sabato
16 Maggio 2026
intervista

Irene Grandi e una storia di rinascita: «Per le donne è più difficile fare carriera. La scena musicale? Oggi si è ridotta ai numeri dello streaming…»

La celebre cantante toscana a Forlì per "Romagna in fiore"

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Nella musica, come nella vita, c’è un tempo per esporsi e uno per sottrarsi. Negli ultimi cinque anni, Irene Grandi ha scelto il secondo: un tempo lento, riflessivo e necessario per tornare con una versione di sé completamente inedita, pur restando sempre fedele a se stessa. In trent’anni di carriera, ha abituato il suo pubblico a evoluzioni e continue trasformazioni, tra rock, pop e soul senza mai abbandonare influenze blues e jazz che hanno sempre contraddistinto il suo stile; oggi l’artista fiorentina torna con Oro Rosa proprio per raccontare quella voglia continua di cambiamento, il coraggio che richiede e la capacità di rinascere e ripartire da zero.

Impegnata in un lungo tour estivo, il 17 maggio farà tappa al Parco Urbano Franco Agosto di Forlì (ore 17), per uno degli appuntamenti più attesi di “Romagna in Fiore”. La recente “rassegna green” del Ravenna Festival nasce per trasformare la musica in un’esperienza immersiva in mezzo alla natura, con location raggiungibili solo a piedi o in bici, biglietti accessibili, alimentazione a energia sostenibile e un impatto ambientale minimo. Gli stessi artisti scelti si impegnano nella tutela e diffusione di questi valori: «Vivere la musica in natura è un modo istintivo di collegare due elementi che ritengo centrali nella mia vita – commenta Grandi -. Sono fermamente convinta che ognuno possa fare un piccolo passo verso l’ambiente, al di là del singolo risultato. Tutto sommato, l’oceano è fatto di gocce».

Oro Rosa arriva a distanza di cinque anni dall’ultimo album. Cosa rappresenta questa pausa in una scena che chiede agli artisti novità continue?
«Le pause per me significano sempre cambiamento, pensiero, rinnovamento. Ogni cosa nuova ha bisogno del suo tempo per germogliare, crescere ed evolversi. L’album precedente è uscito a ridosso del Covid, un periodo segnato da lunghe pause e riassestamenti. È stato così anche per la mia squadra, che ha visto importanti cambiamenti. Io per prima ho avuto bisogno di un periodo di ricostruzione: mi sono concentrata sul blues, sui concerti, su tanti aspetti della mia vita e c’è voluto tempo per tornare a scrivere e produrre».

Quindi oggi un artista può ancora permettersi di seguire i propri tempi?
«Dipende. Fermarsi, in un mondo così veloce, è sempre un rischio: c’è chi sceglie di correrlo e chi invece preferisce restare nel flusso, rischiando però a sua volta di venire prosciugato dal sistema. Per quanto mi riguarda, se sento il bisogno di aspettare voglio ascoltarlo: ho bisogno di concedere tempo al cambiamento ed essere davvero convinta di quello che faccio, qualsiasi cosa sia».

In trent’anni di carriera infatti ha attraversato diverse fasi musicali: ce n’è una a cui si sente più legata?
«No, anzi, mi sento legata proprio a quest’idea di cambiamento, alla libertà di poter scegliere chi essere in base al periodo e alla situazione che mi circonda. Ho sempre seguito l’ispirazione del momento, e credo sia stato questo ad aprirmi così tante strade: quando una mi annoia passo all’altra, e quando sento di aver maturato una nuova consapevolezza torno sui miei passi».

Quest’ultimo album quale strada racconta?
«Proprio quella del cambiamento, dell’attraversamento di varie fasi. Ho immaginato l’intero disco come il racconto di un passaggio. Oro Rosa, come il colore dell’alba e del tramonto: due momenti che preludono a qualcosa di diverso che sta per accadere. L’ho scritto riflettendo sul coraggio che serve per cambiare davvero, sulla ricostruzione di sé e sulla ricerca di nuove persone da tenere al nostro fianco. Negli ultimi anni la mia vita è stata attraversata da una sorta di esplosione e ho capito che è necessario riavvicinarsi a noi stessi quando la quotidianità ci allontana. Oro Rosa è, prima di tutto, una storia di rinascita».

