Falsi alibi preparati artificiosamente, lapsus frequenti nelle conversazioni telefoniche, l’esito di una perizia che identifica una voce: sono alcuni tra gli argomenti a sostegno della sentenza di condanna all’ergastolo per due ex carabinieri di Alfonsine, il 62enne Orazio Tasca e il 63enne Angelo Del Dotto, per l’omicidio nel 1987 del 21enne Pier Paolo Minguzzi, terzo genito di una facoltosa famiglia di imprenditori dell’ortofrutta nel paese della Bassa Romagna.
I dettagli emergono dalla lettura delle 90 pagine delle motivazioni, depositate il 28 gennaio: il 30 settembre 2025 la corte d’assise d’appello di Bologna ha ribaltato l’assoluzione dei due ex militari arrivata in primo grado nel 2022 a Ravenna «per non aver commesso il fatto». Confermata invece l’assoluzione di un terzo imputato, il 70enne Alfredo Tarroni, ex idraulico di Alfonsine e amico di Tasca e Del Dotto.
Il giovane Minguzzi, studente di Agraria a Bologna e carabiniere ausiliario a Bosco Mesola (Ferrara), fu rapito a scopo di estorsione nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1987 mentre si trovava ad Alfonsine per una licenza pasquale dal servizio di leva. Il suo cadavere fu trovato dieci giorni dopo nel Po di Volano nel territorio di Comacchio. I familiari ricevettero dieci anonime telefonate estorsive con la richiesta di 300 milioni di lire per il riscatto (equivalenti circa a 400mila euro odierni) senza che fosse mai data una prova in vita dell’ostaggio. L’indagine dell’epoca (pm Gianluca Chiapponi) fu archiviata nel 1996 senza indagati, nel 2018 la riapertura del caso (pm Marilù Gattelli). A questo link tutta la cronaca degli eventi di questi otto anni.
Nell’illustrazione della decisione, il presidente della corte d’assise d’appello, Pasquale Domenico Stigliano, dedica spazio alla questione degli alibi. Con una puntuale premessa ripresa da giurisprudenza consolidata: «Un alibi appositamente costruito costituisce grave indizio».
L’alibi fornito da Tasca è il Casinò di Venezia. In due giornate in cui i familiari del rapito ricevettero telefonate con la richiesta di riscatto, il carabiniere ha dimostrato che si trovava al Casinò poche ore prima che il telefono di casa Minguzzi squillasse e – in un’epoca senza cellulari – non avrebbe avuto il tempo di rientrare per telefonare. Il giudice non lo ritiene attendibile considerando che le indagini rilevarono che le telefonate partirono da una cabina telefonica a Lido delle Nazioni (località dove i genitori di Tarroni avevano un appartamento) che era molto più vicino a Venezia.
Ma ancora più di un alibi che non regge, sulla testa di Tasca pesa la sua voce. Una perizia fonica richiesta dalla corte d’appello attribuisce all’ex carabiniere l’identità del telefonista estorsore. Secondo i periti c’è il 95 percento di probabilità che la voce siciliana al telefono sia sua, originario di Gela.
Per l’attribuzione della paternità della voce si è partiti dalle telefonate di un’altra vicenda simile avvenuta nella stessa Alfonsine pochi mesi dopo il caso Minguzzi. Un altro imprenditore dell’ortofrutta, Roberto Contarini, ricevette telefonate con minacce: 300 milioni di lire da pagare per evitare che qualcuno della famiglia venisse ucciso. La trappola tesa dagli investigatori portò all’arresto di tre persone: gli stessi tre imputati di oggi. Che quindi hanno già scontato una condanna ultraventennale per un altro omicidio: nel tentativo di raccogliere il denaro lasciato sul ciglio della strada a Taglio Corelli nacque una sparatoria in cui Del Dotto uccise un altro carabinieri, Sebastiano Vetrano. Il telefonista della tentata estorsione Contarini venne accertato che era Tasca.
E i due fatti sono connessi da un lapsus vocale nella telefonata ricevuta dai Minguzzi il 27 aprile 1987. Risponde Gian Carlo, fratello del rapito. Il telefonista comincia la telefonata così: “Pronto pronto parlo con Contarino? Pronto Pronto? Contarini? Pronto, Minguzzi?”. Per la sentenza di primo grado (giudice Michele Leoni) trattasi di errore irrilevante. Per l’accusa, e in secondo grado anche per i giudici, invece è qualcosa di fortissima valenza indiziaria: «Il telefonista del caso Minguzzi dimostra di avere già nella propria mente il futuro delitto e quindi dimostra di essere Tasca».
Del Dotto sostiene la sua innocenza affermando che la notte del rapimento era di turno come piantone nella caserma di Alfonsine. L’accusa ha ricostruito che, vista la scarsa attività notturna, non era così impossibile anche per il piantone potersi allontanare. Ma Del Dotto ha aggiunto di aver ricevuto quattro telefonate dalla madre di Minguzzi, la 92enne Rosanna Liverani, preoccupata per il mancato rientro a casa del figlio. L’anziana donna – che non ha perso nemmeno una delle udienze in questi otto anni – ha sempre negato di aver chiamato i carabinieri, perché prima si rivolse all’altra figlia Anna Maria e fu il genero a informare i militari a voce recandosi alla caserma alle 7 del 21 aprile.
La corte ritiene attendibile la madre per il coinvolgimento intimo nella drammatica vicenda e scarta le parole dell’imputato anche perché arrivate solo nel corso del procedimento, quando gli interrogatori resi da altri testimoni offrirono la possibilità di abbozzare una difesa tra le maglie delle dichiarazioni.
Oltre alle motivazioni specifiche, nell’illustrazione della decisione il presidente della corte si sofferma anche su un tema rimasto sullo sfondo per tutta la durata del procedimento riaperto ormai otto anni fa: la percezione, più o meno concreta, di indagini imprecise e poco approfondite e un tentativo diffuso di insabbiamento. «Risulta che all’epoca le indagini non si svilupparono in modo approfondito – si legge ora nelle motivazioni – a causa degli ostacoli che parte delle forze dell’ordine stesse frapposero a indagini indirizzate nei confronti di appartenenti all’Arma».
Il presidente Stigliano pone l’accento su un manoscritto del capitano Antonio Rocco del comando carabinieri di Ravenna all’epoca dei fatti: è un appunto, a seguito di una conversazione con Giorgio Tesser – oggi un generale dell’Arma, all’epoca un maggiore al comando del nucleo operativo di Bologna che seguì il caso del rapimento – in cui quest’ultimo gli disse che la voce delle telefonate fatte ai Minguzzi il 21 e 24 aprile 1987 era di Tasca. Eppure Tesser, nella sua relazione conclusiva, escluse espressamente la responsabilità di Tasca facendo riferimento al parere del Centro investigazioni scientifiche (Cis) di Roma che negava l’attribuzione della voce al militare siciliano. Stigliano scrive: «Agli atti non risulta l’atto investigativo eseguito dal Cis sulla voce dell’imputato».
La sentenza di secondo grado non dimentica nemmeno il documento redatto dal carabiniere Antonio Di Munno, all’epoca comandante a Comacchio e inviato ad Alfonsine per collaborare alle indagini: 16 punti che comprendevano tutti gli indizi a carico dei tre imputati. La nota non fu mai trasmessa in procura. A Di Munno fu fatto capire che non era il caso di investigare sui colleghi. Di Munno si dimise dall’Arma il giorno stesso.
La riesumazione della salma di Pier Paolo Minguzzi nel 2018



