La Regione Emilia-Romagna ha modificato i criteri per l’accesso alle case popolari, eliminando la «storicità della residenza» come criterio premiale regionale nelle graduatorie e consentendo ai cittadini extracomunitari con un permesso di soggiorno di almeno due anni di accedervi senza dover presentare un contratto di lavoro. Le modifiche – va detto – recepiscono sentenze della magistratura e della Corte costituzionale e i Comuni potranno comunque prevedere punteggi legati all’anzianità di residenza, assumendosene la responsabilità.
Apriti cielo. La decisione ha riacceso una polemica che, più che affrontare il problema della casa, sembra volerlo trasformare in una guerra tra italiani e stranieri, tra chi è arrivato prima e chi dopo. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel fare campagna elettorale sulla pelle di chi una casa non ce l’ha. E qualcosa di ancora più irritante nel cercare consenso alimentando il risentimento verso chi si trova nella stessa condizione di bisogno. Si può discutere di regole, graduatorie e priorità. Ma l’edilizia pubblica è uno strumento per rispondere a un bisogno sociale, non un premio per chi può esibire il certificato di residenza più vecchio. E se un requisito viene giudicato discriminatorio dalla magistratura, non lo si può difendere facendo finta che sia soltanto una questione di volontà politica.
C’è anche un aspetto che questa polemica ignora: le persone si spostano. Per lavoro, per studio, per avvicinarsi ai servizi, per necessità familiari. Chi lascia il proprio Comune per cercare un impiego non dovrebbe essere penalizzato per questo. Vale per un italiano come per uno straniero. Il punto, però, è un altro. In Emilia-Romagna sono oltre 32mila i nuclei familiari in attesa di un alloggio popolare. Famiglie alle prese con affitti insostenibili, stipendi che non bastano e il rischio di scivolare nell’emergenza. A loro non serve una guerra tra poveri. Serve una casa. È più facile indicare un presunto privilegiato che chiedere conto delle politiche abitative, dei soldi investiti e dei risultati ottenuti.
C’è poi un’altra contraddizione: mentre migliaia di persone cercano una sistemazione stabile, una parte del patrimonio immobiliare resta vuota o viene destinata agli affitti turistici, spesso più redditizi di quelli residenziali. Non tutte le case sfitte sono immediatamente disponibili per l’edilizia pubblica, e il turismo non è l’unica causa della crisi, ci mancherebbe. Ma ignorare questi fenomeni significa rinunciare a interrogarsi su come viene utilizzato il patrimonio abitativo e su quali politiche possano restituire spazio alla residenza.
La Regione e i Comuni devono recuperare gli alloggi inutilizzabili, aumentare l’offerta pubblica e sociale e pretendere risorse adeguate dallo Stato. Con obiettivi misurabili, tempi certi e risultati verificabili. Perché cambiare una regola non consegna automaticamente le chiavi di casa a nessuno.