Negli ultimi anni ha fatto una scelta controcorrente: mentre molti artisti puntano a entrare in una major, lei ha deciso di uscirne e fondare una propria etichetta. Come mai? Cosa non ha trovato nelle major?
«Le major hanno delle priorità diverse dalla musica: lavorano sui numeri, ed è sempre stato così, ma oggi questo aspetto è diventato predominante. Avere alle spalle una major che ti considera un numero tra tanti non è molto interessante. Inoltre, ti toglie libertà: sei guidato, ma non per forza protetto».

Cosa ha comportato questa scelta?
«Non è stato semplice, ma negli anni ho visto diminuire sempre di più il sostegno reale alla produzione. Un tempo c’era un sostegno concreto per gli artisti, oggi il sostegno viene dato a pochi nomi e per poco tempo: ti viene accordato per un progetto, ma non hai la certezza che sarà lo stesso per i successivi. Per quella che sono io oggi, per quello che è il mio nome, la mia carriera e il mio momento storico, ho sentito che era il momento di rischiare. È chiaro che per un giovane artista, all’inizio, il supporto di una major può essere ancora fondamentale».

Dopo sei partecipazioni a Sanremo, c’è la voglia di tornare in futuro o vede anche quel palco come qualcosa che impone troppe limitazioni e non ha più nulla da darle?
«Mai dire mai, soprattutto con Sanremo. Per questa edizione non ci ho nemmeno provato, impegnata tra Canzonissima, l’uscita del disco e la preparazione del tour che durerà tutta l’estate, ma per le prossime, in effetti, chissà…».

Proprio durante le ultime edizioni di Sanremo si è recriminato poco spazio alle donne nel panorama musicale italiano: lei crede che abbiano il giusto spazio o si potrebbe fare di più?
«In parte è vero, ma credo sia un discorso più generale: trovo che per le donne sia più difficile crearsi una carriera in qualsiasi ambito artistico. Ci sono tanti aspetti importanti per diventare una donna di successo, più di quelli richiesti a un uomo. Ci sono poi donne di grande talento che per qualche motivo non vengono mai premiate o valorizzate come dovrebbero».

E in generale, qual è la sua visione della scena pop e cantautoriale italiana di oggi?
«Non mi convince. Spesso ciò che apprezzo non ottiene il successo che a mio avviso meriterebbe, mentre proposte che proprio non mi piacciono raccolgono un enorme consenso. Non so se dipenda dai miei gusti o da un sistema che avrebbe bisogno di rinnovarsi, ma mi piacerebbe vedere più varietà e uno spazio più ampio per emergere, non limitarsi a scrollare i social per capire chi è un artista valido e chi no. A volte mi sembra che non esista più il mercato musicale, ma solo statistiche e numeri di streaming e social network».

Negli anni ha collaborato con molti artisti importanti (da Jovanotti a Elio, fino a Pino Daniele). Quale ricorda con più affetto e quale, invece, le manca e vorrebbe realizzare?
«Negli ultimi tempi ho avuto diversi contatti con il mondo della musica lirica, anche grazie alla vicinanza con il tenore Vittorio Grigòlo durante Canzonissima. Questo mi ha fatto provare una forte nostalgia per il grande maestro Pavarotti e ripensare alla nostra interpretazione di Guarda che luna, nel 2000. Non posso che ricordare la potenza della sua voce, la cura del suono, quella vocalità eccezionale che si univano al suo sorriso, alla sua umanità, alla voglia di godersi la musica e condividerla con gli altri. Per quanto riguarda il futuro invece non so, perché mi sento ancora troppo concentrata sul presente. Vorrei citare quindi il duetto nell’ultimo album con Carmen Consoli, artista che stimo e che considero un’amica. Insieme abbiamo dato vita a una canzone che parla di voglia di libertà, resilienza e desiderio di non sottostare a certi meccanismi o aspettative altrui. È il racconto del viaggio di due donne, moderne Thelma e Louise, che scappano da un mondo da cui non si sentono rappresentate».

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