Il miraggio della Marina da bere

Fausto PiazzaC’era chi sognava la California dei surfer, le spiagge di Bahia o la movida di Ibiza. E nel suo piccolo, la costa di Marina di Ravenna si poteva adattare, con le sue pinete, le dune e i tamerici, le ampie spiagge. Negli anni ‘90, qualche giovane visionaro si mette in testa di rilevare un dimesso bagno a conduzione familiare e tenta l’impresa di un nuovo stile balneare, tra freak, naturismo e joie de vivre.

Nel corso di qualche stagione, incentivati da una certa libertà di gestione – nella ristorazione e negli orari di apertura – diversi stabilimenti balneari si trasformano “di fatto” in ristoranti, american bar e locali da ballo in riva al mare. Prerogative impensabili all’epoca per tutti gli altri bagni del divertimentificio romagnolo. Nascono cosi Duna degli Orsi, Zanzibar, Toto, Hookipa, BBK, Coco Loco, Donna Rosa… e così via, ognuno col suo carattere.

Si diradano gli ombrelloni per far spazio a campi di beach volley e racchettoni, dalle tagliatelle dell’azdora si passa a piatti esotici e gourmet, mentre dilagano gli happy hour e i party danzanti fino a notte inoltrata.

È un bengodi capace di attrarre migliaia di bagnanti da mezza Italia, in gran parte giovani e giovanissimi. Marina diventa di moda e nella folla dei vacanzieri del weekend c’è chi vede già un “modello turistico” vincente.
Peccato non nasca da un progetto strategico o sia sostenuto da un’esperienza capace di indirizzarlo e correggerne le carenze strutturali e gli effetti collaterali. In gran parte deleteri, e che presto si manifestano: caos viabilità, degrado sociale e ambientale, turismo pendolare a basso valore aggiunto.
A questo si somma la schizofrenica separazione della spiaggia dal paese che soffre di un tessuto ricettivo, commerciale e di servizi, scarso e antiquato, inadeguato alle nuove generazioni di turisti.

Proprio negli anni del boom balneare nella cittadina sorge Marinara, progetto ambizioso quanto speculativo di porticciolo turistico stile chic alla New England ma dalle volumetrie ipertrofiche. Paradossalmente è privo di una passeggiata lungomare e si mostra subito incapace di decollare nelle sue funzioni commerciali e di ospitalità turistica. All’apice del successo la Marina trendy e “da bere” diventa ingovernabile tanto da determinare un “giro di vite” di ordinanze antialcol e riduzione di orari, che nel volgere di una stagione fanno tornare la località nel rango di dependance rivierasca dei ravennati.

Alla Marina di quegli anni non hanno certo giovato né l’originario laissez faire né il tardivo dietrofront repressivo dell’amministrazione locale. Tantomeno l’affermarsi degli animal spirit (come si dice in economia) fra i bagnini più spregiudicati pronti a cavalcare una domanda festaiola e ad alto tasso alcolico.
È mancata soprattutto la lungimiranza, la necessità di fare sistema e la ricerca di un equilibrio sostenibile. Anche perché non sono mai emerse, in ambito politico, sindacale e imprenditoriale, autorevoli figure di raccordo e di governo capaci di mediare e facilitare forme di collaborazione fra i vari attori convolti nello sviluppo del turismo a Marina.
Una strategia di rilancio che visti i fallimenti del passato e le incertezze del presente, continua ad apparire come un miraggio.

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