Il sindaco che pianta alberi

Fausto PiazzaDa due settimane, la mattina quando esco di casa per andare al lavoro, sono tormentato dal rumore stridulo delle seghe a motore che stanno “ripulendo” il mio quartiere da decine e decine di “cadaveri arborei”. Abito in Darsena e – fra via Trieste, via Gulli e la via Canale Molinetto – la tempesta perfetta di fine giugno ha decimato varie specie di alberi. Ha incrinato la bellezza del colore verde e ci ha privato di tanta ombra confortevole. E ora certi orizzonti nella mia parte di città (che non è proprio un quartiere “modello”) mi sembrano più squallidi e desolati.

Per questo mi piacerebbe avere un sindaco e un assessore all’ambiente che “piantano alberi” per noi cittadini di oggi e per quelli che verranno domani… Un po’ come Elzéard Bouffier, il personaggio del celebre racconto di Jean Giono. Sarebbe bello che piantassaro un nuovo albero per ogni fusto stroncato, anzi due. Lì dov’è venuto a mancare, ma anche altrove. Qualcuno mi ha detto che in fondo la natura ha fatto il suo corso, abbattendo alberi malati ed essenze poco o mal radicate nel territorio. Sì, forse sarebbe opportuno piantare alberi originari del nostro paesaggio, oppure capaci di adattarsi, di essere resilienti alle malattie e così saldarsi verso il futuro.

A una cara amica, esperta e appassionata di “creature verdi”, ho chiesto un elenco di alberi “autoctoni“ o ben integrabili nella terra di qui (forse è solo un’opinione ma mi convince): farnia, roverella, carpino, frassino, bagolaro spaccasassi, leccio, tiglio, acero montano e platanoide, orniello, e poi i “meticci”,  tiglio americano, ginko biloba, magnolia… Mi ha raccontato anche delle siepi e arbusti frangivento, che un tempo i contadini piantavano per attenuare gli effetti delle tempeste e che ora non pianta quasi più nessuno, né in campagna né in aree verdi urbane. E dell’abbandono – se non proprio della strategica eliminazione – delle splendide alberature lungo certe strade secondarie del forese, per “ragioni di sicurezza” della circolazione motorizzata.

Di strade carrabili, che peraltro generano buche, ne abbiamo già abbastanza. Al massimo si costruiscano delle nuove piste ciclopedonali, se possibile circondate dal verde. Non sono mai stato un ambientalista fanatico, ho sempre pensato a un equilibrio e ad una convivenza fra artificio e natura che non generasse conflitti troppo aspri, ma di fronte alla cementificazione dissenata (e pure diseconomica) e alla devastazione delle campagne (con le colture intensive) prodotta negli ultimi decenni, ora mi schiero dalla parte degli alberi e dell’incolto. Anche se addomesticato.