“Le indagini non si svilupparono in modo approfondito a causa degli ostacoli che una parte delle forze dell’ordine frappose a indagini nei confronti di appartenenti ai carabinieri, come si percepisce chiaramente esaminando gli atti dell’epoca”. Parole estratte da pagina 68 delle motivazioni della sentenza della corte d’assise d’appello di Bologna che a settembre 2025 ha affibbiato due ergastoli per un omicidio del 1987. In sintesi: c’erano indizi per indagare su dei carabinieri, ma non si fece.
Il 21enne Pier Paolo Minguzzi di Alfonsine, terzo genito di una facoltosa famiglia di imprenditori dell’ortofrutta e carabiniere di leva mentre era iscritto alla facoltà di Agraria, fu rapito mentre si trovava a casa in licenza pasquale in aprile. Il suo cadavere fu trovato dieci giorni dopo. I familiari ricevettero dieci telefonate anonime con la richiesta di 300 milioni di lire per il riscatto (equivalenti circa a 400mila euro odierni).
L’indagine dell’epoca (pm Gianluca Chiapponi) fu archiviata nel 1996 senza indagati. Nel 2018 la riapertura del caso (pm Marilù Gattelli). Nel 2022 a Ravenna la sentenza di primo grado (Michele Leoni presidente della corte): assolti i tre imputati per non aver commesso il fatto. Il giudice disse che era un delitto di mafia. Ora fine pena mai (sentenziata dal presidente della corte Pasquale Domenico Stigliano) per il 62enne Orazio Tasca e il 63enne Angelo Del Dotto, carabinieri alla stazione di Alfonsine all’epoca dei fatti. Confermata invece l’assoluzione di un terzo imputato, il 70enne Alfredo Tarroni, ex idraulico di Alfonsine e amico degli altri due.
Il giudice d’appello afferma che qualcuno degli inquirenti si mosse in direzione contraria rispetto a quello che è richiesto a chi veste quei panni: anziché indagare, scelse di insabbiare. E l’affermazione del giudice arriva, di fatto, sulla base di sospetti già presenti 39 anni fa. Non è un cold case risolto da nuove tecnologie che non c’erano, è più un cold case risolto dalla volontà di risolverlo. Un esempio: la perizia fonica non si fece a quel tempo.
Rosanna Liverani, la 91enne madre di Minguzzi, non ha perso un’udienza negli ultimi sei anni (interrogata due volte) e al verdetto di condanna ha reagito con comprensibile commozione e poche parole: «Io sapevo che Pier Paolo era un bravo ragazzo, ma volevo che lo sapessero tutti». In attesa dell’eventuale ricorso in Cassazione, i due ex carabinieri sono definiti assassini per la seconda volta. Gli attuali tre imputati, infatti, hanno già scontato condanne per un altro omicidio avvenuto tre mesi dopo quello di Minguzzi nella stessa Alfonsine in un altro tentativo di estorsione. In una sparatoria morì Sebastiano Vetrano, un carabiniere che faceva il suo lavoro.
E allora non si può fare a meno di pensare che quegli “ostacoli frapposti” non solo hanno privato una famiglia della verità per troppo tempo, ma forse sono anche costati la vita a un altro innocente.


