Metti un attore, un fumettista e un musicista: «Raccontiamo l’isolamento»

Luigi Dadina e Davide Reviati presentano lo spettacolo a cui stanno lavorando insieme a Francesco Giampaoli

Uomolupo 2020

Un’illustrazione inedita di Davide Reviati

Luigi Dadina, per tutti Gigio, tra i fondatori del Teatro delle Albe, e Davide Reviati, fumettista e disegnatore, mi sorridono dagli schermi. «Ancora non c’è un titolo», «non sappiamo bene cosa verrà fuori». Da qualche mese stanno lavorando a uno spettacolo che, per la prima volta, li vedrà in scena assieme con Francesco “Checco” Giampaoli, musicista e fondatore dell’etichetta Brutture moderne; spettacolo che, se tutto va bene, dovrà debuttare fra un anno.

Nell’attesa, ho fatto quattro chiacchiere con loro per capirci qualcosa.

DadinaPartiamo dalla genesi di questo progetto, Gigio. Quand’è arrivata l’ispirazione a collaborare con Reviati?
«A rispondere in modo banale potrei dirti che era già scritto che saremmo arrivati qui. Ma se vuoi il momento preciso è stato al Cisim, durante una delle ultime repliche de I fatti, poco prima del lockdown. Lanfranco Vicari invitò Davide per un incontro dopo lo spettacolo: meno di una settimana dopo gli mandai una mail per chiedergli di lavorare insieme, e lui accettò subito».

Perché dici che era scritto?
«Io, Davide e Checco siamo tutti e tre figli di persone che hanno lavorato all’Anic per tutta la vita. Può voler dire qualcosa o può non significare niente. Con Davide ci siamo incrociati più volte, guardandoci amorevolmente da vicino almeno dagli anni ’90. Con Checco Giampaoli il rapporto è iniziato ai laboratori di Lido Adriano alla fine del 2000. Lo spettacolo nasce da questo lungo percorso fatto di radici e sradicamento: essere figli dell’Anic, in questa città, vuol dire essere immigrati».

Che ruolo avrà la musica di Francesco Giampaoli?
«La sua entrata, come immaginavo, ha contribuito profondamente allo spettacolo. Checco è un vero autore: scrive, come scrivono le immagini di Davide. Nel tempo Checco ha sviluppato un immaginario musicale assolutamente ricco ed eccentrico, e questo gli consente di dire delle cose come pochi altri musicisti si possono permettere».

Cosa dobbiamo aspettarci da questo lavoro? Sarà un teatro di narrazione come ci hai abituato in questi anni?
«Se parliamo di stile, mi sentirei di rifiutare questa etichetta. Certamente raccontiamo delle storie, non si tratta di una performance; ma, come sempre ahimè, non riesco mai a raccontare una cosa dall’inizio dalla fine, mi perdo in mille rivoli. Definire cosa sarà è ancora prematuro, adesso ogni elemento influenza l’altro. Musica, testo, attore, immagini: tutto è sullo stesso piano. Ci vuole ancora tempo».

Racconterete la vita al Villaggio Anic?
Gigio: «No. Questo è il racconto di cinque giorni, in un futuro prossimo che è quasi presente. Raccontiamo di una persona chiusa in casa, piena di manie. Forse non è mai uscita dalla sua stanza – non lo so, perché non l’abbiamo ancora finito. Ha l’ossessione di registrare tutto ciò che vede e che gli passa per la testa: una relazione continua e morbosa con la memoria. La fabbrica c’è, ma sullo sfondo».
Davide: «Lo spettacolo parla della difficoltà di fare i conti con le proprie contraddizioni, e lo farà attraverso un personaggio e la sua storia: quella di un immigrato che si chiude nell’isolamento e, per paradosso, diventa intollerante nei confronti del diverso».

Com’è, per un disegnatore, lavorare a teatro?
Davide:
«Sono abituato a lavorare da solo. Collaborare assieme allevia la solitudine della creazione. Qui tutto si condivide, ogni scelta. Una cosa impagabile, pur con le sue contraddizioni: bisogna discutere, approfondire, trovare una visione comune. E con Gigio mi sono ritrovato in questo stile, quello di non voler chiudere subito tutto, di lasciarsi distrarre e tenere le porte aperte perché possa entrare aria e vita. E molta ansia».
Gigio: «Per questo ringrazio Laura Gambi, che ci affianca nella stesura della storia fin dal l’inizio, assecondando le nostre deviazioni ma mettendoci anche in ordine, ogni tanto».

Lo spettacolo ha dei testi di riferimento?
Gigio:
«L’ultimo nastro di Krapp di Beckett, naturalmente. Qualsiasi testo teatrale che abbia a che fare con le registrazioni deve partire da lì. Ho un debito nei confronti di questo testo».
Davide: «Ci sono molti libri che abbiamo usato e fatto nostri. Le poesie di Papusza, poetessa rom, e di Mariella Mehr, continuano a guidarci. Ma anche canzoni, quelle di Bob Dylan».

Che significato ha per voi l’isolamento di questo personaggio?
Gigio:
«Difficile trovarne uno solo. C’è la condizione di immigrato, come abbiamo detto. C’è un dato generazionale: si parlerà di droga ed eroina, storie che noi, per ragioni anagrafiche, abbiamo conosciuto da vicino. Ma c’è anche la nostalgia per delle madri mitiche e antichissime: le poetesse zingare, appunto. Ed è una nostalgia incoerente, perché spesso questo personaggio dimostra razzismo e intolleranza. E poi forse è anche una riflessione sull’essere artista. Prendiamo la sua mania di conservare la memoria: le Muse sono figlie di Mnemosyne, la dea della memoria, e questo qualcosa vorrà pur dire. In una frase, questo isolamento è il sintomo di una non adeguatezza al mondo».

E per te, Davide?
«L’isolamento è la trasfigurazione di una deriva del mondo. Un mondo privilegiato, che tuttavia contiene disagi e contraddizioni a cui non riesce a far fronte. La stanzetta in cui è rinchiuso il protagonista è il nostro mondo, che tende a escludere tutto ciò che non capisce. Lui stesso, vittima di un attaccamento narcisistico alla memoria, è anche carnefice, e se ne deve assumere la responsabilità».

Pensate che ci sia un significato filosofico alla base di questo personaggio?
Gigio: «Direi di sì. Finché penseremo che possiamo acquistare o possedere la terra, saremo nei guai. Siamo nati nomadi e non possiamo che rimanerlo. Tutto questo è evidente, eppure continuiamo con questa presunzione del “radicamento”. Come insegna Dino Campana: non si tratta di possedere la terra, ma di essere in relazione con essa, di esserne figlio e amante. Se lo dimentichiamo, siamo destinati a finire in quella stanzetta, buco di isolamento e odio».

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