«La stand-up comedy? È un po’ come il rap… Il mio obiettivo è far ridere la gente»

Parla Luca Ravenna, per la prima volta in Romagna al teatro di Cervia

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Luca Ravenna

Questi anni ’10 saranno ricordati anche per la definitiva affermazione della stand-up comedy in Italia. Dopo l’eclissarsi dell’astro Luttazzi (il primo a esportare da noi il ritmo e la comicità abrasiva dei comedians americani) c’è stato un lungo periodo di incubazione sotterranea, che ha portato negli ultimi cinque anni a una vera esplosione di talenti. È la comicità di una nuova generazione quella sta emergendo e che sempre di più comincia a conquistare i palchi.

Luca Ravenna, milanese classe ’87, colpisce per il suo stile mai muscolare o violento, che coniuga leggerezza alleniana e gusto per la citazione pop, e per la sua grande capacità mimetica. Per la prima volta in Romagna, Luca Ravenna sarà al teatro Walter Chiari di Cervia domenica 16 febbraio.

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Il suo spettacolo s’intitola semplicemente Live @. Si tratta di una raccolta dei suoi sketch migliori o c’è una “drammaturgia” più strutturata?
«Lo spettacolo ha già avuto altre date e ha una sua coerenza, ma sto iniziando adesso a rinnovare i materiali e a Cervia ci saranno pezzi inediti che sto ancora provando».

Giulio D’Antona ha da poco pubblicato un libro per Einaudi dedicato alla stand-up comedy italiana, al quale lei ha collaborato. D’Antona parla di un’epoca d’oro riferendosi a questa scena. È d’accordo?
«La stand-up comedy è oggi ancora di nicchia. Ma si può fare un paragone con l’esplosione del rap. La comicità c’è sempre stata: prima era il cabaret ad andare per la maggiore, un po’ come per il rock nel passato. Poi il rap è diventato mainstream. Ecco: la stessa cosa è sta succedendo per la stand-up comedy. È sempre comicità, ma i monologhi sono pensati e scritti da comici che sono loro stessi sul palco e non invece per personaggi inventati».

Monologhi per evitare macchiette o caratteristi, insomma.
«Sì, esatto. Non che il cabaret non sia una forma bella e dignitosa; è un semplice cambiamento di linguaggio. La gente che viene a vederti sa che ci sei tu sul palco, nudo, senza bisogno di parrucche o di interpretare storie: basta raccontarle. È un’epoca d’oro forse perché, rispetto a qualche anno fa, il pubblico ha cominciato ad apprezzarla davvero».

Il gruppo romano Satiriasi nel primo punto del suo manifesto scriveva che “la risata è il mezzo e non il fine”. Qual è il suo obiettivo quando fa stand-up?
«Che la gente rida. Voglio capire se quello sketch che mi è venuto in mente parlando con amici funziona anche per gli altri. Se dico quell’idea in modo diverso e inaspettato, cosa succede? Se funziona significa che c’è empatia, è un’idea condivisa. È molto giusto quel punto di Satiriasi, che era già di Lenny Bruce, ma è altrettanto importante fare ridere. Altrimenti non sei comico».

Ho visto da poco un Ted Talk tenuto da uno dei più famosi comedian italiani, Giorgio Montanini, che parla di un ritardo culturale italiano nei confronti della stand-up comedy, dovuto a una fossilizzazione della comicità nostrana. Cosa ne pensa?
«Più che parla, direi straparla; e lo fa in modo assolutamente drogato ed egocentrico. Non si rende conto che proprio lui, un tempo il più bravo e preparato fra i miei colleghi, finisce per rinnegare la grande tradizione satirica italiana. Pensiamo a Scola, Risi, Age e Scarpelli, gli stessi Vanzina fino a 30 anni fa, Checco Zalone, che hanno raccontato e raccontano le storture del nostro paese. Sono più che in disaccordo: ha fatto più danni lui alla visibilità della stand-up comedy italiana con quel discorso, che non il cabaret. Mi piacerebbe dirti che si tratta di un errore isolato, ma purtroppo Montanini continua a sostenere queste stronzate… Vedi, io credo che il nostro obiettivo sia quello di far ridere. Se poi riesci a offrire un punto di vista diverso, benissimo. Ma non stai cambiando il mondo».

