quello è un tipo di comunicazione drogata. All’apparenza può sembrare che gli applausi scroscianti del pubblico televisivo siano gradevoli. Il problema è che dopo un po’ ci si accorge che quella reazione è slegata da ciò che succede “in scena”. Oggi la comicità è costretta in tempi strettissimi. È difficile creare un pezzo di cinque minuti che tenga l’attenzione. Per farlo ci vogliono settimane di prove davanti a un pubblico dal vivo. Per tanto tempo la comicità è stata fatta di questa gavetta: si arrivava in televisione perfettamente corazzati. Oggi questo approccio lungo, che prevedeva anche il lusso di sbagliare, non è più possibile. I cinque minuti che ti danno devono essere sperimentati subito, senza corazza».

Ti sei mai fatto delle remore deontologiche sul lavoro in televisione?
«All’inizio sì. C’è da dire però che il ritorno d’immagine che ti dà la televisione è fortissimo, anche a teatro. Riuscire a riempire teatri importanti portando la tua creatività e i tuoi impulsi è bellissimo; ma anche riuscire a far bene le serie televisive, collaborando con professionisti seri, pur con tutti i limiti drammaturgici e i miei limiti recitativi, non è un lavoro da snobbare. Credo che il compito sia quello di cercare, dentro il mainstream, di alzare la qualità».

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