La stand-up comedy ha radici anglo-sassoni e spesso viene identificata con la gratuità della dissacrazione. I comici italiani non rischiano di scimmiottare una tradizione che non gli appartiene?
«Ognuno ha un suo stile. C’è chi scimmiotta gli americani e si diverte a fare battute grevissime. Ma la possibilità di dire cose “pesanti” te la devi guadagnare. Un comico, Stewart Lee mi pare, ha detto che “è meglio che la tua battuta più cattiva sia la tua miglior battuta”. Poi si può fare tutto, ma è molto rischioso: se al tuo primo open mic sali sul palco e inizi con “mi voglio inculare Greta Thunberg”, ecco, spero che il seguito del tuo pezzo faccia davvero ridere, altrimenti è un disastro. Spesso è una questione di tono, come dice Eddie Izzard: più importante di quello che dici è come lo dici, come lo fai suonare. Puoi dire le cose più volgari in modo leggerissimo, o dire cose leggerissime in modo molto volgare».

Per la stand-up comedy si parla spesso dell’abbattimento della quarta parete; ma questa parete non viene comunque sempre ristabilita dalla distanza fra palco e pubblico?
«Parzialmente. La stand-up comedy è un racconto che viene costruito assieme al pubblico. La distanza è un po’ minore rispetto a quella del monologo teatrale, dove uno parla e l’altro ascolta; qui è chiaro che sto proprio parlando con te, spettatore in seconda fila. Poi certamente si è sempre un personaggio sul palco, ma la distanza mi pare molto minore».

Lo spazio teatrale influenza il modo di fare stand-up comedy, nata in luoghi meno formali, come club e bar?
«Cerco un paragone buono per voi romagnoli malati di motori. La differenza è quella che passa fra guidare fuori o su strada. In un club, vicino alle persone, è come guidare su uno sterrato: divertente, sensibile, pieno di imprevisti. In teatro preferisco che sia molto buio, perché nel buio si ride più forte – siamo tutti più brutti quando ridiamo e se non ci vedono ridiamo più volentieri – e se lo spettacolo funziona il pubblico teatrale esplode molto di più. In teatro la stand-up è più performativa, come su strada».

Ho notato che nei suoi spettacoli non parla spesso di politica mentre è più presente il versante alleniano dedicato ai problemi relazionali. Si tratta di una scelta precisa?
«Seguo la politica e mi interessa molto. Il mio background è effettivamente giudaico, e questo sicuramente mi ha influenzato… ma credo che la difficoltà maggiore di fare satira politica stia nel fatto che i politici, purtroppo, fanno già ridere così. Quando Benigni dileggiava Craxi, l’effetto era più forte. Nel post-Berlusconi paradossalmente è tutto più complicato, più ostico: fare satira sulla Meloni è talmente immediato che quasi non ti fa ridere».

Quali sono i suoi riferimenti comici più importanti?
«In assoluto Eddie Izzard, con Dress to Kill e Glorious. Poi Louis C.K., ovviamente, per tutto il suo percorso creativo. E Dave Chapelle, ad oggi il numero uno, secondo me. Per gli italiani, sicuramente Aldo, Giovanni e Giacomo, almeno quelli delle origini».

Quali colleghi italiani consiglierebbe oggi?
«Ho la fortuna di lavorare con i due più bravi in assoluto: Daniele Tinti e Stefano Rapone. Poi naturalmente Francesco De Carlo e Edoardo Ferrario, ma loro sono già più affermati. Poi Carmine Del Grosso, Michela Giraud. E fra i giovani, Tommaso Faoro».

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